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Giulia Tofana e l’Acqua Tofana: storia e leggenda di un veleno a Roma

Rappresentazione del fantasma della Contessa Cenci realizzato dall'illustratrice Lisa Merletti

Giulia Tofana e la sua acqua

Settembre, quest’anno, subisce uno sfratto confuso.

Ciclicamente si dilegua insieme alla notte ed è come se spirasse con la promessa di una resurrezione. Passeggio riflettendo su un fatto disarmante: sono tempi scompaginati. Sento addosso gli aliti tiepidi di un’estate ostinata e i brividi di un’epoca pericolosa.

È tardi e io non ho compagnia. Sprovvista del diritto di una meritata solitudine, mi sono lasciata cullare dal tramonto di Roma. Dalla sua aura croccante e solida, capace di ammantare anche la decadenza di una strana forma di romanticismo.

Poi mi ricordo che vesto panni stretti e succinti per volere altrui.

Ricopro il ruolo della donna che, funambola, attraversa il filo maschile del rischio. E pur non desiderando comportarmi in maniera prevenuta, mi accorgo di aver velocizzato il passo. Mi chiudo nella giacca. Occhieggio il fianco destro e il sinistro, più volte.

— Giulia?

Ho le traveggole?

Devo aver scambiato lo squittio di un pipistrello per un richiamo. Non mi fermo. Anzi, procedo a spron battuto verso una fonte di luce più forte.

— Giulia? Giulia, ti prego! Giulia?

D’accordo. Il confine tra realtà e immaginazione comincia a farsi labile. Si assottiglia e dunque, pur non scorgendo anima viva, mi fermo.

Tendo l’orecchio, nel tentativo di regolare la tachicardia che mi ottunde l’udito.

Non c’è nessuno.

Nessuno, oltre a me.

— Giulia? Mi senti? Giulia!

Ruoto di scatto sui talloni e vengo attratta dalle mura che abbracciano Piazza Cavalleggeri.

Forse sembro pazza, ma è proprio lì che scorgo l’intermittenza di una sagoma evanescente.

— Ti sento.

— Giulia! Sei tu?

È un accorato lamento femminile, la cui eco spettrale non mi suggerisce nulla di conosciuto. Ma, a quanto pare, lei conosce me.

— Sono io. Chi mi chiama?

Un drappo di silenzio si srotola e si espande, neanche potesse accogliere l’intera capitale.

— Eppure la tua voce la ricordo differente… in che anno siamo?

Spiego che ci troviamo nel 2023 e un sospiro sconsolato pare trasudare dalla parete stessa.

— Non sei la Giulia che cerco io. Giulia Tofana.

Sono perplessa e insieme curiosa. Di sicuro non spaventata.

— Non conosco questa donna, ma per favore parlami di lei.

È con uno spirito che ho a che fare. Ha un bagaglio di storie con sé ma non può partire. Non può lasciare questo posto.

— Ti chiedo scusa per l’avventatezza. Sono la Contessa di Ceri e, per un attimo, ho davvero sperato che Giulia fosse venuta a parlare con noi.

— Noi?

— Non sono la sola a impregnare queste mura, mia cara. Io e non so quante altre, tra le seicento donne condannate, fummo murate vive qui, a Porta Cavalleggeri, per impietoso volere dell’Inquisizione.

Sì, è vero: Giulia Tofana ci ha rese assassine, ma nessuna di noi possedeva alternativa.

Non so se sia vero che Giulia sia scampata alla pena capitale. Se così è stato, lo ritengo giusto.

Probabilmente ora è sospesa tra cielo e terra.

Ringrazio Dio se è riuscita a scamparla.

Non aveva nulla di cui pentirsi.

L’Acqua Tofana

Immagino che la figura femminile venga ancora associata al veleno. Non è così?

Giulia Tofana era una meretrice ma, soprattutto, un’artista del veleno.

Lo vendeva alle mogli che subivano i soprusi dei rispettivi mariti.

La sua Acqua Tofana è tutt’ora una magia per me: inodore, incolore, insapore. Un’acqua letale che, se centellinata, causava una morte apparentemente naturale.

Si componeva di:

acqua

limatura di piombo

anidride arseniosa

succo estratto dalle bacche di belladonna

limatura di antimonio

Uno dei clienti di Giulia la espose, mettendola in pericolo.

Grazie all’aiuto di frate Girolamo, Giulia si trasferì da Palermo a Roma.

L’intenzione era cambiare vita.

Ma presto capì di non poter restare indifferente davanti agli uomini che umiliavano, picchiavano e stupravano le loro consorti.

Riprese quindi i traffici clandestini del suo funesto rimedio.

Era il Seicento e la peste dilagante le permetteva di mimetizzarsi tra i veli della pandemia.

La confessione della Contessa

Il flusso ipnotico delle parole della Contessa si spegne come una candela alla sua ultima lacrima di cera.

Attendo qualche istante.

Poi la incalzo.

— Cosa ti tormenta?

Un sospiro tremulo.

— Mi chiedo come sarebbe andata se io non fossi stata tanto affamata di morte.

Non è colpa di Giulia se siamo tutte stipate qui per l’eternità.

La colpa è mia.

Mi aveva avvertita:
poche gocce al giorno nel vino o nella minestra… abbi pazienza e il gioco sarà fatto.

Ma io ero esausta.

Massacrata.

Avvilita dall’uomo al mio fianco.

Così gli versai l’intera boccetta.

Fu allora che Giulia venne scoperta.

E noi insieme a lei.

L’unica consolazione che mi resta è il vivido ricordo di mio marito che decede.

Stavolta sono io a non fiatare.

Assimilo.

Lascio che le informazioni si sedimentino.

Forse non sarà mai possibile comprendere davvero.

Ma conoscerle mi arricchisce.

Mi rende più consapevole.

— Ti ringrazio per aver condiviso con me la tua storia.

Non ho miscele da offrirti per lenire il tuo spirito.

Posso solo invitarti al riposo perpetuo.

Carezzo il muro.

Freddo.

Umido.

Mi pare di udire un pianto.

Non è più posto per me.

Mi allontano piano.

Finché l’alba non mi inghiotte.

L’autrice

Giulia Tubili è attrice e scrittrice.
Nel 2022 ha pubblicato la raccolta di racconti “Codice a sbarre” per la casa editrice Il ramo e la foglia.

Puoi leggere altri racconti e storie dedicate a Roma su Il Talento di Roma. https://www.iltalentodiroma.com/2023/09/09/tormarancia/

Per approfondire la figura storica di Giulia Tofana:
https://it.wikipedia.org/wiki/Giulia_Tofana

Giulia Tofana realizzò un veleno che, aggiunto agli alimenti, lentamente uccideva senza lasciare traccia.

La morte appare ai convitati, 1635 circa, New Orleans Museum of Art – Pubblico Dominio