Asmara: ristorante eritreo a Roma in Via Cernaia
Asmara: ristorante eritreo in Via Cernaia, 36
di Aurora Lisi
“È arrivato il momento di portarti in un posto a me molto caro!” In una sera d’inverno, predominata da un appetito famelico (evento per nulla raro), una tra le persone a me più care (che chiameremo Antonio per facilità) mi affermò con lirismo: “È arrivato il momento di portarti in un posto a me molto caro!” Dalla proposta irrifiutabile mi ritrovai nel breve lasso di una passeggiata, in uno spazio dal profumo insistente di spezzatino piccante e legumi vari.

Tra le sculture e maschere africane dall’intenso linguaggio espressivo, specchiava pigramente la testa calva del proprietario, il quale teneva stretto il menu sgualcito dal tempo, pronto per essere posato sulla nostra tavola da due.
Antonio rilassò i muscoli del corpo e con caloroso sorriso mi invitò a sedere. Il luogo di cui sto parlando è “Asmara” ristorante eritreo situato in Via Cernaia 36.
È affascinante come la cucina africana sia così variegata e attraente. Il tutto è dovuto dalla sua collocazione tra Europa, Asia ed Africa che a sua volta nel tempo ha ricevuto gli influssi di numerose tradizioni culinarie: araba, indiana, nilotica ed italiana. I piatti tipici sono molteplici: sambussa, dulot, katenga, spriss asa e moltissimo altro
Ma ciò che è necessario citare è il mio beneamato zighini servito sul injera, pane azzimo tipico eritreo-etiope, dalla consistenza spugnosa e dal sapore acidulo, dovuto alla sua lenta fermentazione a base di farina di teff e acqua, che ben si sposa con i sapori forti e speziati della cucina. Difatti, il piatto è servito con varie tsebhi (carni di pollo o agnello) accompagnate riccamente di vegetali, alicha birsen (minestra di lenticchie), tesmi (burro stagionato) e un numero senza fine di spezie.
Le posate non sono contemplate, sconsiglio vivamente la richiesta di queste, per non essere causa del cambiamento di umore del proprietario Joseph e per la possibilità di vivere a pieno l’esperienza. Inoltre, è solito condividere il piatto con i commensali (capisco chi per il giorno di sgarro non ha intenzione di farlo).Ricordo ancora la sensazione di spaesamento iniziale. A fianco a me una famiglia africana che aveva ben chiaro come si mangiassero quei piatti, l’uno imboccava l’altro. I loro gesti si ammantarono di luci misteriose, si vestirono di stupito candore, diventarono poesia per chi come me ha osservato lungamente. Così le precedenti perplessità mutarono nel coinvolgimento totale della tradizione. Spezzai il injera e con questo feci uso dell’abilità coltivata da quando ne ho memoria: la scarpetta (in fondo il processo è il medesimo, a differenza della consistenza del pane meno stabile).
Cosa rimane di quel giorno? Indubbiamente il pungente odore del tsebhi e l’alicha birsen tra le dita.
Ah per quella sera…uscimmo felici.
Asmara è superconsigliato.
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