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Il Filo di mezzogiorno: Goliarda Sapienza e la psicoanalisi

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Il filo di mezzogiorno

Il Filo di Mezzogiorno: Goliarda Sapienza e la psicoanalisi.

 

Inizia oggi la rubrica legata a Un anno di Gioia il progetto biennale del talento di Roma a cura di Chiara Mazza che celebra da giugno 2023 il centenario della nascita di Goliarda Sapienza tra dirette instagram, gruppi di lettura, rassegne, giornate di studio, incontri e spettacoli.

 

“Non andare fra le viti nel filo di Mezzogiorno: è l’ora che i corpi dei defunti, svuotati della carne, con la pelle fina come carta velina, appaiono fra la lava. E’ per questo che le cicale urlano impazzite dal terrore: i morti escono dalla lava, ti seguono e ti fanno smarrire il sentiero e: o morirai di sete tra gli sterpi disseccati dal sole – sterpo secco pure tu- o penserai sempre a loro smarrendo il senno”

 

“Il filo di Mezzogiorno” è il secondo volume dell’autobiografia delle contraddizioni; è un libro intimo e potente che indaga le fragilità di Goliarda e la restituisce al lettore in tutta la sua grandezza come scrittrice, come donna e come essere umano.

Un libro che, pur facendo riferimento ad una vicenda privata e particolarissima, assume valore universale per la capacità di analizzare la cruda realtà del processo psicoanalitico che fa da setaccio alla vicenda umana che si dipana pagina dopo pagina.

Un classico del Novecento che a cinquant’anni dalla pubblicazione avvenuta del 1969 per Garzanti ha saputo mantenere inalterato il suo valore letterario e filosofico come pochi altri a lui contemporanei.

Una notazione di poco conto forse ma per me fondamentale prima di parlare del contenuto e del perché questo libro è davvero molto importante per capire Goliarda: seppure non abbia riscontrato particolare attenzione da parte della critica è stato da subito visto con interesse dalla società psicoanalitica che ne ha riconosciuto l’immenso valore nella descrizione precisa del fenomeno Transfer/Controtransfer e questo gli ha permesso di superare indenne i decenni e di arrivare a noi. Identico destino è toccato in sorte a “L’università di Rebibbia” che è diventato un importante strumento per chi studia criminologia e materie connesse in merito alla “malattia carceraria” che Goliarda Sapienza ben descrive in quelle pagine.

Dopo questo lungo preambolo vi starete certamente chiedendo “Ma di cosa parla Il filo di mezzogiorno?”

Ne “Il filo di mezzogiorno” troviamo la lettura intima dell’intero universo di Goliarda Sapienza: i genitori ingombranti, la famiglia allargata, le difficoltà di relazione con gli uomini, l’esperienza alla Silvio D’Amico e quella partigiana, Citto Maselli, gli elettroshock e una sorta di testamento filosofico di Goliarda che scrivendo queste pagine apre la porta ai suoi fantasmi e si restituisce alla vita e alla Gioia.

 

“Nica diceva che le imparava dalle notti buie, perché lei se c’è la luna non esce dal ventre della terra dove abita. “Vedi Iuzza, la vita e la luna si odiano perché sono sorellastre, e avendo gli stessi difetti non si possono vedere. Lo sai che per andare d’accordo bisogna avere difetti differenti, e qualità e bellezza differenti? E allora per non vedere la sorellastra e farsi malu sangu, nelle notti buie la vita impara l’arte leggendo nello sguardo sapiente e antico della lucertola, della prudenza e della malizia e dell’audacia. Schiacciandola schiacci in te il bocciolo di queste arti e non possiederai mai niente, né poderi né donna, né figli, né lenzuola e sarai sempre un pupo manovrato da altri”

“E se la lucertola è così vecchia da insegnare alla vita, la vita quanto è vecchia?”

“Solo dieci e dieci e poi ancora diecimila anni:’na picciridda” E sì, Nica deve essere così. E se Nica mi parla è segno che la mia decisione, o meglio la mia accettazione di dover tornare indietro per andare avanti, è giusta: sensata, come diceva lei. Da mesi e mesi no sentivo più la sua voce piena di dolci risucchiamenti e il ritmo del suo passo libero, il passo sicuro che traccia sempre nuovi, impensati sentieri sull’erba incalpestata del bosco dell’avventura. E perdere la sua voce e il ritmo delle lancette delle sue trecce, che mi aprono il varco tra i cespugli spinosi delle emozioni, è perdere me stessa, la mia voce, la mia ombra, – in questa passeggiata solitaria: e che la scimitarra affilata del sole al tramonto, approfittando della mia solitudine, può staccare da me e vederla risucchiata nella rena infida e sterile, avida, in attesa nella sua morte perenne, di altre morti. “La rena è come una donna sterile: non ha figli, né latte e mai ne avrà, e come la donna sterile chiama la morte perché solo la morte conosce e solo la morte sazia” E sì, Nica, se non mi stai accanto, Nica, ombra mia. “Vedi, Iuzza, come vuole la tradizione degli antichi da oggi, che siamo marito e moglie, tu vedrai con i miei occhi, respirerai per la mia bocca e io vedrò per i tuoi occhi e respirerò per la tua bocca”: solo se mi starai accanto potrò ripercorrere carponi il vicolo buio e tortuoso che si spalancò davanti a me sette e sette e sette e ancora sette mesi fa’ alla notizia che il mio analista era impazzito”

 

Si apre così “Il filo di Mezzogiorno”.

Si dichiara così a noi lettori che non possiamo che lasciarci risucchiare da questo magma incandescente di scrittura, memoria e desiderio in cui vediamo l’autrice cambiar pelle e manifestarsi a sé  stessa in tutta la sua potente libertà. Libertà dalle definizioni, dai dogmi e dalle Chiese siano esse politiche o confessionali. Goliarda qui ci indica la strada tortuosa del restituirsi a sé stessi attraverso un lavoro di scavo della psiche e della lingua senza fare sconti a nessuno.

Ma la storia? La storia eccola qui.

 

A seguito di un presunto tentato suicidio Goliarda viene ricoverata in una clinica, dove le faranno diversi elettroshock che la ridurranno ad un vegetale ma non risolveranno la sua depressione e la sua insonnia. Quindi Citto Maselli, suo compagno di vita e di lavoro per sedici lunghi ed intensissimi anni, la riporterà a casa e la affiderà alle cure di uno psichiatra allora molto famoso che per tre anni le farà sedute domiciliari.

Il libro è il racconto – romanzato certo- di quelle sedute in cui memoria, morte, vita e desiderio si fondono con la Storia.

E’ un memoir, un romanzo, un delirio.  E’ un manifesto. E’ una richiesta di aiuto.

La scrittrice ci chiede di rispettare i segreti della sua anima e di non piegare la sua storia, la sua vita e la sua morte a una categoria che possa rassicurarci, mettendo così a nudo le fragilità e le meschine ipocrisie che ci fanno sentire persi rispetto a quello che sfugge alla nostra capacità di comprensione.

Lei che ha patito il timore dell’abbandono fino ad ammalarsi, grazie alla preghiera laica che ci offre nel finale resta nel cuore del lettore con la sua prosa lucida e tagliente dove anche l’autoindulgenza si fa colpo di mannaia ben assestato.

“Vi chiedo solo questo: non cercate di spiegarvi la mia morte, non la sezionate, non la catalogate per vostra tranquillità, per paura della vostra morte, ma al massimo pensate – non lo dite forte la parola tradisce – non lo dite forte ma pensate dentro di voi: è morta perché ha vissuto”

Vi confesso che il libro mi ha molto emozionato e che è il mio preferito tra quelli di Goliarda sia per il portato di verità intima e struggente sia per la capacità di parlare di sé senza pose e manierismi anche con una certa dose di autoironia: leggetelo per scoprirla e scoprirvi.

 

“Lo odiava?”

“Senta, sicura o no, io mio padre lo odiavo, solo perché ho sempre avuto paura di somigliargli”

“E invece a chi voleva somigliare?”

“A nessuno. Volevo e voglio diventare un’attrice e con il tempo incominciare a scrivere”

“Scrivere come sua madre? E’ sicura di non volere somigliare a lei, a sua madre?”

“Si mia madre scrive, ma lei scrive di politica. Io voglio raccontare è diverso” Somigliare a mia madre. Aveva capito qualcosa? Io non volevo somigliare a mia madre, ma purtroppo era chiaro che le assomigliavo se ero stata pazza come lei.”

 

Goliarda e la psicoanalisi.

 

Nel 1941 Goliarda Sapienza con Maria Giudice lascia Catania alla volta di Roma dove frequenterà l’Accademia Nazionale di Arte Drammatica Silvio D’Amico fino a che, a causa della sua attività partigiana dovrà rinunciarvi e nascondersi presso un convento di suore mentre la madre riparerà in una clinica psichiatrica.  Sono anni incandescenti, fatti di incontri, sfide ed avvenimenti che lasciano nella mente di Goliarda tracce indelebili e profonde. In Accademia Goliarda viene ammessa con riserva: deve cercare in tutti i modi di mitigare il suo accento siciliano ma è innegabilmente portata e Silvio D’Amico la prende sotto la sua ala protettrice al punto che sarà lui ad avvertirla che i fascisti la stanno cercando e a procurarle un rifugio dalle Suore Francesi di Via Gaeta quando lei sceglie unirsi alla lotta partigiana insieme al padre che forma la Brigata Vespri.

 

Finita la guerra Goliarda va a vivere con la madre in Via Tripoli, nel quartiere Africano, riprende per poco la carriera teatrale – è un’acclamata interprete pirandelliana- conosce Citto Maselli di cui si innamora dando vita ad un sodalizio di vita e di arte che sarà fondamentale per entrambi. Talvolta si affaccia qualche inquietudine ma Goliarda non se ne cura: recita al cinema, in teatro, segue Citto sui set dove il suo apporto è cruciale sebbene non riconosciuto e la vita, nonostante l’aggravarsi delle condizioni della madre, sembra procedere senza grossi scossoni sebbene gli anni della guerra siano stati davvero difficili e

 

Alla morte di Maria Giudice, nel febbraio 1953, Goliarda Sapienza sprofonda in uno stato di depressione severa. Quello tra il 1953 e il 1962 sarà un periodo molto complicato ed intenso per lei che progressivamente si ritirerà dalle scene e condurrà una vita sempre più ritirata dove i fantasmi del padre e della madre, degli abitanti della Civita, e un blocco artistico la ridurranno in uno stato psichico tale da tentare il suicidio due volte.

 

“Dal pozzo di quegli anni senza memoria quei foglietti ammucchiati mi parvero un regalo impensato e favoloso. Si, non facevo più l’attrice. Quando era stato? Ah si! Una notte. Quanti anni fa? Mi decisi. Presi un pezzo di carta, e scrissi qualcosa: tre, quattro pagine. Citto dormiva accanto a me profondamente, e non si svegliava mai quando io accendevo la luce per leggere, ma quella notte si, quella notte, senza voltarsi, mi chiese: “Scrivi?”

“Si.” “Una poesia?” “Si.” “Bene”.

Naturalmente era brutta, e la buttai in terra, ma la mattina Citto la lesse e fu entusiasta. Citto mi spinse, come tanti anni prima: per mano mi condusse fuori da quel cerchio sordo che la pazzia di mia madre aveva sigillato intorno a me. Le battute non avevano più sapore nelle mie labbra, come cibo senza sale: i gesti di quei personaggi senza contorni sbiadivano tra le mie mani. Non recitai più: perché dovevo continuare ad appassire, schiacciata fra quelle battute e quei gesti polverosi e scoloriti come fiori di carta? Avevo Citto: mi portava stretta per le strade di Roma, e senza lasciarmi mai un attimo mi insegnava i colori, i palazzi, i visi inquadrati dalla macchina da presa, commoventi nella luce di quei riflettori che avevano nomi favolosi”

[…] “Citto la mamma dov’è’?”

 

Durante l’ultimo ricovero Citto Maselli sconvolto dagli effetti dell’elettroshock sulla compagna decide, con il consenso del primario della Clinica, di proseguire la cura a casa. Per tre anni sarà Ignazio Majore lo psicanalista di Goliarda Sapienza, un professionista sui generis che ha come bussola analitica il desiderio e la morte, una figura stimata dall’ambiente di Maselli e Sapienza che terrà in analisi entrambi. Una pratica insolita che favorirà l’instaurarsi tra Sapienza, Majore e Maselli di un intreccio singolare di vita arte e psicoanalisi che traccia nuove traiettorie anche nella pratica analitica dell’epoca.

Memoria, identità, famiglia, desiderio, femminilità, sesso e soldi: questi e molti altri i temi che si intrecciano sul divano in cui Goliarda è paralizzata nella prima parte della terapia. I fantasmi aleggiano nel salotto di Via Denza, sfilano ad uno ad uno, Majore guida Sapienza in un lavoro di recupero di memoria e autonomia che le sarà utilissimo per alzarsi progressivamente da quel divano e non sprofondare più nell’abisso suicidario in cui si era dibattuta nel decennio che andava concludendosi.

Come si legge ne “Il filo di Mezzogiorno”, il libro del 1969 che Sapienza dedica a quest’esperienza, il rapporto tra i due non è sempre ortodosso, un poco perché come dicevamo Majore ha in cura sia Goliarda sia Citto, un po’ perché la scrittrice si invaghisce del medico e questo ribalta il rapporto al punto che l’analista deciderà di prendersi una pausa dalla professione e ad un tratto sparirà senza preavviso interrompendo bruscamente le sedute.

La cosa scuoterà Goliarda al punto che lei si presenterà sotto casa del medico pretendendo spiegazioni. Ignazio Majore sarà l’unica persona – a detta di chi l’ha conosciuta – che godrà del rancore di Sapienza la quale dirà sempre di voler morire dopo di lui per non dargli soddisfazione. Lei dunque non tenterà più il suicidio e la scrittura sarà il suo strumento di liberazione e sollievo. Un modo per mettere ordine nel caos della mente e del cuore e per continuare a vivere e a far vivere i ricordi di chi le era stato caro.

 

“Nica diceva che le imparava dalle notti buie, perché lei se c’è la luna non esce dal ventre della terra dove abita. “Vedi Iuzza, la vita e la luna si odiano perché sono sorellastre, e avendo gli stessi difetti non si possono vedere. Lo sai che per andare d’accordo bisogna avere difetti differenti, e qualità e bellezza differenti? E allora per non vedere la sorellastra e farsi malu sangu, nelle notti buie la vita impara l’arte leggendo nello sguardo sapiente e antico della lucertola, della prudenza e della malizia e dell’audacia. Schiacciandola schiacci in te il bocciolo di queste arti e non possiederai mai niente, né poderi né donna, né figli, né lenzuola e sarai sempre un pupo manovrato da altri”

“E se la lucertola è così vecchia da insegnare alla vita, la vita quanto è vecchia?”

“Solo dieci e dieci e poi ancora diecimila anni:’na picciridda” E sì, Nica deve essere così. E se Nica mi parla è segno che la mia decisione, o meglio la mia accettazione di dover tornare indietro per andare avanti, è giusta: sensata, come diceva lei. Da mesi e mesi no sentivo più la sua voce piena di dolci risucchiamenti e il ritmo del suo passo libero, il passo sicuro che traccia sempre nuovi, impensati sentieri sull’erba incalpestata del bosco dell’avventura. E perdere la sua voce e il ritmo delle lancette delle sue trecce, che mi aprono il varco tra i cespugli spinosi delle emozioni, è perdere me stessa, la mia voce, la mia ombra, – in questa passeggiata solitaria: e che la scimitarra affilata del sole al tramonto, approfittando della mia solitudine, può staccare da me e vederla risucchiata nella rena infida e sterile, avida, in attesa nella sua morte perenne, di altre morti. “La rena è come una donna sterile: non ha figli, né latte e mai ne avrà, e come la donna sterile chiama la morte perché solo la morte conosce e solo la morte sazia” E sì, Nica, se non mi stai accanto, Nica, ombra mia. “Vedi, Iuzza, come vuole la tradizione degli antichi da oggi, che siamo marito e moglie, tu vedrai con i miei occhi, respirerai per la mia bocca e io vedrò per i tuoi occhi e respirerò per la tua bocca”: solo se mi starai accanto potrò ripercorrere carponi il vicolo buio e tortuoso che si spalancò davanti a me sette e sette e sette e ancora sette mesi fa’ alla notizia che il mio analista era impazzito”

 

L’esperienza psichica e psicoanalitica è parte importante della scrittura di Sapienza il cui autobiografismo non è mai sciatto esercizio di aneddotica ma scavo e cesello. Di memoria e ricordi.  Ricerca di sé e degli altri che hanno abitato il suo tempo e la sua vita che dal pieno dell’infanzia e dei primi anni romani si era sempre più fatta solitaria ed essenziale. Fino quasi ad indurla ad un isolamento totale da cui prenderà vita più tardi il personaggio di Modesta e quindi “L’arte della Gioia”.

Goliarda è una donna che vive intensamente, una donna libera, indipendente che parla alle persone del futuro, come dice Anna Toscano nel suo “Il Calendario non mi segue” una donna che non ha paura di guardare nel suo abisso e non vuole essere incasellata in nessuna categoria.

Finisce così Il filo di Mezzogiorno in una delle pagine più belle e toccanti della letteratura italiana del secondo Novecento.

 

Non dovevo cadere…ricrescerà la mia carne?… in quella sera di pioggia lontana e presente…finalmente un temporale! Temporale di autunno, di luci calde filtrate dai rami dorati, e le foglie brune di Giovanna Jane…dietro a quegli occhi che mi porgevano un liquido caldo e profumato che scioglieva le mie labbra intravidi altri occhi, altri visi di amici sempre nuovi e sempre sconosciuti, da sempre insospettati e noti da sempre…sempre nuovi e sempre saputi…che avrebbero ascoltato e volli parlare, raccontare, essere confortata e guidata, e un po’vergognosa di ripresentarmi a voi, così presto dopo quell’arrivederci così baldanzoso e sicuro, vergognandomi di ripresentarmi a voi, così vestita a lutto…alla meno peggio, tremando…mi avreste ascoltato ancora?

Cominciai questa mia lettera perché mi aiutaste a rimparare ad essere amica, madre, sorella e non solo questo, ma anche, per rientrare in possesso del diritto alla mia morte che quell’uomo nella sua autorità di grande medico mi ha tolta.