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Dove non mi hai portata di Mariagrazia Calandrone – Recensione

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Dove non mi hi portata

Dove non mi hai portata di Mariagrazia Calandrone

Il libro protagonista del #romatralepagine di marzo

di Claudia Mancini

Immersione.

È la prima parola che mi suggerisce “Dove non mi hai portata” di Mariagrazia Calandrone.  https://www.einaudi.it/catalogo-libri/narrativa-italiana/narrativa-italiana-contemporanea/dove-non-mi-hai-portata-maria-grazia-calandrone-9788806257477/Non perché la protagonista si sia immersa nel Tevere per non riemergere più, ma perché l’altra protagonista di questa storia – l’autrice stessa – compie un’immersione totale nel passato.

Una ricerca profonda e dolorosa.

Un viaggio tra archivi, testimonianze, paesi lontani e memorie spezzate per ricostruire la vita dei suoi genitori: Lucia e Giuseppe. Ma anche per ritrovare le tracce della terra da cui provengono, Palata, piccolo paese del Molise, e per comprendere le emozioni che tutto questo inevitabilmente suscita.

Ci vuole coraggio per circumnavigare l’iceberg dei ricordi.
Ci vuole ancora più coraggio per gettare l’ancora e tuffarsi sotto la superficie, dove riemergono dolore, amore e tutto il bagaglio emotivo che un’esperienza così ruvida lascia in eredità.


Una storia già iniziata

Mariagrazia Calandrone ci aveva già regalato un libro potente con “Splendi come vita”, un’opera dedicata alla famiglia che l’ha adottata dopo il gesto estremo dei suoi genitori biologici.

Lucia e Giuseppe, infatti, abbandonarono la loro bambina a Roma, davanti al cancello di Villa Borghese, lasciando una lettera al giornale l’Unità per chiedere che qualcuno si prendesse cura di lei.

Poi si tolsero la vita gettandosi nel Tevere.

In Dove non mi hai portata Calandrone torna su quella storia, ma lo fa da un altro punto di vista. Qui il centro della narrazione è Lucia, una donna fragile e complessa, una figura segnata da una vita difficile, dolorosa e allo stesso tempo delicata.

È una donna di ieri, eppure a tratti sembra incredibilmente contemporanea.


Cercare la verità

Leggendo queste pagine mi sono chiesta spesso cosa provasse l’autrice mentre ricostruiva, passo dopo passo, ogni frammento della storia di sua madre.

Rintracciare documenti, incontrare testimoni, attraversare luoghi e ricordi.

Un lavoro di scavo emotivo e umano che richiede una sensibilità rara.

Perché non si tratta solo di scoprire la verità, ma di interpretarla.

Capire, ad esempio, che quel gesto estremo – il suicidio dei genitori – non era un abbandono nel senso più semplice e crudele del termine, ma forse un atto disperato di amore.

L’unico modo, forse, che Lucia e Giuseppe riuscirono a immaginare per mettere al riparo la loro bambina da una realtà che sentivano troppo dura per lei.


L’Italia di quegli anni

Il libro è anche il racconto di un’Italia che oggi sembra lontanissima.

Siamo negli anni del dopoguerra e poi nei Sessanta, quando il tradimento era ancora una questione penale e sociale, quando la reputazione di una donna poteva determinare il suo destino.

Come scrive Calandrone:

“La fiatella sociale imputridisce tutto quello che tocca.”

Era un’Italia in cui il divorzio non esisteva, e in cui per molte donne subire violenza domestica era considerato quasi una normalità.

Un contesto duro, soffocante, in cui la libertà individuale aveva confini strettissimi, soprattutto per chi era donna.

In questo scenario la storia di Lucia assume una dimensione ancora più tragica e comprensibile allo stesso tempo.


La scrittura di Calandrone

Mariagrazia Calandrone possiede una capacità rara: raccontare la propria storia con una lucidità che non rinuncia mai alla poesia.

Le descrizioni hanno una profondità quasi musicale, toni baritonali che a tratti diventano carezze.

E forse è proprio questo il segreto della sua scrittura.

Quando un autore riesce a concedersi al lettore con una sincerità così profonda, senza mai scadere nell’esibizione del dolore, anche la narrazione più dura diventa tepore.

Diventa rifugio.

Le parole di Calandrone sembrano accarezzare le ferite mentre le raccontano.


Una storia che continua a parlare

Dove non mi hai portata è un libro che attraversa il dolore ma non si ferma lì.

È la storia di una vita difficile, di una scelta tragica e di una figlia che, molti anni dopo, prova a ricomporre i frammenti di quella storia.

Non per giudicare.

Ma per capire.

Perché a volte il senso di una vita non si trova nella superficie liscia delle cose, ma nelle crepe.

Calandrone riesce a levigare quelle crepe, a renderle leggibili.

E ci ricorda che esiste una forza immensa nella parola.

Come scrive lei stessa:

“Bisogna lasciar affiorare dalla ferita parole lucide fino allo spasimo. Mostruose, come queste.”

Anche qui parliamo della nostra autrice preferita: https://www.iltalentodiroma.com/2024/07/02/mariagrazia-calandrone-torna-in-libreria/