I cestini

Il cestino di Roma: storia triste (e umanissima) di un arredo urbano dimenticato

Il cestino. Triste. Un po’ gobbo, un po’ storto. Con un sacchetto trasparente che gli pende giù, mezzo pieno. Lo guardo e mi intristisco pure io. Per un attimo mi sembra quasi che ci scambiamo uno sguardo, sfuggente ma intenso, come due che si riconoscono senza dirsi niente.

Il cestino sbudellato è uno degli arredi urbani romani più peculiari e malinconici che abbia mai incontrato. Un anello di plastica che regge un sacchetto trasparente, senza filtri, senza protezioni. C’è qualcosa di troppo esposto in quella nudità, perché la mondezza, i rifiuti, stanno lì, in bella vista, quasi come gli organi interni dell’alieno di Roswell nel celebre video dell’autopsia.

Eppure, da bravo animista, ho finito per affezionarmici.

Un po’ come accadde anni fa con CIAO, la mascotte di Italia ’90 disegnata da Stefano Disegni: brutta, sgraziata, continuamente presa in giro da mascotte molto più riuscite. E però impossibile da odiare. Non aveva nemmeno occhi o bocca, eppure riusciva a dire “ciao”. E tu, in qualche modo, gli rispondevi.

Il Cestino — diamogli dignità, chiamiamolo con la maiuscola — parte già sconfitto. Arriva come se fosse stato vandalizzato ancora prima di essere installato. Privato del suo esoscheletro, ridotto all’essenziale: una testa enorme e un piede di cemento. Il resto è immondizia. Non contiene, espone.

E così resta lì, lungo le strade di Roma, a fare il suo mestiere con una dignità fragile.

Dopo qualche passaggio di turisti, la busta si riempie. E la “testa” inizia a piegarsi verso il basso. Come se si vergognasse. Come se quel mostrarsi così, nudo, in mezzo alla città, fosse troppo anche per lui. Magari a pochi metri da quei cilindri in ghisa, eleganti e chiusi, con il loro posacenere integrato, borghesi e impeccabili nella forma. Oppure accanto alla più recente evoluzione dell’arredo urbano capitolino: la cosiddetta URNA.

E lì il confronto diventa impietoso.

Perché Urna, in fondo, è anche bella. Curva, sinuosa, quasi sensuale. Gioca sul “ti vedo non ti vedo”, con forme che ricordano corpi pieni, materni, una clessidra cresciuta, solida e consapevole. E accanto a lei, Cestino sembra ancora più fragile, ancora più fuori posto.

E allora mi torna in mente WALL•E.

Il robot-spazzino della Pixar, rottame arrugginito su una Terra già finita, eppure capace di diventare uno dei personaggi più espressivi e commoventi mai creati. Il nostro Cestino è il WALL•E romano, senza nome e senza riscatto. E Urna è una specie di EVE de noantri. Solo che mentre il film Pixar è una favola a lieto fine, il film AMA sugli arredi urbani della capitale sembra destinato a un altro finale: quello dell’ennesima occasione mancata.

Eppure, nonostante tutto, è difficile non provare empatia.

Perché Cestino non ha colpe.

Le colpe sono nostre. Per aver pensato, progettato e disseminato per la città qualcosa di così brutto da diventare, paradossalmente, quasi umano. Qualcosa che, nella sua goffaggine, finisce per raccontarci meglio di tante opere studiate a tavolino.

Cestino è l’ultimo tra gli ultimi. Destinato a riempirsi la pancia con quello che noi scartiamo. A contenere ciò che non vogliamo più vedere. E a farlo in modo così evidente, così scoperto, da costringerci — anche solo per un secondo — a guardarci dentro.

E forse è proprio questo il punto.

Non è solo un cestino. È uno specchio.

Per approfondire il tema della gestione dei rifiuti e del decoro urbano a Roma:
👉 https://www.amaRoma.it

Per altri racconti urbani e storie di Roma:
👉 https://www.iltalentodiroma.com/category/racconti-di-roma/