Magazine

La Roma delle borgate: il Quadraro

, ,

La Roma delle borgate: il Quadraro

 

Case basse una di fianco all’altra, street art, vie con nomi di antiche genti e, soprattutto, tanta storia. Dove siamo? Al Quadraro!

Fermata della metro A Porta Furba. È un pomeriggio di luglio e fa molto caldo, l’estate è davvero esplosa. Siamo sulla Tuscolana. L’asfalto ributta il calore e l’aria si fa lievemente afosa. Le macchine sfrecciano veloci e i numerosissimi negozi della via sono affollati. A un primo sguardo sembra un luogo come tanti. Una delle classiche arterie principali brulicanti di traffico e persone.
Ma l’apparenza spesso inganna e la prima impressione non è quella conta. Si prosegue con la curiosità di vedere ciò che ci si spalancherà davanti e… delle enormi fauci ci si schiudono dinnanzi. Non resta che farci inghiottire!

Oltrepassato il RisucchiAttore di Mr. Thoms la sensazione è quella di non trovarsi più a Roma. Dove siamo? Pochi metri bui e ci ritroviamo in un piccolo paese. Silenzioso, tranquillo e lento.

Casette basse una di fianco all’altra. Rosse, ocra, gialle e variopinte. Non si sentono macchine ma solo lo squittio degli uccelli. La bella stagione ha portato con sé la fioritura e, un po’ dappertutto, i gelsomini in fiore sprigionano un fortissimo profumo. È deliziosamente strano e surreale.

Quadraro ner core. Una scritta che dice molto, che racchiude in sé il senso di appartenenza di chi ci abita. E perdendosi nelle vie dai nomi delle antiche genti – dei Corneli, dei Quintili, dei Pisoni – si respira proprio la consapevolezza di trovarsi in una borgata dalla spiccata identità in cui storia, resistenza e contemporaneità convivono pacificamente.

Noto ai più per il “rastrellamento del Quadraro” del 1944 – in cui numerosi abitanti vennero deportati in Germania e pochi fecero ritorno – lascia trasparire, ancora oggi, quella dignità di chi non si è piegato. Non si è piegato al fascismo – e, infatti, si diceva per che sfuggire ai nazisti ci dovesse rifugiare o in Vaticano o al Quadraro – e non si piega alla gentrificazione. Pochi palazzoni, anzi quasi nulla, ma tanta apertura degli abitanti e voglia di vivere.

I muri di case, palazzi, spazi commerciali sono diventati le tele perfette per le bombolette degli street artist più conosciuti che hanno deciso di parlare al presente del passato. Il “nido di vespe” di Lucamaleonte ne è, forse, la prova più eclatante: questo l’appellativo dispregiativo che i Tedeschi affibbiarono alla borgata perché abitata da popolazione non abbiente o da sfollati del fronte.

Così come il retro del bistrot Grandma: il murales chiamato, per l’appunto, “Street Art” raffigura la modella di Modigliani, Elvira, con il corpo ricoperto di strade. Storia vuole che il pittore avesse intrattenuto con la donna una relazione alquanto tumultuosa e che poi sarebbe finita fucilata in Germania.

Tutte le strade, insomma, portano a Roma, anche quelle dipinte. Anche via dei Pisoni, dove è raffigurata l’ultima opera, che in questo pomeriggio sembra un afoso paese di mare durante la siesta, è a due passi dalla Roma più famosa. E, nonostante appaia così lontana, così ai margini del cuore pulsante della capitale, non lo è. Bastano davvero pochi minuti per ritrovarsi vis à vis con l’imponenza. Via dell’Acquedotto Felice è poco distante e termina proprio all’ingresso del Parco degli Acquedotti.

Il sole cala, il tramonto romano regala immagini da incorniciare. È giunta l’ora di riprendere la metro e tornare a casa e si conclude così come si è cominciato: Quadraro ner core.

 

Gli altri articoli di Chiara Leporati li trovate qui