Il Bancoroma
Il Bancoroma: farei di tutto perchè tornasse il basket a Roma.

Era totalmente diversa da oggi Roma nel 1986 come eravamo diversi noi tutti, avevo undici anni, frequentavo la scuola media e fu in quell’anno che mi innamorai disperatamente dei colori blu e arancio, del Palaeur e di giganti che correvano dietro una palla a spicchi.
Troppo piccolo per andare al Palaeur da solo organizzai un gruppo di compagni di scuola per andare tutti insieme a vedere il Bancoroma e forse ora sarebbe folle pensarlo ma i nostri genitori ci diedero il permesso e ogni domenica divenne il nostro rito pagano, sempre presenti al Cancello R dove avevano casa i tifosi più caldi, i Warriors, che complice anche la fascinazione dei Guerrieri della notte erano per noi una sorta di combriccola di semidei.
Appuntamento a Subaugusta alle 15, non sia mai arrivassimo tardi, appello dei presenti e via si andava, Metro A fino a Termini, cambio e Metro B fino a Eur Fermi (allora si chiamava così) e poi da lì dritti filati al Palaeur, è durata due anni questa routine poi arrivò il liceo e la continuai da solo, ormai grandicello con nuovi amici e nuovi appassionati.
È una passione che non ho mai abbandonato, anche negli anni in cui sono stato all’estero almeno cinque o sei partite le ho viste e sempre in piedi a cantare, altrimenti non è tifo e non è coerente con tutto quello che ho fatto.

Molti di quelli che erano i capi ora sono persone che rispetto e mi rispettano come una sorta di rispetto di chi ha fatto lo stesso percorso, con lo stesso amore anche se con esiti di vita diversi, lì non esistono differenze e ogni volta che ci si vede è essere ancora innamorati del Bancoroma.
Tutto questo è andato avanti, per me, fino a qualche anno fa, penso cinque o sei, quando l’ultimo presidente della Virtus Roma, fu Bancoroma, ha inopinatamente autoretrocesso la nostra squadra salvo poi farla sparire pochi anni dopo lasciando un vuoto incolmabile in migliaia di romani.
Oltre trent’anni di amore e speranze deluse sono stati persi, ricordo ancora oggi il Palaeur stracolmo nelle partite di cartello, vittorie assurde, sconfitte cocenti, ma non contava vincere o perdere contava sentirsi parte di una storia, una bella storia, parte di uno sport che a Roma aveva radici profonde negli oratori e che ha legato più generazioni in un rito domenicale che non fosse il calcio.
Era bello quando noi ragazzini con le nostre sciarpe al collo rispondevamo fieramente ai “grandi” il risultato del Bancoroma, anzi del Banco, come era bello fare le prime esperienze da soli e vivere il viaggio in metro un come il ritorno a Coney Island dei Guerrieri della notte e mi accorgo mentre lo scrivo di come oggi forse non sarebbe possibile.
Di certo non avevamo cellulari, i più accorti avevano un gettone telefonico, tornavamo a casa ma avevamo immensi pomeriggi liberi dal controllo eppure c’era un reale controllo da parte anche di persone sconosciute che in un’ottica di comunità controllavano in silenzio che gli scapestrati non facessero danni eccessivi, non sapevamo di essere vicini alla fine di un’epoca che gli anni Novanta avrebbe spazzato via ma eri così festoso andare a tifare per i nostri colori.
Sono cambiati sponsor e diverse volte la proprietà ma il pubblico è sempre rimasto, certo è diminuito e si è passati al Palatiziano, ma bastavano due vittorie e diventava subito stretto per la passione di Roma che aspetta solo la scusa per tornare a urlare dentro un palazzo, mi scervello da anni cercando di capire cosa sia successo ma non riesco a trovare motivazioni economiche soddisfacenti per spiegare questo suicidio sportivo.

Una società storica come la Petriana ha fondato quest’anno la Virtus Roma 1960 e partendo dalla serie C, con in pachina il capitano di una vita, Alessandro Tonolli, sta cercando di riportare in alto questo nome storico, li sto seguendo, li ho visti anche dal vivo, ma fa così male pensare al boato del palaeur che quasi è una sofferenza seguirli anche se con il cuore e con la testa li sosterrò fino alla fine, io rivoglio il mio Banco, i miei colori, il blu e l’arancio e l’idea di vedere altri ragazzi come lo eravamo noi allora crescere insieme e vivere il basket come una splendida avventura di vita.
Uno di noi purtroppo ci ha lasciato nel 1990 per un maledetto bagno al mare, e da allora ogni volta che ho esultato per la virtus il ricordo di lui e di tutto il gruppetto che eravamo ha esultato insieme a me.
Farei di tutto perché tornasse il basket fatto seriamente a Roma e scriverne è come fosse un esercizio di memoria per trasmettere quello che adesso sembrano solo vaneggiamenti di un vecchio tifoso romantico.
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