Natale
Natale
Alla fine Natale sta arrivando. Quasi con prepotenza, ci sta galoppando contro. e quando meno te lo aspetti ZAC! il supermercato si riempie di panettoni, compaiono datteri e fichi secchi, e Mariah Carey gorgheggia felice.
A Roma il Natale non fa bene.
Il traffico si blocca, la gente diventa aggressiva, e tu non sai cosa regalare manco a nonna, che una volta te la cavavi con un paio di pantofole e ora vuole come minimo la combo Netflix-Disney+.
Ma ci sono le luminarie. Ogni quartiere, ogni rione romano diventa paesello, con un corso e una piazza dotati di decorazioni luminose. Le lucine.
E insieme a lucine e panettoni, puntuale arriva anche LUI.
L’Albero.
L’Albero di Natale che sottolinea in ogni condominio che qui le riunioni si fanno in un androne pieno di allegria e letizia. L’Albero che ricorda ad ogni salotto che ha un ruolo, quello di focolaio domestico.
L’Albero cui tendevamo tutti la pargoletta mano, per rastrellare i regali.
Roma ha però due Alberi di Natale cui tiene parecchio.
Quello di Piazza San Pietro, sempre sontuoso, enorme anche se appare quasi una miniatura dentro quella piazza. E quello di Piazza Venezia.
Dal laico destino, il nostro abete comunale ha conosciuto la gogna mediatica cn l’era Raggi, quando raggiunse livelli di magrezza, secchezza e povertà decorativa che fecero il giro del mondo. Preso in giro da Alberi di Natale di Sidney e Buenos Aires, sfottuto dal moderno albero milanese e guardato con sufficienza dal vicino Albero di oltretevere, si meritò il nome di Spelacchio.
Quasi tenero, Spelacchio troneggiò a modo suo su Piazza Venezia, rallentando i caroselli di auto bus e taxi che giravano intorno a passo d’uomo increduli di tanta natalizia miseria.
Il povero Spelacchio alla fine è rimasto un po’ nei nostri cuori. Sembrava un po’ come se veramente chiunque potesse diventare presidente del consiglio, o albero di natale ufficiale in una metropoli. E il suo aspetto sciatto e dimesso ce lo rendeva un ago più tenero.
Sicuramente meglio del nuovo arrivato, che il sindaco Gualtieri ha piazzato lì, davanti al monumentone bianco panna detto “la macchina da scrivere” o la “Torta nuziale”, tracotante e pieno di energia grazie al kit fotovoltaico che serve per fare di un Albero di Natale il segno della sostenibilità. Ora, marchettone a parte, l’ingombro di quei pannelli solari, che per ora la tecnologia ha reso sempre più efficienti, ma mai meno brutti, cossa con la piazza, con l’Albero, e con il simbolo del Natale.
Quello, appunto, simbolo è e il simbolo deve fare. Deve parlarci del Natale, deve accogliere regali e dolci, deve supportare la stella cometa che ci indica la strada.
Se proprio il messaggio è quello della sostenibilità (vera, reale) allora niente albero, espiantato da un bosco dove faceva il lavoro suo, e niente greenwashing di qualsivoglia azienda.
Perché in qualche modo questo Albero di Natale qui un po’ fa rimpiangere Spelacchio…

