Il Talento a cena: il miracolo delle tavolate romane
Talento a cena
Non ho mai capito quale sia la formula perfetta per far riuscire una cena. Ancora oggi penso che non esistano regole precise.
Eppure, quando il miracolo avviene, il mangiare insieme diventa qualcosa di diverso: non è più solo nutrimento ma un momento di condivisione totale, un piccolo rito collettivo.
Qui vi racconto una di quelle serate in cui tutto ha funzionato.
Il rischio di una cena sbagliata
Metti un pomeriggio tumultuoso, disguidi e comportamenti scorretti quanto basta di persone inattendibili, mischia con la sacralità del pasto libero dell’organizzatore a dieta da otto mesi, aggiungi l’esuberanza di un diciassettenne che sta iniziando da poco ad aprirsi a gusti variegati, e già si comincia a delineare la ricetta perfetta per un disastro annunciato.
Invece no, intanto si inizia con la scelta del locale e qui gioco facile, perché scelgo di andare a cena a “casa”, all’Osteria di Monteverde, (https://losteriadimonteverde.simply.site/) e già alla lettura del menù si coglie una rilassatezza crescente, la presidente del Talento di Roma lascia il lavoro fuori dal locale, gli animi si rilassano e capisco come sarebbe stata la cena quando la maggioranza del tavolo decide di affidarsi allo Chef, nel modo più classico, fate vobis, salvo poi scegliere un piatto dopo la sfilata di quelli che da antipasti son diventati cena completa.
Il tavolo si rilassa
Mentre con Sandro https://www.iltalentodiroma.com/2022/12/01/la-gioia-fa-parecchio-rumore/ e Stefano discutevamo animatamente sull’essere tifosi come malattia e come ci sia una maggiore abitudine a una sconfitta e i discorsi si intrecciavano su vari argomenti tra i diversi commensali, inizia la cena con una tartare di tonno obeso abbinata ad un sorbetto di peperoni commovente, sudore freddo di fronte al più giovane che non ama il pesce e non lo ha mai assaggiato crudo, ansia che si trasforma in gioia quando lo stesso ne magnifica il gusto, il primo scoglio è stato passato agilmente e si può continuare, mentre un Roero Arneis ci rinfresca la gola e le chiacchere si allargano sui vari argomenti dello scibile umano.

Continuano i piatti, tensione sull’insalata di nervetti e sulle animelle ma lì si scopre che l’animo romano si trasmette per osmosi perché sono tutti una serie di successi che si completano nell’apoteosi di una trippa fatta a regola d’arte, con me e Sandro Bonvissuto, che tolti i panni di autore e di vicepresidente, torniamo ristoratori e sporzioniamo per tutti per poi raccogliere i piatti per aiutare le ragazze della sala, lo so non si dovrebbe fare, ma è una malattia incurabile.
Quando la tavola diventa comunità
Dall’Arneis passiamo a un Timorasso mentre pane ed olio vengono presi d’assalto nonostante tutte le portate che continuano a succedersi e arriviamo alla scelta del piatto per proseguire viene scelta l’amatriciana, splendidamente fatta col bucatino, grazie chef, alette di pollo marinate prima della cottura e uno splendido pannicolo con riduzione di vino rosso, rimaniamo sui bianchi ma andiamo su un vino di maggior struttura un bel collio di Raccaro, azienda che conosco benissimo e amo profondamente, nel dubbio ce ne beviamo due.


La cena continua placida tra risate, battute continue che tirano in mezzo anche i ragazzi dell’Osteria sorbetti o dolci per chi gradisce e diventa evidente il successo della stessa nel momento in cui nessuno ha fretta di andarsene, il tempo è sospeso, si parla di tutto anche di argomenti serissimi come l’editoria, le voci invece di sovrastarsi si fondono, i piatti continuano ad arrivare e nel tepore di una sera romana mi accorgo di aver partecipato alla cena che vorrei sempre organizzare, cibo e vino meravigliosi, ma le persone che si sono fuse in un’alchimia naturale l’hanno resa veramente una cena di Talento, che sia il Talento di Sandro o il Talento di Roma, o che sia il Talento dello Chef, fa poca differenza è stata una di quelle serate che auguro a tutti di vivere e che Roma aiuta a creare con la sua sorniona complicità.
Capisci poi il successo della serata quando il conto perde qualsiasi importanza, perché non c’è cifra che possa misurare una tavolata riuscita.
Forse è per questo che non ho mai capito davvero quale sia la formula per far riuscire una cena: quando accade, semplicemente succede.



