Patrizia Cavalli, poeta – non poetessa
Patrizia Cavalli, poeta – non poetessa.
O della chiarezza della poesia e dell’essere poeta.
Quando è morta Patrizia Cavalli, nel 21 giugno del 2022, la prima cosa che ho fatto è stata cercare le parole, un commento – chissà perché, poi; forse, perché riempire, con un rumore qualsiasi, il vuoto che lascia chi va via, è l’unico modo che abbiamo per non affrontare la sordità del dolore – di Chiara Valerio, sua grande amica. Ho trovato un post su Instagram, una poesia. Recitava,
“Duro intelligere e morbido sentire, / il peggio che ci possa capitare”
(da Pigre divinità e pigra sorte, Einaudi 2006).
Mi sono fermata a pensare a quanto fosse potente questo distico – potente come Patrizia. E quanto questa combinazione di sentimento [un duro intelligere che non fornisce pietà alcuna all’indagare della vita, e il morbido sentire, che lascia sempre le carni a sanguinare, per troppa umanità] rappresenti, nei fatti, l’estetica più intima di un poeta.
E poeta, Patrizia lo è stata subito, e in maniera strabiliante.
Scoperta da Elsa Morante, – il loro incontro è raccontato in una sua intervista a Scrittori per un anno, un programma di Rai Educational dedicato ai grandi contemporanei della letteratura – pubblica nel 1974 – già per Einaudi – la raccolta Le mie poesie non cambieranno il mondo, rovesciando il titolo di una pubblicazione della Morante di qualche anno prima, Il mondo salvato dai ragazzini.
“Qualcuno mi ha detto
che certo le mie poesie
non cambieranno il mondo.
Io rispondo che certo sì
le mie poesie
non cambieranno il mondo.”
Patrizia Cavalli non vuole salvare nessuno, ma può sedurre tutti.
Si dichiara in una letteratura senza artifizio, dà al corpo una profondità che parte da lontano; confessa un’esperienza continua che è quella della vita, dell’intelligenza, dei sensi usati a tutto tondo.
Nasce a Todi nel 1947 ma sceglie Roma, come città di studi e di adozione. Oltre alla Morante, in lei riecheggiano le suggestioni di Sandro Penna, Umberto Saba – ma mantiene, la sua poetica, uno stato di autenticità riflessiva, una “sapienza prosodica stupefacente”, citando il filosofo Giorgio Agamben.
Patrizia pubblica un’unica prova di prosa narrativa (Con passi giapponesi nel 2019, vincitore del Premio Campiello), traduce Shakespeare per Einaudi e dà alla luce sette raccolte poetiche, l’ultima è del 2020 (Vita meravigliosa). Qui, si avverte l’eco della malattia che da qualche anno combatte, e che la porterà alla morte.
Ma è di vita che lei parla, dell’uomo osservato come categoria emotiva, del movimento e della bellezza di ogni singola parola – se usate nella realtà, e con pertinenza; altrimenti, risultano “logorate dall’uso. Bisogna aspettare che ritrovino un’innocenza” (da un’intervista con Leonetta Bentivoglio, su «la Repubblica» del 2016).
Pertinente è la sua poesia, e immediata. In essa si scopre il canone antropologico della complessità dietro l’apparenza semplice, che ne rende il contenuto – e il contenitore – alla portata di ognuno; il gioco del corpo come unità di misura della vita e l’amore – o meglio, l’eros – come epifania poetica cui volgersi, nell’opposizione permanente tra luce e buio, tra terra e cielo, tra castità e desiderio.
E io al desiderio penso, quando penso a Patrizia. Alla sua casa in Campo de’ Fiori, al suo desiderio di essere bella “senza sapere che in realtà ero bella”, alle cene chiassose e sfarzose di cui parla Filippo La Porta nel suo memoriale sull’amica poeta, “esageratamente sontuose, sfrontatamente lussuose”, dove lo stare insieme coincideva con il senso stesso del desiderarsi al mondo. E Patrizia è ormai nel nostro desiderio, ogni volta che sfogliamo un suo libro, appuntiamo un verso, la scegliamo come regalo di compleanno per un caro amico che non ama la poesia – mi piace vincere facile.
“E me ne devo andare via così?
Non che mi aspetti il disegno compiuto
ciò che si vede alla fine del ricamo
quando si rompe con i denti il filo
dopo averlo su sé stesso ricucito
perché non possa più sfilarsi se tirato.
Ma quel che ho visto si è tutto cancellato.E quasi non avevo cominciato.”
Patrizia Cavalli, da Vita meravigliosa, Einaudi – 2020
Io, di poesie appuntate, ne ho parecchie. E voi?

