Nettuno
Nettuno, la perla della costa del Tirreno
di Claudia Mancini @levanteletterario
Avete mai provato a camminare per il Borgo di Nettuno alla prime luci dell’alba? Quando l’aria è fresca anche d’estate e i palazzi che si colorano di luci vive, sembrano avere un’anima.

Il mio balsamo per districare pensieri e gomitoli delle viscere è perdermi tra i vicoli di questa città. Profumo di cornetti appena sfornati, il naso segue ciò che il cuore desidera, ma il nutrizionista te lo sconsiglia e quindi puoi solo immaginare quello che il pasticcere sta facendo, la crema calda, lo zucchero a velo impiastricciato sulle dita e la giornata inizia a prendere forma.
Fare colazione da Anna, nel suo bar dentro il Borgo, lo considero un rituale di bellezza, perché oltre a osservare la storia e immaginare Paolo Segneri che percorreva questi vicoli, tu sei immerso in un tempo presente fatto di folklore e umanità. Anna ride, prima si incazza, poi ride, con la bocca spalancata come ad accogliere tutto il mondo intorno. Lei e la Madonna delle Grazie sono i veri monumenti di Nettuno. La prima non fa le grazie ma i panini con la salsiccia più buoni del mondo, la seconda ti assolve dai peccati.

Le botteghe, le persone, il mare ai piedi della città, in lontananza la campagna, cuore pulsante di Nettuno, paese di vigne, transumanza, cicoria e polli. Ma anche di “incollatori” e “priore”. Se non sapete cosa o chi siano, venite la prima settimana di maggio a Nettuno, percorrete tra la folla la processione che porta la Madonna dalla chiesa di San Rocco alla chiesa di San Giovanni, percepirete pathos, amore, devozione. Non solo tra i cattolici, anche tra i laici, perché la Madonna delle Grazie non è solo religione, è la mamma che perdona e protegge. Dai balconi lanciano petali di fiori, quando Lei cammina sulle spalle degli “incollatori”, dalle finestre e tra la folla tutti urlano “Evviva Maria” e Lei piena di oro donato come pegno, sembra sorriderti.
Di Nettuno amo il suo radicamento, sarà perché le mani sporche di terra sono il segno distintivo dei nettunesi, o perché è una città che da sempre ha dovuto difendersi. Assaporarne quindi l’attaccamento ti fa sentire parte di una collettività, di un progetto comune.
Nettuno è orgogliosa, toccategli tutto ma giù le mani da Bruno Conti, Pierpaolo Piccioli, Antonio Rezza, il Cacchione e il baseball. Sono i comandamenti del buon nettunese. Perché tu puoi non conoscere la poesia dell’alba che sorge da Torre Astura, o l’odore dei funghi settembrini al bosco di Foglino, anche detto “La macchia”, ma guai se non sei mai andato almeno una volta allo stadio Steno Borghese a tifare Nettuno. Guai se non hai mai detto “chesso è de Nettuno” mentre Bruno Conti diventava Campione del Mondo. Mentre Pierpaolo Piccioli portava nelle passerelle più importanti del mondo il suo genio, diventando Designer of the year. Mentre il Cacchione vince premi e riconoscimenti. Mentre ad Antonio Rezza viene conferito il Leone d’oro alla carriera.
Questa è Nettuno, genio, miti, leggende e tradizione. Sarà per questo che me ne sono innamorata, perché quel cordone ombelicale appartiene anche a me. Perché quello 00048 impresso sulla mia carta d’identità non sta ad indicare solo un riferimento geografico, ma la scelta di risiedere in luogo che è stato capace di formarmi, donandomi panorami poetici, umani che mi vogliono bene e cibo da leccarsi i baffi.
Io non sono figlia di Nettuno, ma l’ho scelta e la scelgo ogni giorno, perché qui non mi sento persa e perché sogno che torni a essere quella che il grande Gianni Capobianco cantava: “La perla della costa del Tirreno”.
Qui invece Claudia ci ha parlato di Anzio

