Tormarancia nel cuore
Tormarancia nel cuore
Tormarancia, arrivo. Dura la vita di noi reporter. Siamo costretti a spostarci in territori sconosciuti e pericolosi.
Guardate me. Ho dovuto attraversare un intero corridoio per arrivare al tavolo da pranzo e intervistare mio padre Marco.

Poi, mi sono persino dovuta affacciare dal balcone per godermi il tramonto su quella che i romani chiamano (o forse chiamavano) Tormarancio.
A mio padre piace l’idea di aiutarmi e di parlare di ciò che ama. Quindi, senza altro indugio, trascrivo fedelmente ciò che ho registrato.
Ricordo molti aneddoti che tu raccontasti su Tormarancia. Ci hai vissuto?
Praticamente sì. Sono nato presso la Clinica Marco Polo nel 1959 e tutti i miei ricordi sono legati alla casa del quartiere Ardeatino al confine con Tormarancia. A parte una parentesi di sette anni appena sposato, il desiderio di ritornare nella mia zona mi ha condotto a vivere poche centinaia di metri più in là, in una zona che appartiene a entrambi i quartieri.
Che differenza c’era tra l’Ardeatino e Tormarancia?
Dagli anni ‘60 e ‘90, il primo era considerato il quartiere abitato da famiglie borghesi e ricche mentre attorno a Tormarancia circolavano voci che la dipingevano come malavitosa e, data la presenza di case popolari, era un quartiere “plebeo”.
Ed era davvero così?
In parte, sì. L’area urbana più vicina alla via Ardeatina e retrostante le Fosse Ardeatine era ed è ancora abitata da persone decisamente benestanti ma il resto del piccolo quartiere in realtà era vissuto da famiglie appartenenti a ceti decisamente meno alti. Con il passare degli anni, poi, le differenze si sono fatte molto labili e oggi, fatta salva la zona citata, non c’è poi grande differenza tra i due quartieri.
Però, ricordo che mi raccontavi di dispute fra ragazzini dell’uno e dell’altro quartiere. Mi fai un esempio?
Le elementari e le medie le frequentai nelle scuole pubbliche a Tormarancia. Non ci furono mai violenze ma, sicuramente, i bambini e ragazzi avvertivano il peso di pregiudizi appartenenti più agli adulti. Noi, messi in guardia dai genitori, avevamo timore di quelli che erano considerati figli di galeotti e gli “shangaini” si sentivano discriminati. In realtà, frequentavamo le medesime scuole e luoghi d’incontro e volavano più prese in giro che schiaffi.
Certo, episodi di “sconfinamento” ce ne furono molti. Ero piccolo quando arrivò un drappello di ragazzini a Piazza Lante e assaltarono la pizzeria, sfilarono tutti i polli dagli spiedi e li lanciarono in strada. Non era furto ma teppismo atto, probabilmente, a ricordare che sfidarli poteva essere pericoloso.
Una volta, vicino a via Mantegna, quindi secondo i confini mentali e culturali eravamo noi ad essere in zona “loro”, un mio amico ed io venimmo circondati e lui se la diede a gambe. Poteva finire male ma, in realtà, quei ragazzi tanto minacciosi mostrarono di apprezzare il fatto che non fossi scappato rispettando una sorta di codice implicito di comportamento onorevole ed espressero il disagio che provavano nel sentirsi trattati da delinquenti solo perché abitanti delle case popolari.
Hai usato il termine “Shangaini”? Che vuol dire?
Tormarancia fu voluta dal Duce che intendeva “ripulire” il centro storico e l’Urbe dagli indesiderati e spostò gli strati popolari più poveri nella cosiddetta Buca di Shangai, un territorio rurale segnato da ruderi, catacombe paleocristiane, torri d’avvistamento, e dalla marana che conferiva alla baraccopoli costruita nel fango questo nome. Forse, proprio miseria e fango la fecero associare alla allora poverissima città cinese.
Cosa ti piace di Tormarancia?
Come tanti altri quartieri e rioni più conosciuti, penso a Garbatella o a Testaccio, la Street Art ha conferito ancora più fascino alle case popolari, in particolare a quello che tutti conosciamo come il “Cinque di Coppe”, poco più avanti di casa nostra. Il nome è ovviamente dovuto alla disposizione delle palazzine del Lotto. I murales sono opere d’arte, a mio avviso, e parlano di Roma e della sua storia. Inoltre, per me che sono un tifoso romanista, l’effige di Di Agostino Di Bartolomei, capitano della “Maggica” che vinse il secondo scudetto, è simbolo e sinonimo di casa… di famiglia. Sento di appartenere a questa zona urbana e anche a Tormarancia che non ho mai vissuto come un quartiere a sé ma parte integrante e importante della “mia città”, quella da cui non mi sono mai voluto staccare. Roma è tutta bella ma qui ho sempre vissuto bene.
Devo dire che questa ultima affermazione vale anche per me. Ci ho vissuto e ci torno sempre volentieri perché è casa.
Ho anche posato per un servizio fotografico di Laura Aurizzi proprio dentro al Cinque di Coppe e mi muovevo bene, ero a mio agio. Mi piacerebbe scrivere una sceneggiatura ambientata fra queste strade, in queste case o, ancora di più, avere un ruolo in un film che usi Tormarancia come set.
In realtà, nel parco che la circonda ho girato in notturna per un corto a cui sono affezionata ma ci sono angoli e particolari luoghi che sarebbero perfetti per raccontare Roma e il suo talento d’Araba Fenice.
L’odore di tufo e di marana ancora si avvertono forti in molte aree ma per me è l’odore del tempo passato e presente. Non profuma come una madeleine ma il meccanismo della memoria è lo stesso. E qui di memoria ne abbiamo da vendere!

Laura Aurizzi Ph
Autrice
Giulia Tubili è attrice e scrittrice.
Nel 2022 è uscita la sua raccolta di racconti “Codice a sbarre” per la casa editrice Il ramo e la foglia.

