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Laura Pugno al Questionario Poetico

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Laura Pugno al Questionario Poetico

(foto di Dino Ignani)

 

 

Il questionario poetico di Gisella Blanco per il Talento di Roma

In questa rubrica, poniamo ai poeti romani o che risiedono nella Capitale, due tra le domande più emblematiche dallo storico saggio Il pubblico della poesia di Alfonso Berardinelli e Franco Cordelli, che dal 1975, per ben tre edizioni, pone ai poeti i doverosi interrogativi sul linguaggio, sul presente e sul futuro della poesia italiana, lasciando al confronto e all’intersezione delle risposte la possibilità di fare un quadro, seppur non esaustivo ma almeno verosimile, dello stato dell’arte poetica contemporanea.

 

  • Hai idee generali organizzate in ipotesi (e tesi) teoriche intorno allo scrivere poesia in generale e allo scriverla oggi?

 

Laura Pugno:  Ne ho molte, e per esporle ho scritto diversi personal essay: da In territorio selvaggio, il mio primo saggio (Nottetempo, 2018) in cui metto in relazione la situazione della poesia contemporanea oggi con il concetto di Terzo paesaggio dello studioso e paesaggista francese Gilles Clément, all’Oracolo manuale per poete e poeti scritto con Giulio Mozzi (Sonzogno, 2020), alla Mappa immaginaria della poesia italiana contemporanea (Il Saggiatore, 2021), che è un tentativo di raffigurare in immagini – con l’aiuto di una cinquantina di critici e di studiose, di intelligenze umane, infografiche e intelligenze artificiali – la rete di relazioni che insieme unisce e separa un centinaio di poeti e poete tra i 30 e i 60 anni in attività in Italia oggi; ma la poesia si infiltra come l’acqua anche nel mio libro più ibrido, Noi senza mondo, che in teoria è un romanzo e in pratica è un saggio (Marsilio, 2024). E tutto questo ci porta a un altro, nuovo personal essay, non ancora uscito, forse l’ultimo? che arriverà in libreria l’anno prossimo sempre per il Saggiatore e il cui titolo quasi definitivo è L’oltre. Poesia, Terzo paesaggio, Terza Natura? In questo nuovo scritto, tutto quello che si era messo in movimento con In territorio selvaggio si riavvolge a spirale su sé stesso per scendere più in profondità. Le interviste come questa, tuttavia, non consentono di limitarsi a una bibliografia – e a una biografia – e allo stesso tempo impongono una sintesi. Per questo, affido a chi ci leggerà una dichiarazione di poetica del 2016, quando in Spagna, dove vivevo, per la casa editrice Huerga y Fierro è uscita l’auto traduzione di un libro cruciale per me, La mente paesaggio (Perrone, 2010), con il titolo Nácar. Un décalage di qualche anno separa i due libri e quindi anche questo testo è poi confluito tra le pagine di In territorio selvaggio.

 

 

 

La poetica è la tua posizione sulla mappa. Comunque tu vi sia arrivata, è lì che sei. Sai di esserci. Poi, il percorso che ti porta a quei luoghi può percorrere ellissi, allontanarsi e ritornare; come un’orbita di pianeta, o i movimenti dei nomadi.

 

Allora la poetica è forse quel poco che, nello spogliarti di tutto, porti comunque sempre con te.

 

Siamo tornati a Eraclito; a Schrödinger e agli altri. La mente, il corpo, il mondo coincidono.

Il bianco sulla pagina: è necessario. Per questo, lo vedo adesso, non amo la poesia in prosa, dove lo cancella.

La forma deve tenersi da sola, potersi muovere, come farebbe un corpo.

 

Laura Pugno

 

*

 

  • Che cosa sono per te il pubblico, il mercato culturale e l’industria editoriale? (Nel presente quesito vengono unite due distinte domande del questionario, nda)

 

Laura Pugno: Il pubblico: lettrici e lettori del futuro, come del resto siamo anche noi per chi ci ha preceduto in poesia– le cosiddette tradizioni, ciò che, come la poetica, alla fine abbiamo portato con noi – tra ambivalenze, felicità, oblio e contraddizione. Per il resto della domanda, rimando alla risposta alla prima. Di questi temi ho scritto a lungo sempre in quel nucleo radiante che per me è In territorio selvaggio, partendo dal romanzo e dalla domanda implicita che oggi quello che Andrea Cortellessa chiama l’inconscio collettivo dell’editoria italiana pone a chi scrive, vale a dire – con la felice formula di sintesi raccolta da un grande amico e compagno di scrittura come Giulio Mozzi – la silenziosa richiesta di scrivere un romanzo con una peripezia tratta dalla vita quotidiana, scritto in una lingua semplice e piana, e che contenga alla fine un messaggio di conforto. Con questa confortante, e confortevole idea di letteratura che possiamo esprimere in metafora come giardino, dove ritirarsi sfiniti al termine di una lunga giornata nel capitalismo maturo, metto in contraddittorio un’idea di letteratura come bosco, avventura, esplorazione, luogo del selvaggio che crediamo iniziare lì dove chiudiamo la porta di casa, e che in realtà ha principio già nel nostro corpo, che è il primo luogo del selvaggio. E questo dal romanzo ci riporta inevitabilmente, alla fine del saggio, alla poesia. Non solo per via dell’analogia col Terzo Paesaggio, luogo dell’incolto, dell’originario ove sia sopravvissuto, del non osservato e del dimenticato, casa dei dèmoni; ma perché la poesia ha il compito primario di pensare il non pensato, il non ancora pensato, il quasi impensabile, ciò che in una certa epoca e lingua affiora nel linguaggio e quindi nella nostra mente, e di riportarlo a noi, anche a noi quando scriviamo prosa.

 

*

 

In questa parte dell’intervista, approfondiamo il rapporto dei poeti con la letteratura e il territorio.

 

  • Quali sono tre titoli fondamentali, tra narrativa, poesia, saggistica o altro, per il tuo percorso da poeta?

Laura Pugno: Con ogni gentilezza: sono troppi i libri amati per poter davvero rispondere a questa domanda, a cui tendo a sfuggire sempre.

 

 

  • Roma ha fatto nascere o ha accolto moltissimi scrittori, italiani e internazionali.  Che relazione ha la tua scrittura con Roma?

 

Laura Pugno: Mentre scrivo la risposta a questa domanda è il 27 settembre 2024, mi sto preparando a intervenire, non appena farà buio, a un evento nell’ambito di un ciclo organizzato da Muta Imago e Index Produzioni, e curato da Maria Teresa Carbone, che si intitola “Piazza Vittorio, In una qualunque parte del pianeta. Dialoghi”, e che si tiene non lontano da dove sorge, nei giardini della piazza, la cosiddetta Porta Alchemica. Ecco, Roma è stata soprattutto, per me, la porta su un Altrove, un varco che consente il passaggio nei due sensi. Questo, per esempio, sempre per me, è un momento del ritorno. Come scrive Eugenio Montale in Casa sul mare, “Ma taluno sovverta ogni disegno/passi il varco, qual volle si ritrovi” ….

 

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  • Concludiamo con una riflessione su una poetessa o un poeta storicizzato, d’origine o residente o anche solo transitato da Roma, che abbia dato un contributo rilevante al nostro panorama letterario.

 

Laura Pugno: Rispondo con questa strofa dal poemetto dedicato a Vertumno, dio romano di origine etrusca, dio della primavera e della metamorfosi, da Iosif Brodskij, Poesie italiane, Adelphi, traduzione di Serena Vitale, p. 101.

 

 

Laura Pugno

 

 

XII

 

D’inverno il globo si appiattisce mentalmente. Le latitudini,

specialmente al crepuscolo, si accavallano.

Le Alpi non le ostacolano. Odore di glaciazione.

Odore, aggiungerei, di neo e paleolitico.

Più alla buona: di futuro. Giacché la glaciazione

è una categoria del futuro che a sua volta è il tempo

in cui non ami più nessuno,

neanche te stesso. In cui ti vesti senza preoccuparti

che potrai spogliarti di colpo nella stanza

di chissà chi, e in cui non pupi

uscire di casa con la sola camicia azzurra addosso,

né tanto meno nudo. Da te ho imparato molto,

ma non questo. In un certo senso non c’è nessuno

nel futuro; in un certo senso

nessuno ci è caro nel futuro.

Là, certo, stalattiti e morene balenano ovunque

come louvres e grattacieli dai contorni incerti.

Certo, qualcuno lì si muove: mammut

o scarabei mutanti di alluminio, alcuni con gli sci.

Ma tu eri il dio dei subtropici, con diritto di controllo

sul bosco misto e sulla zona del cernoziom:

su questa patria del passato. Nel futuro il passato non esiste e là

tu non hai nulla da fare. D’inverno avanza ammantando

i contrafforti delle Alpi, i dolci Appennini,

afferrando ora una radura con il fiore, ora soltanto

qualcosa di sempreverde: una magnolia, un ramo di alloro;

e non solo d’inverno. Il futuro

comincia sempre quando qualcuno muore.

In specie un uomo. Se un dio, a ragione maggiore.

 

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