Lettera Aperta. Il primo romanzo di Goliarda Sapienza
Lettera Aperta. Il primo romanzo di Goliarda Sapienza.
di Claudia Mancini
La scrittura quando diventa carnale ti passa fin dentro le viscere, riesci a toccare le parole, ti penetrano al punto da abitarti.
La mia prima volta con Goliarda Sapienza fu nell’estate del 2015, il mio amico Fabio all’epoca faceva il libraio, mi appioppò “L’arte della gioia” al grido di: è un capolavoro, se non lo leggi sei una pippa. Un po’ per sfida, un po’ per curiosità ma soprattutto per fiducia, mi immergo in Goliarda.
A libro terminato avevo intuito la sua caratura, lo spessore letterario e umano di questa donna che pagina dopo pagina mi aveva risucchiato in un vortice di amore, dolore, tenerezza e violenza, io però non ero pronta.
Non ero pronta ad accogliere tutto quel malloppo esistenziale quando stavo facendo i conti con il mio di malloppo, quello fu il mio annus horribilis e quelle parole, quell’esistenza sembrava fotografare porzioni della mia.
Da quel giorno ho messo una pietra sopra Goliarda Sapienza e ogni volta che al mare inciampo in qualche lettore con in mano L’arte della gioia, sorrido lanciando un in bocca al lupo!
Dopo nove anni torna Goliarda Sapienza nella mia vita, torna in punta di piedi, con “Lettera aperta”, ritrovo Goliarda, con le sue parole carnose, in tutta la sua verità, nonostante sulla prima pagina ci sia scritto che non è per bisogno di verità questo libro, ed è qui che mi ha catturata.
Goliarda Sapienza si muove tra la verità e una coltre di fantasia, non sapremo mai dove quel filo sottilissimo si congiunge, dobbiamo fidarci come lei ha fatto con noi consegnandoci tutto il suo vivere, tutto il suo sentire.
Ecco che mi chiedo se sia realmente esistita, come provocazione sia chiaro, perché la sua mirabolante vita e quel sapersi indagare senza fronzoli, la fanno apparire ai miei occhi una figura mitologica.

In Lettera aperta spalanca le porte del suo abitare terreno e di quello introspettivo, lo fa chirurgicamente, come se fosse nella sala operatoria e deve tirare fuori tutti gli organi, vivisezionarli e poi provare a ridargli una collocazione.
Chi è Goliarda, la sua famiglia, il rapporto con il padre che ad un certo punto non chiamerà più papà ma ‘avvocato’, i fratelli, gli amici più stretti, la politica, la scelta di diventare un’attrice e quel rapporto delicato e tormentato con la mamma, la sua bambina.
C’è tutto. Ci sono le lame e le carezze, c’è una donna di un’intelligenza disarmante, capace di donare al lettore tutto quel baluardo rimasto silente, lo fa come fosse davanti ad uno specchio, solo che a riflettere siamo noi, o forse una parte di Goliarda Sapienza che vive in noi.
Questa volta ero pronta, questa volta ero emotivamente pronta, bisognava solo togliere un po’ di drappi dallo specchio, sedercisi davanti e restare ad osservare.
Sicuramente la paura ha preso il sopravvento in alcuni momenti, ma dopo un po’ ho sentito il corpo liberato.
Sarà stato l’abbraccio di questa lettera, sarà che come dice Goliarda, per superare i propri limiti bisogna prima conoscerli e aggiungo, provare a farci pace, sarà che in quelle bugie mi ci sono rivista, d’altronde la verità è di per sé una grande bugia.
Cara Goliarda, se fossi qui ti abbraccerei come quel polipo ma senza farti male, di quell’abbraccio che puoi donare solo a chi pensi ti abbia capita fino in fondo, ti ho ascoltata per alcune ore, ti ho immaginata parlare piano, come a voler ricercare le parole giuste da dire, senza smania, ma con la voglia di “lasciare il meglio di sé a quelli che ti hanno saputo leggere”.
Grazie.
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