il cielo di Roma @gianlucamanna

Il cielo di Roma: la bellezza che ti trattiene quando vorresti scappare

Te ne vorresti andare

Te ne vorresti andare. Vorresti scappare. E i motivi non mancano. Per citare Eco, è la vertigine della lista.

Il caos, i romani tetragoni a tutto, le prepotenze elevate a sistema. Il casino, la monnezza, la pinsa cattiva e gli autobus from hell. La metro C che non finirà mai. Il Vaticano, che non sai mai davvero che fa e che dice. La pariolina, Roma Est e Roma Nord. Le polveri sottili. Il GRA che si intasa e la Tangenziale che ti sfotte.

E poi lo stadio da fa’, gli impiegati comunali, la cucina finto-romanesca. Il caffè preso senza amore in un brutto bar, con il rumore di tazzine e piattini sbattuti come sottofondo.

E più la lista si allunga, più diventa credibile. Più diventa concreta. Più diventa una possibilità reale: prendere e andare via.


Una città che si consuma da sola

C’è quell’incuria diffusa. Quell’indifferenza nel trattare la città come se fosse infinita, indistruttibile. Come se Roma potesse permettersi tutto, anche l’abbandono.

Si schiaccia il suo impulso vitale con la scusa del decoro, della forma, del suo passato prezioso. Si protegge ciò che è stato, ma si lascia morire ciò che è.

E allora tutto si consuma lentamente.

C’è quel fregare il prossimo, quel sentirsi furbi, quel non voler passare da fessi che per molti diventa quasi una regola non scritta. Una grammatica quotidiana.

E intanto la polvere si accumula. Le buche restano. I parchi si svuotano. I divieti si moltiplicano e nessuno li rispetta davvero.

Roma diventa una città che si trascina.

I ristoranti per turisti, i B&B truffaldini, i grandi alberghi che non sono da meno. Il gelato che non è artigianale, la frutta che non sa di niente ma costa troppo. I tassinari, i trenini, le icone della romanità consumate fino allo sfinimento: Sordi, Proietti, Montesano, la Ferri. Totti e Venditti.

Il tramezzino incellophanato.

E gli ospedali, con i pronto soccorso sempre pieni, sempre al limite, sempre sul punto di cedere.

È una città che sembra vivere di inerzia.


Roma, città bifronte

Eppure, nonostante tutto, Roma resta.

Come Giano, è bifronte. Ogni cosa che la rende meravigliosa è anche quella che la logora.

È viva, ma si spegne. È eterna, ma si consuma. È vera, ma si tradisce.

E ogni volta che trovi una ragione per restare, quella stessa ragione si incrina. Ti mostra l’altra faccia. Ti mette davanti il conto.

E allora la domanda torna sempre, precisa, quasi fastidiosa:

Che ce stai a fa’ qui?

Non è una domanda retorica. È una domanda che pesa.


Il cielo di Roma

E poi alzi lo sguardo.

Il cielo.

Il cielo di Roma mi frega sempre.

Non importa in che condizioni sia la città sotto. Non importa quanto ti abbia stancato, deluso, fatto arrabbiare. Il cielo resta lì, e funziona.

La sua luce, il suo colore. Quando è limpido, quando è velato dallo smog. Non perde mai la sua forza.

Ci sono mattine che brillano come gioielli. Una luce che sembra appena uscita da un dipinto. Poi arrivano i tramonti, e tutto si ammorbidisce, si scioglie in colori che cambiano senza chiedere attenzione.

Il crepuscolo diventa un passaggio lento: viola, blu, nero. La notte non cala mai di colpo. A Roma arriva piano, come se volesse accompagnarti.

E poi ci sono le ottobrate romane — che ormai sono anche novembrate e dicembrate — con quella luce piena, calda, quasi sospesa. Una luce da Settecento, da quadro antico, perfetta.

D’estate invece è l’opposto: una luce netta, tagliente, che disegna contorni precisi, quasi irreali. Architetture che sembrano uscite da una piazza metafisica.

È un cielo che non si limita a stare sopra.

Partecipa.

Sotto quel cielo la gente si ama. Sotto quel cielo la gente si ammazza. Sotto quel cielo si vive male, ma si vive intensamente.

Ed è qui che succede qualcosa.

Perché mentre tutto il resto ti spinge via, il cielo ti trattiene.

Non risolve nulla. Non migliora i servizi. Non chiude le buche. Non svuota i pronto soccorso.

Però ti ferma.

Ti costringe a restare ancora un po’.

E ogni volta che pensi di andartene davvero, arriva lui.

Il cielo di Roma.

E ti frega.

Sempre.

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