Pietre
Pietre
Roma è una città di pietre. Non di pietra. Di Pietre.
Vero, Roma è stata costruita con marmi, tufo, legno, calcestruzzo, cemento, acciaio, vetro, ferro. E tutto è stato distrutto, ricostruito, distrutto nuovamente, ma sempre qualcosa rimane e spunta fuori a raccontare delle storie. E sono sempre le pietre.
I sampietrini, che ora raccontano storie brutte di femori rotti e ferite che non si sanano sul corpo della città, piena di buche, ma che narrano anche la storia delle strade che tutte a Roma ti riportavano. Parlano le pietre del Pantheon, uno dei rarissimi esempi di marmi rimasti nella loro posizione originaria. Parlano le pietre delle statue smozzicate che ancora si affacciano per le strade del centro: il Babuino, Pasquino, Madama Lucrezia, Marforio.
Parlano e cantano le pietre con cui sono scolpite le fontane romane. Parlano e piangono le pietre di Roma.
Le pietre del portico d’Ottavia, le lastre di marmo su cui venivano posati i pesci del mercato, nel cuore di quello che dal 1555 divenne il Ghetto di Roma.
Piangono per ricordare la “Caccia all’ebreo”, che era una vera e propria incursione all’interno del ghetto da parte dei romani “gentili”. Piangono per ricordare i cancelli e il muro che li rinchiudeva in quello che era definito il Serraglio. Piangono per ricordare il Censimento voluto da Mussolini, che facilitò enormemente il rastrellamento degli ebrei romani da parte dei nazifascisti il 16 ottobre dei 1943.
Più di mille furono deportati ad Auschwitz, tornarono in 16. La Shoah non aveva scordato Roma.
Noi siamo abituati a non vedere quasi più la nostra città.
La percepiamo come un contenitore sporco o come un museo intoccabile, ma non riusciamo più a capire che invece Roma è viva, che le sue pietre sono vive nonostante il nostro tentativo di ammutolirle affogandole di brutture o relegandole a scenario maestoso per pochi privilegiati. E sì, parlano, ridono scherzano e piangono. Raccontano le storie dentro La Storia. Pagine bellissime e pagine orrende. Quelle del ghetto parlano di resistenza, di umanità, ma anche di perdita e dolore. E di memoria. Una memoria che però non è solo guardare indietro. Anzi serve per vedere meglio cosa abbiamo davanti

