Graziano Graziani al Questionario poetico
Graziano Graziani
(foto di Ilaria Scarpa)
Il questionario poetico di Gisella Blanco per il Talento di Roma
In questa rubrica, poniamo ai poeti romani o che risiedono o transitano spesso nella Capitale, due tra le domande più emblematiche tratte dallo storico saggio Il pubblico della poesia di Alfonso Berardinelli e Franco Cordelli che, dal 1975, per ben tre edizioni, pone ai poeti i doverosi interrogativi sul linguaggio letterario, nonché sul presente e sul futuro della poesia italiana. Dal confronto e dall’intersezione delle risposte potrà emergere la possibilità di fare un quadro, seppur non esaustivo ma almeno verosimile, dello stato dell’arte poetica contemporanea e dell’annosa questione dell’industria della cultura di oggi.
Oggi incontriamo Graziano Graziani
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- Hai idee generali organizzate in ipotesi (e tesi) teoriche intorno allo scrivere poesia in generale e allo scriverla oggi?
Graziano Graziani: Prima di rispondere devo fare una premessa. Scrivo e ho pubblicato principalmente poesia in dialetto romano, composta in metrica. Un genere antico e per certi versi distaccato da quello che è il percorso della poesia del Novecento e contemporanea. Da lettore di poesia e prosa in italiano ho seguito un percorso che considero distinto da quello legato alla scrittura e lettura in dialetto. Per questo potrei rispondere alle domande di questa intervista in due modi radicalmente differenti, a seconda del percorso di riferimento. Cercherò quindi di seguire le prospettive dell’autore di poesia dialettale, concedendomi qualche incursione nel mondo più vasto della poesia contemporanea.
Non ho tesi e ipotesi articolate da proporre rispetto allo scrivere in dialetto, ma posso condividere delle osservazioni fatte nel corso del tempo. Ho cominciato a frequentare la poesia contemporanea grazie al teatro, di cui mi occupo come critico e di cui in passato mi sono occupato come organizzatore. Qualche decennio fa a Roma era abbastanza comune incontrare figure di un mondo e dell’altro negli stessi contesti, grazie a figure di facilitatori come Simone Carella. Ovviamente parliamo principalmente di una poesia detta, che trova nella parola detta e performata un suo cardine di incontro con il pubblico. Dove la voce poetica è anche voce concreta, phonè.
La poesia in dialetto è, bisogna dirlo, una forma residuale e tramontata della scrittura poetica, nonostante l’Italia vanti una tradizione importante di plurilinguismo e poeti contemporanei come Loi, Baldini, Scataglini, De Vita, abbiano continuato e continuino – chi è ancora vivo – a scrivere in dialetto. Resta una vena carsica, una tentazione per molti poeti e poete (come Anedda e Calandrone, per fare un esempio) che tuttavia emerge pochissimo, raramente, nella loro scrittura.
Il valore del dialetto in poesia per me risiede soprattutto nella sua dimensione di lingua orale, che in quanto orale chiede all’autore una continua reinvenzione per diventare scritta. L’oralità la connette istintivamente al teatro: le maschere della commedia si esprimono, non a caso, in dialetto. Ma conserva anche un’eco potente di una dimensione arcaica della poesia: quando essa era “canto”, per dirlo con le parole di Borges, cosa di cui conserva instancabilmente memoria (quando un verso è ben fatto, secondo l’autore argentino che esprime questo concetto parlando di Dante, chiede di essere letto ad alta voce).
Da Er Corvaccio e li morti.
Er moribbondo
Me l’aricordo er giorno che so’ morto
come si fosse oggi, tale e quale:
era matina, m’ero ’nteso male,
e tutto e’ resto appresso è annato storto.
Mi’ moje se piagneva lo sconforto
de nun poté fa’ gnente e ar capezzale
me ce aritrovo un prete cór sinale
così nero che pare ’n beccamorto.
“Fijolo – me fa lui – sta’ rinfrancato
che mó ce penzo io a tutto quanto:
me so’ portato appresso l’ojo santo
che riesce a lavà via oggni peccato”.
“Zi’ pre’ – je faccio – e annamo, statte zitto:
si è l’ojo che hai portato… embè, so’ fritto!”
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- Che cosa sono per te il pubblico, il mercato culturale e l’industria editoriale (nel presente quesito vengono unite due distinte domande del questionario, nda)?
Graziano Graziani: Per la mia scrittura in dialetto ho sempre cercato occasioni di lettura pubblica, fatta in prima persona o affidata alla voce di attori. Le motivazioni risiedono in quanto già espresso nella risposta precedente. Se il dialetto è una maschera, che usiamo ancora in certi momenti della vita – ci si arrabbia in dialetto, si scherza in dialetto, ci si riconosce in certe comunità di amici tramite il dialetto, ci si identifica a un esercente del territorio tramite il dialetto, comunicando che siamo concittadini e non vogliamo essere trattati da turisti – allora è normale che dalla maschera vocale emergano personaggi. Per me la scrittura in dialetto, dunque, consiste nel far affiorare personaggi sulla pagina grazie ad espressioni che vengono dall’oralità. Il dialetto romano non ha una grande specificità, non possiede una gran quantità di termini differenti e di costruzioni lessicali che lo distinguono dall’italiano; cioè che lo contraddistingue è l’icasticità. L’icasticità del romano passa attraverso la costruzione di forme espressive, metafore e iperboli, in grado di rendere lampante un concetto. Un’operazione spesso infarcita di ironia, o di amarezza, o di entrambe le sfumature. Un livello espressivo che l’italiano non sarebbe in grado di sintetizzare con altrettanta efficacia. Va da sé che la dimensione del pubblico dal vivo esalta questa possibilità.
Veniamo ora alla seconda parte della domanda: il mercato culturale e l’industria editoriale (e volendo si può tornare al pubblico, in qualità di acquirente di libri). Non esiste un mercato editoriale della poesia in dialetto, come è esistita tra la fine dell’Ottocento e gli anni Sessanta. Il più delle volte si tratta di pubblicazioni fatte con editori piccoli e piccolissimi, persino autopubblicazioni, e questo a prescindere dalla qualità di ciò che viene scritto. L’unica collana di rilievo, di poesia in dialetto, l’ha creata Agamben per Quodlibet (Ardilut), ma comprende solo nomi di altissima levatura e presumibilmente gode del prestigio del suo ispiratore. Einaudi, che aveva pubblicato Firpo, Loi, Bandini, ripropone solo ciò che di consolidato ha in catalogo. C’è un’intersezione tra la poesia contemporanea in italiano e quella in dialetto quando un’autrice o un autore decidono di inserire componimenti in lingua locale dentro una raccolta che, in massima parte, è in italiano. In quel caso, il cerchio editoriale e di pubblico si allarga di un po’, quel tanto che coincide con il mercato e il pubblico della poesia, che è comunque abbastanza circoscritto.
Non credo che esista un pubblico di lettori che compra specificatamente poesia in dialetto. Se qualcuno lo fa, presumibilmente, si riferisce solo al proprio bacino linguistico o ha interessi di dialettologia. I libri di poesia dialettale trovano un mercato principalmente quando vengono letti in pubblico ed è possibile acquistarli dopo la lettura: l’esperienza del riconoscersi in una lingua, in una serie di espressioni, è un’esperienza “calda” che può abbattere la diffidenza e spingere il lettore potenziale a diventare un lettore in atto.
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In questa parte dell’intervista, approfondiamo il rapporto dei poeti con la letteratura e il territorio.
- Quali sono tre titoli fondamentali, tra narrativa, poesia, saggistica o altro, per il tuo percorso da poeta?
Graziano Graziani: In questa domanda il doppio percorso è quanto mai evidente. Se dovessi parlare di scrittura in italiano dovrei citare alcuni maestri, qualche autore e autrice celebre e qualche altro dimenticato. Ma non so dire quanto tutto questo c’entri con la scrittura in dialetto. Potrei, a quel punto, scomodare gli eteronimi pessoani per il ricorso alla polifonia, un certo gusto beckettiano per l’ironia raggelante, lo sguardo pasoliniano sull’intreccio di presente e passato. Ma sarebbe tutto tirato per i piedi e incompleto, perché mancherebbe una certa indagine delle culture popolari che attraversa storia e antropologia, da Carlo Ginzburg a De Martino.
Torniamo dunque al dialetto. Saltando gli ovvi riferimenti a Belli e Trilussa, posso ricostruire i miei percorsi di scrittura in dialetto, che in fondo sono solo due, per quanto articolati. Il primo e più importante è Er Corvaccio e li morti, una Spoon River dialettale composta e ampliata in un arco di oltre vent’anni. Il riferimento di partenza è dunque Masters (ma anche De André e Pivano, tramite cui ho scoperto il poema durante l’adolescenza). Il cortocircuito con il dialetto, rispetto alla traccia di partenza, arriva grazie al cinema: “Mortacci”, un film di Sergio Citti, e una scena de “La voce della Luna” di Fellini che si svolge in un cimitero. Quest’ultimo film è stato scritto a partire da un romanzo di Cavazzoni, per cui si torna alla letteratura per un filone comico, grottesco e stralunato che meglio si confà allo spirito romano rispetto al gusto gotico e intimista di Masters.
Nonostante le distanze con il mondo anglosassone, c’è qualcosa nel ricorso a un’ironia caustica che accomuna i mondi linguistici del dialetto romano e dell’inglese. O almeno confido che vi sia, visto che la seconda tappa di scrittura è dedicata ad Alice nel paese delle meraviglie.
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- Che relazione ha la tua scrittura con Roma?
Quella dialettale? Totale, per forza di cose.
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Roma ha fatto nascere o ha accolto moltissimi scrittori, italiani e internazionali.
- Concludiamo con una riflessione su una poetessa o un poeta storicizzato, d’origine o residente o anche solo passato da Roma, che abbia dato un contributo rilevante al nostro panorama letterario.
Graziano Graziani: Roma è una città di poeti e, per quanto questo contraddica l’indicazione della domanda di una riflessione su un solo poeta storicizzato, credo che valga la pena soffermarsi proprio su questa coralità. Se penso alla Roma poetica mi vengono in mente istintivamente Valentino Zaichen, Amelia Rosselli e Pasolini – che curò con Mario Dall’Arco un’importante antologia sulla poesia dialettale. E il finale della poesia di Beppe Salvia sulla casa: “[…] è la sera la tramonto / sembra una battaglia lontana la città. / Io la amo la mia casa perché è bella / e silenziosa e forte. Sembra d’aver / qui nella casa un’altra casa, d’ombra / e nella vita un’altra vita, eterna.”. Ho visto questo amore per la casa, per il luogo in cui si può chiudere fuori il mondo insistente delle tante voci della città, una sorta di controamore per i luoghi saturi di umanità come Roma.
Poi certo, se parliamo del dialetto utilizzato in poesia non si può non fare riferimento a Belli, che davvero ha fondato una letteratura e ha assorbito la lingua di popolo in una forma scritta. Ma quel popolo ottocentesco non esiste più, così come buona parte delle sue espressioni. E allora Trilussa, che qualcuno accusa di aver eccessivamente italianizzato il romanesco (Serianni diceva che, rispetto alla lingua del popolo di Belli, quella di Trilussa è una lingua della borghesia), va citato come colui che maggiormente ha contribuito a traghettarlo verso un’epoca in cui il dialetto si andava diluendo. Un’epoca in cui gli italiani non sono più prima dialettofoni e poi italofoni, ma assorbono l’italiano e residui delle lingue locali come forma alternativa, familiare, affettiva.
Oggi i riferimenti al dialetto arrivano dal cinema, dal teatro, dalla musica, sempre in forma diluita, in un avanti-e-indietro tra lingua italiana e romanesco, tra oralità e formalità. Tra gli autori più importanti c’è sicuramente Mattia Torre, ma non mi dispiace citare anche certe canzoni di Daniele Silvestri (come per altre lingue locali, la canzone è un altro dei luoghi rifugio, assieme al teatro e alla poesia).
Tuttavia, va detto, la poesia in romanesco, per quanto residuale, non ha mai cessato di esistere. Non riesce più ad arrivare alla notorietà dei capiscuola – per quel tipo di notorietà occorre appunto il cinema, o la canzone – ma continua a produrre immagini icastiche grazie al suo interrogare le espressioni orali, le sintesi popolari e popolaresche della lingua. Mi piace citare allora il poema in ottave Li romani in Russia di Elia Marcelli, che da giovane combatté davvero in quell’assurda impresa tentata dal fascismo e da anziano poeta mise le sue memorie in versi. Una storia epica, dolorosa e divertente allo stesso tempo, che riporta con crudezza le delusioni di una generazione rispetto alle menzogne del regime: “La verità, purtroppo, è come er vetro / che è trasparente se nun è appannato, / pe’ nasconne quello che c’è dietro / basta ch’uno apre bocca e je dà fiato!”.
Dopo aver letto il questionario di Graziano Graziani potete leggere lo scorso questionario qui
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Ilaria Scarpa