Mastro Titta. Mostro o fedele esecutore?
Mastro Titta. Mostro o fedele esecutore?
di Giulia Tubili
Mastro Titta. Se sei romano, non puoi non conoscere il Boia per antonomasia che diede il “nome” a tutti i suoi successori.
Nato a Senigallia il 6 marzo 1779, il suo vero nome era Giovanni Battista Bugatti e la sua storia giunge a noi in uno sfilacciato intreccio di informazioni a tratti incoerenti. Per ciò che riguarda i cenni biografici inerenti alla sua professione abbiamo, invece, numerosi dettagli utili ad approfondirne il lavoro a servizio della Chiesa.

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Ufficialmente lavorava come verniciatore di ombrelli ma quel che lo caratterizzava era il suo ruolo di traghettatore di criminali lungo il tragitto del trapasso. Mastro Titta ebbe una fiorente carriera pressoché ininterrotta: 68 anni di servizio di ben sei Papi, da Pio VI a Pio IX. Unica eccezione a sospendere il percorso del boia si verificò per pochi mesi nel 1849, quando la Repubblica Romana di Mazzini scalzò il Papa abolendo la pena di morte. Non ci volle molto prima che il potere temporale tornasse nelle mani di Pio IX e, di conseguenza, che Mastro Titta vestisse nuovamente i suoi tetri panni scarlatti. Un mantello, nel particolare, che lo rendeva riconoscibile ai più.
L’uomo viveva nella cinta vaticana, lungo la riva destra del Tevere (Vicolo del Campanile, Rione Borgo) ed era lì che era costretto a rimanere quando non venivano richiesti i suoi macabri servigi. Attraversare luoghi come Ponte Sant’Angelo significava rischiare il linciaggio sebbene, buona parte del popolo capitolino, mostrasse sinistro entusiasmo nell’assistere alle esecuzioni di “meritevoli”. Si svolgevano sulla sponda sinistra del Tevere (Piazza del Popolo, Campo de Fiori, Piazza del Velabro) in diverse maniere: dal mazzolamento (colpi di mazza) alla recisione del capo; dall’impiccagione allo squartamento fino all’arrivo della ghigliottina, marchingegno francese e moderno.
I condannati venivano dati in pasto al pubblico ludibrio, cui veniva offerto un vero e proprio spettacolo. Tra gli spettatori, appunto, padri che portavano i figli maschi a seguire la scena cruenta come monito sull’importanza del rispettare la legge. Come rafforzativo, i bambini venivano schiaffeggiati affinché il messaggio rimanesse impresso. La figura di Mastro Titta, contrariamente alla sua attività considerata d’intrattenimento, era detestata dalla gente della Capitale. Il numero delle sue vittime ammonta a circa 516 e ne siamo consapevoli perché il boia soleva appuntarsi tutto su un taccuino, comprese le mutilazioni inerenti ai capi d’imputazione per crimini minori. Inoltre, Mastro Titta non operava soltanto a Roma ma si spingeva anche oltre il Lazio. Più che famigerato, il boia fini su bocche e penne anch’esse rinomate, tanto che Lord Byron e Charles Dickens ne citarono l’apparentemente impietosa maestria. I due inglesi, sconcertati da tale violenza, palesarono uno sbigottimento ancor più sentito nel notare come il popolo reagisse galvanizzato allo scenario proposto.
Per certi versi, si potrebbe definire la fama di Mastro Titta come ambigua e divisiva. Non è facile farsi un’idea sulla sua indole o sulla sua morale e, a contribuire a tale confusione, fu l’opinione scissa tra gli anticlericali che lo detestavano e chi, invece, lo descriveva come un individuo diametralmente opposto al suo atroce impiego. Si dice che anche che, in fondo, fosse un uomo compassionevole e che capitava offrisse un bicchiere di vino o una presa di tabacco a coloro i quali sarebbero poi finiti nelle sue fatali mani. Cercava di rassicurarli, garantendo un intervento rapido il più possibile.
Mastro Titta tenne fede alla sua mansione dai 17 agli 85 anni, quando venne il momento di concedersi una lauta pensione e il limitarsi alla formazione degli apprendisti. Oggi, viene ancora omaggiato tramite libri, film nonché presso il Museo Criminologico di Palazzo del Gonfalone, dov’è possibile imbattersi nel suo iconico mantello scarlatto.
In un costante, spesso nauseante, moto di evoluzioni e involuzioni, il nostro mondo cambia. Cambiano le menti e così ciò che possono partorire. Dunque, cambiano le leggi, i pensieri, la visione del concetto di punizione. Ciò mi porta a riflettere: la pena capitale, ai tempi di Mastro Titta, era norma e regola. Mastro Titta era quindi da considerarsi un cittadino diligente o un sadico assassino? Lo si può reputare un serial killer, malgrado obbedisse agli ordini impartitigli dai “piani alti”? Oppure godeva nell’essere colui il quale sottraeva l’ultimo fiato ai nemici della giustizia? Quanto c’entrava la sua devozione a ciò che è “giusto”?
Sarebbe interessante, se la leggenda legata al boia fosse vera, chiederglielo di “persona”: si vocifera che il suo spirito infesti le notti su Ponte Sant’Angelo ma che non nuoccia ai passanti. Anzi, pare che offra tabacco a chi lo incontra non senza sfoggiare il manto che porta il colore del sangue da egli stesso versato.
E se, complice l’Estate Romana, tentassi un approccio? Se dovessi incontrarlo, sarà uno scoop e sarete i primi a leggerne il resoconto.

Si ringrazia Laura Aurizzi ph
Autrice
Giulia Tubili è attrice e scrittrice. Nel 2022 è uscita la sua raccolta di racconti “Codice a sbarre” per la casa editrice Il ramo e la foglia.

