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Ripley

Ripley. Un viaggio meraviglioso alla riscoperta della bellezza.

di Chiara Fallavollita

 

 

 

La serie Ripley è una grande manifestazione artistica che catapulta gli spettatori in un universo da grande schermo poiché ne ha tutte le caratteristiche. La storia, tratta dal romanzo di Patricia Highsmith, viene narrata in maniera completamente diversa da quella de “Il talento di Mr Ripley”, conosciuto soprattutto per i grandi attori coinvolti nella messa in scena cinematografica del 1999 (Jude Law, Matt Damon, Gwyneth Paltrow, Cate Blanchett).

A differenza del suo predecessore, il noir che presenta Steven Zaillian è un capolavoro raffinato degno dei lungometraggi d’autore. Gli attori vengono diretti con una maestria unica; i personaggi subiscono una crescita per tutto il girato, con veli e misteri che non delineano il carattere e le intenzioni in maniera definitiva. Marge, interpretata da una brillante Dakota Fanning, si allontana sin dall’inizio, così come tutto il cast, dalla narrazione alla quale siamo abituati e la noia che si teme poter arrivare per il soggetto noto da anni, non interrompe questo immenso dipinto vivente che divoriamo senza poter staccare lo sguardo dal piccolo schermo di casa.

Dal primo all’ultimo episodio la tensione è alle stelle, ma il cuore pulsante dell’opera è la connessione instancabile con la pittura, la scultura e la magnificenza dell’architettura delle città vissute da Tom Ripley.

LA DOLCE VITA, il capitolo dedicato alla bellezza romana ci trasporta nella capitale degli anni ’60, facendo riscoprire basiliche, vie del centro, parchi, musei, obelischi (abbiamo addirittura la firma di Bernini), lontani dal rumore cittadino più contemporaneo. E la scelta del bianco e nero, che grazie a Robert Elswit ci restituisce un gioco di luci e di ombre degne del tanto citato Caravaggio, rafforza questo viaggio estatico tra le meraviglie della capitale. È un viaggio anche nell’opera di Michelangelo Merisi, l’artista che scopre la forma delle ombre [Roberto Longhi] e che accompagna il protagonista dal suo arrivo in Italia e in tutta la relazione instaurata con Dickie Greenleaf e che lo
porterà alla sua ridefinizione identitaria. Non a caso servono da espediente le opere dell’illustre pittore, che ci restituiscono la chiave di lettura di questo elegante noir: il rapporto con se stessi, con le proprie luci, le proprie ombre e la propria scalata al successo (di cui parleremo tra poco).

Quattro anni dopo l’omicidio di Ranuccio Tomassoni Caravaggio era ancora latitante e fu proprio in questi anni, addirittura l’ultimo anno della sua vita, il 1610 che lui realizzò il suo David con la testa di Golia. Ora nel dipingere questo quadro Caravaggio ha scelto di creare una connessione tra l’assassino e la vittima, dando a Davide un’espressione compassionevole, forse anche addirittura affettuosa, mentre guarda la testa mozzata di Golia. E ha reso questo legame ancora più forte utilizzando se stesso come modello per entrambi i personaggi: è sempre il viso di Caravaggio, è lui da giovane e da vecchio. (IV – LA DOLCE VITA)

Scopriamo così che sono i dipinti le muse ispiratrici delle azioni più violente e deplorevoli del nostro Tom, che abbraccia completamente il suo destino, privo di luce, ricolmo di ombra e fuga.
Andrew Graham-Dixon affermava che l’arte di Caravaggio è fatta di buio e di luce. Le sue immagini presentano, come sotto un riflettore, momenti di esperienza umana spesso estremi e tormentati. E ancora che i dettagli emergono dal buio con tale arcana chiarezza da poter essere allucinazioni.

Ma, sempre, le ombre nere sconfinano, pozze nere che minacciano di cancellare tutto. Ripley nella sua fuga, come imitatore del grande talento pittorico, si ritrova sempre più sotto ai riflettori della grande società e delle vite di chi lo circonda, personaggio sfuggente che non smette mai di faticare e architettare piani. Metafora di questa sua caratteristica sono le scale e le sapienti geometrie rappresentate in ogni inquadratura, anche in questo caso non prive di citazioni artistiche (il Picasso che Dickie ha nel suo studio ispira tutte le linee delle scenografie impiegate);
magistrali le inquadrature a palazzi, ville private, alberghi che vengono raggiunte salendo i gradini
di scalinate maestose.

Questo gioiello ci comunica finalmente il senso del cinema e dell’arte che da tanto mancava al piccolo schermo: le competenze, il duro lavoro, i talenti impiegati per rendere unico il viaggio che un’opera degna di questo nome regala ad ogni fruitore. E infine il grande potere che ha l’arte: narrarci storie dove catapultarci per avventure straordinarie.
Caravaggio visse gran parte della sua esistenza da fuggiasco, e così la storia lo ricorda: come uomo in fuga, che punta verso i boschi, che si tiene nell’ombra. (Andrew Graham-Dixon)

La serie è disponibile su Netflix

* continuate ad andare al cinema

 

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