Roma per me: Mimosa Martini racconta la sua città.
Cosa è Roma per me: Mimosa Martini racconta la sua città.
Questo articolo ce lo regala Mimosa Martini che del giornalismo e del viaggio ha fatto la sua ragione di vita ma le cui radici sono ben piantate nella città eterna che ama pur vedendone in maniera chiara le pecche.
Da trentacinque anni vive a Trastevere e ha visto come è cambiata, per la nostra newsletter ci ha regalato un racconto dedicato proprio al quartiere del suo cuore.
“Io amo molto le città, forse perché in una grande città, Roma, ci sono nata e ci ho sempre vissuto. Nelle città mi piace perdermi, è una cosa che ho sempre fatto, cominciare a camminare senza sapere dove sto andando e continuare così per ore. Mi è capitato anche di non capire più dove fossi e come tornare indietro, mi è successo a Tokyo per esempio e non sapevo come fare perché ero finita su una specie di circonvallazione e non avevo voglia di riprendere la strada già percorsa. Così ho camminato per chilometri prima di trovare una via laterale e da lì più o meno ho ritrovato a tentoni l’orientamento. Naturalmente sto parlando di quando non c’erano gli smartphone con tutte le app possibili e immaginabili. Certo c’erano le mappe e le guide turistiche ma io ho sempre amato perdermi senza averle. Perché mentre cammini pensi, rifletti e con il passare del tempo ti confondi con quello che attraversi, con il paesaggio urbano, ne diventi un elemento integrato. Adoro per questo New York, Manhattan, perché lì per le strade ti confondi immediatamente nella folla, nessuno potrebbe dire che non sei del posto.
Per lavoro sono stata in tantissime città del mondo e spesso, anche se arrivavo di sera, dopo aver lasciato il bagaglio in hotel, uscivo a piedi a passeggiare. Non so se è per l’età o se effettivamente, anche in Europa, è diventato tutto più pericoloso ma adesso non lo faccio più spensieratamente come fino a qualche anno fa.

Un’altra cosa che faccio quando arrivo in un paese che non conosco è andare in un supermercato perché osservando la merce in vendita, i prezzi e quello che comprano le persone si capiscono tante cose della vita quotidiana del posto.
I negozi, le botteghe, raccontano tantissimo di una città, di un quartiere. Le prime volte che sono stata negli Stati Uniti mi piaceva andare nei centri commerciali perché da noi non esistevano e mi sembravano come un luna park dello shopping: non c’è altro da fare se non guardare merce e eventualmente comprare, merce di tutti i tipi, dall’abbigliamento all’oggettistica, al cibo, alla tecnologia, un negozio dopo l’altro, senza soluzione di continuità.
Però poi cambiavo stato, percorrevo migliaia di chilometri, passavo dalla neve di Washington al caldo di Los Angeles e ci trovavo le stesse cose, gli stessi negozi, gli stessi marchi con un effetto straniante. Soprattutto noiosissimo. Sembrava di stare sempre all’interno di un aeroporto (altro non luogo). Ma è anche vero che quello è un paese dove non sono mai esistite le piazze come le intendiamo noi, i luoghi dove storicamente avvenivano gli scambi delle merci e delle idee, i mercati e le botteghe delle vie delle città. Ecco, quello che trovo davvero triste e sconcertante è aver rinunciato a tutto questo, aver edificato questi non luoghi stipati di merce tutta identica e aver desertificato i centri storici.
Ho assistito a questa desertificazione perché abito da oltre trentacinque anni nel centro storico di Roma e quando presi casa ero circondata da falegnami, fabbri, osti. Che vivevano tutti lì, casa e bottega come si suol dire. Come era stato per secoli. Poi il caro affitti, il carovita, le offerte delle aziende immobiliari che facevano vedere mazzette in contante purché te ne andassi via e nel giro di poco tempo, da rione storico dove respirare l’atmosfera romana perenne, ci si è trovati nel luna park dell’usa, sfregia e getta.
Ci sono addirittura le catene di ristoranti dove erano solo trattorie di famiglia! Lo sanno tutti che i locali che aprono e chiudono nel giro di poco sono solo operazioni di riciclaggio, gli avventori poi sono turisti che anche se vengono avvelenati da cibo scadente il giorno dopo partono e non tornano più. Trip Advisor o il posizionamento sui siti di ricerca sono manipolabili quindi…
Per tornare al tessuto sociale ed economico, senza fare discorsi del buon tempo andato, è oramai fuori di dubbio che è necessario recuperare la dimensione umana del centro storico.
È indispensabile per combattere il degrado ambientale (chi ci vive tiene pulito, chi è solo di passaggio no), il degrado culturale (dove si accoltellano la sera i ragazzi c’erano due librerie famose – Bibli e la Libreria del Cinema- dove venivano organizzati anche eventi serali, ora solo mescita e spaccio di alcolici), il degrado sociale (quando diverse categorie sociali, dall’artigiano al professionista, vivono nello stesso posto si crea comunità).
Cosa consiglierei all’amministrazione della città per il centro storico? Regole certe e certezza della pena, non mi sembra complicato. A partire dalle automobili, questo mare di latta che invade i vicoli e le strade. I residenti sono costretti a pagare un permesso (caro) per avere un’automobile ma non hanno aree di sosta, parcheggi, alcun vantaggio. Chi non paga nulla fa come vuole a qualunque ora tanto nessuno controlla, nessuno reprime. Che senso ha? Ha solo un significato punitivo: chi vive nel centro storico deve essere punito.
Lo sai cosa rispondono i ragazzi (ma anche gli adulti) che la sera o la notte vengono a distruggere il rione se osi rimproverarli? “Hai scelto di vivere qui, ora subisci!”. Ma che senso ha?
Gli appartamenti sono diventati quasi tutti finti Bed&Breakfast, finti nel senso che vengono affittati a week end o settimana ai turisti mordi e fuggi. E con la pandemia si è visto dal vuoto assoluto quale può essere il volume d’affari.
E pensare che tutto in questa città è un’opera d’arte, tutto racconta una storia se non addirittura La Storia.
Roma è bella sempre ma le sere d’estate, quando si svuota del grande caos, nel mese di agosto per esempio, è in grado di regalarti momenti di emozione incancellabili. Passeggiare lungo il Tevere, che gli argini di inizi 900 hanno nascosto, allontanato, anzi esiliato laggiù in fondo, sotto, come se non appartenesse alla città, quando non c’è il frastuono infernale del traffico, che sovrasta lo sciabordio del fiume che scorre, che poi si mette a correre e a cascare nell’incontro con l’Isola Tiberina.

Ecco lì c’è un punto, un posto preciso che mi scatena l’amore: è sotto il Ponte Rotto, che già di suo è un monumento straordinario, ancora più bello così trasandato vestito di erbacce e un onnipresente gabbiano immobile in cima (non so perché ma ci si mettono sempre solo uno alla volta).”
Tornando a piedi da una serata di opera lirica al Circo Massimo, che già da sola era stata un’esperienza straordinaria, mi sono fermata sul cosiddetto Ponte Inglese lì dove sfiora il marmo del Ponte Rotto: il profilo della Sinagoga da un lato, quello del Cupolone in fondo e giù in basso, sotto gli archi antichi una piccola oasi di verde e acqua placida. Ho sognato di fare il bagno in quel punto, di allungarmi nella frescura di quella pozza meravigliosa, quasi fosse un luogo segreto dove riposare e godere in solitudine del fascino eterno del Tempo e della Bellezza.
Io voglio ringraziare Mimosa per il suo sostegno e per la sua amicizia e per questo pezzo prezioso.
Grazie a tutti voi e alla prossima.
Se no sapete chi è la nostra ospite cliccate qui
Gli altri articoli di Chiara Mazza li trovate qui

