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Giovedì gnocchi: la tradizione degli gnocchi alla romana

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Giovedi Gnocchi

Giovedì gnocchi

Giovedì gnocchi è una cosa che  tutti i romani sanno cosa significa.
Non perché l’abbiano studiata, ma perché è lì da sempre, come il ritornello di una canzone che conosci anche se giuri di non averla mai ascoltata davvero. Se qualcuno dice giovedì, qualcun altro risponderà gnocchi. E se nella stanza c’è un cultore, uno di quelli che non resistono alla tentazione di completare il giro, aggiungerà: e sabato trippa. Fine della conversazione. Nessuna spiegazione necessaria.

La tradizione del giovedì gnocchi è una di quelle formule che a Roma circolano senza bisogno di spiegazioni, come certe frasi che sembrano sempre esistite. Non è solo un modo di dire: è una piccola abitudine culturale che racconta il rapporto tra la cucina romana e il ritmo della settimana.

Quello su cui ci interroghiamo, semmai, è da dove venga questa usanza. Perché proprio il giovedì gnocchi. E la risposta, come spesso accade con le cose che funzionano da secoli, è molto più semplice di quanto ci piacerebbe. Nasce nei periodi di Quaresima, quando il venerdì si mangiava di magro. Quindi il giovedì ci si rimpinzava. Non per ribellione, ma per previdenza. Gli gnocchi diventavano una specie di carica preventiva, un modo per affrontare il venerdì con dignità e stomaco pieno.

Il sabato trippa, invece, perché con gli scarti delle spese fatte per i pranzi domenicali dei signori si riusciva a mangiare a buon mercato. Economia circolare ante litteram, senza slogan.

Gli gnocchi alla romana

Io tendo a pensare che quando si parla di giovedì gnocchi ci si riferisca soprattutto agli gnocchi alla romana. Non solo per tradizione, ma per logica. Sono fatti di semolino, ingrediente facile da trovare, economico, democratico. Si impastano con il latte, si stendono, si tagliano a dischetti come fossero 45 giri pronti a essere infilati nel forno.

Poi burro in abbondanza – e già qui partono le discussioni – e pecorino, o parmigiano se sei cresciuto in una famiglia più diplomatica.

Vanno infornati e lasciati lì fino a quando non si forma quella crosticina inconfondibile, che è metà piacere e metà minaccia: o li mangi subito o non li mangi più. Con un piatto tutto sommato economico – il burro escluso – si otteneva qualcosa di ipercalorico, festoso, quasi eccessivo. Esattamente quello che serviva per attraversare il venerdì di magro senza drammi.

Un piatto che non cercava l’eleganza, ma la soddisfazione.

Il burro, appunto. Non è un elemento tipico della cucina romana, ed è anche il motivo per cui ogni tanto qualcuno si sente in dovere di dire che gli gnocchi alla romana non sarebbero davvero romani. Come se la cucina fosse un recinto chiuso e non un jukebox pieno di contaminazioni.

Su questa faccenda, però, ha messo la parola fine Pellegrino Artusi, https://www.pellegrinoartusi.it/ che non era uno qualunque. Nella sua opera La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene stabilisce che gli gnocchi di semolino sono uno dei sette piatti dichiaratamente romani.

Game over.

Come quando un critico musicale che stimi dice che quell’album è un classico: puoi continuare a non amarlo, ma non puoi più negargli il posto che occupa.

E forse è proprio questo il punto. Giovedì gnocchi non è una regola alimentare, è una playlist mentale. Una di quelle sequenze che non salti mai, anche se sei in shuffle da anni. È una frase che funziona da sola, che non ha bisogno di spiegazioni, che puoi dire a tavola, al mercato, o mentre stai pensando a tutt’altro. https://www.iltalentodiroma.com/2023/04/22/sabato-trippa-trippa-alla-romana/

Non parla solo di cibo, ma di ritmo. Di attesa. Di come si organizzavano le settimane quando contavano i giorni e non le notifiche.

Giovedì gnocchi.
Non perché dobbiamo.
Ma perché alcune cose, quando sono state ascoltate abbastanza a lungo, smettono di sembrare scelte e diventano abitudini felici.