Gualberto Alvino al Questionario Poetico
Gualberto Alvino al Questionario Poetico di Gisella Blanco per Il Talento di Roma
(Foto dell’autore per concessione dello stesso. La foto di Nanni Balestrini è di Dino Ignani che ringraziamo)
In questa rubrica, poniamo ai poeti romani o che risiedono o transitano spesso nella Capitale, due tra le domande più emblematiche tratte dallo storico saggio Il pubblico della poesia di Alfonso Berardinelli e Franco Cordelli che, dal 1975, per ben tre edizioni, pone ai poeti i doverosi interrogativi sul linguaggio letterario, nonché sul presente e sul futuro della poesia italiana. Dal confronto e dall’intersezione delle risposte potrà emergere la possibilità di fare un quadro, seppur non esaustivo ma almeno verosimile, dello stato dell’arte poetica contemporanea e dell’annosa questione dell’industria della cultura di oggi.
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Hai idee generali organizzate in ipotesi (e tesi) teoriche intorno allo scrivere poesia in generale e allo scriverla oggi?
Gualberto Alvino: So bene che la mia risposta rischia di suonare avventata, provocatoria, forse perfino sacrilega in un clima culturale caratterizzato dal più assoluto disinteresse per la dimensione linguistica del testo letterario e da un contenutismo altrettanto esasperato che anacronistico il cui unico progetto parrebbe nientemeno quello di degradare la materialità dell’opera — cioè l’opera — a puro accidente, sostituendo le leggi delle cose alle leggi dei segni verbali che le esprimono. La struttura linguistica, in poesia come in tutte le scritture letterarie, lungi dal rappresentare un mero ingrediente del testo, è il testo, poiché essa non va concepita quale messa in forma del contenuto, involucro da lacerare per raggiungere la cosiddetta “sostanza delle cose”, ma come un complesso di apparecchiature espressive pienamente attualizzate e ontologicamente autosufficienti, un organismo di dati concettuali verificabili e concreti, nel cui àmbito il discorso critico non solo può trarre alimento e ragione sufficiente al proprio operare, ma deve totalmente consistere, pena lo sconfinamento nel più irrazionale, abbandonato impressionismo.
REGARD
(dal mio R[h]ethorica novissima, prefazione di Francesco Muzzioli, Roma, Il ramo e la foglia Edizioni, 2021)
si vede una camera d’albergo paggi cinesi persino
un salon de coiffure listato a lutto nella hall turisti
svizzeri parlano tutte le lingue si vede
una lampada al neon come quelle
delle vecchie stazioni inghiottire
lo spazio migliaia d’antenne
si vede la ragazza capelli rossi dura
tale un pugno dardeggia sguardi d’ardesia
d’intesa si vede a destra la spiaggia dai 100 pali
a sinistra l’atroce ocra dei volti stesi
sui sassi in plenaria incoscienza si vede
il rumore assoluto perché tutto trema
perciò si vede e poi si vedono
i nasi che aspirano i nervi vibrano divorano
annientano soldati seduti al sole poco
prima di mezzogiorno attraverso i vetri
delle corriere macchiati d’impronte la strada
piena di fiori a morto le volte
delle chiese puntellate si vede l’orizzonte
avanzare bisogna fare grandi
sforzi per non vedere come dall’alto
di una torre i nostri doppî formicolare
a scatti nell’aria ferma basta seguire la pista
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Che cosa sono per te il pubblico, il mercato culturale e l’industria editoriale (nel presente quesito vengono unite due distinte domande del questionario, nda)?
Gualberto Alvino: Nulla. Assolutamente nulla. Dovrebbe ormai esser chiaro a chiunque che non è lo scrittore a dover scendere, ma il pubblico a dover salire; la lettura è un atto creativo, che dunque abbisogna di strumenti adeguati per compiersi. Quanto al mercato culturale e all’industria editoriale, cosa mai hanno a che fare con la letteratura?
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In questa parte dell’intervista, approfondiamo il rapporto dei poeti con la letteratura e il territorio.
Quali sono tre titoli fondamentali, tra narrativa, poesia, saggistica o altro, per il tuo percorso da poeta?
Gualberto Alvino: ‒ Gianfranco Contini, Varianti e altra linguistica. Una raccolta di saggi (1938-1968), Torino, Einaudi, 1970.
‒ Edoardo Sanguineti, Laborintus, Varese, Magenta, 1956.
‒ Carlo Emilio Gadda, La cognizione del dolore, Torino, Einaudi, 1963.
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Che relazione ha la tua scrittura con Roma?
A Roma sono nato e sempre vissuto. Da ragazzo ho frequentato quasi tutti gli scrittori romani o residenti nella capitale, da Moravia a Pasolini, da Siciliano a Balestrini, da Attilio Bertolucci a Ungaretti a Tonino Guerra ad Arbasino. Ma la mia scrittura non ha mai avuto nulla a che vedere con la mia città.
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Roma ha fatto nascere o ha accolto moltissimi scrittori, italiani e internazionali.
Concludiamo con una riflessione su una poetessa o un poeta storicizzato, d’origine o residente o anche solo passato da Roma, che abbia dato un contributo rilevante al nostro panorama letterario.
Gualberto Alvino: Nanni Balestrini è uno dei pochi autori italiani in cui eversione formale e passione civica, scavo della lingua e orgia dei contenuti, rivolta politica e contestazione letteraria non abbiano mai conosciuto un istante di divaricazione, con buona pace di quanti si ostinano contro ogni buonsenso storico-critico a mozzarne la poetica in due tronconi eterogenei e inconciliabili, anime perdutamente opposte: l’una, culminante in Tristano, dove — sotto l’impero del significante — tutto s’impernierebbe sul disegno strutturale, da esso traendo fondamento e ragione; l’altra, da Vogliamo tutto in qua, governata da rapinose oltranze antiletterarie. Viceversa, nei suoi testi non ribolle meno vita, meno sostanza umana, minor brama di redenzione culturale e sociale che nei più scabri resoconti di lotte operaie e studentesche dei romanzi civili; e in questi il tesoro tematico, ancorché enfatizzato fino all’urlo o al puro moto, ha identico peso dell’orchestrazione formale, meditata e regolata nei minimi dettagli. Questo il maggior merito di Balestrini: che anche nelle più arcigne sperimentazioni sono sempre l’uomo e il mondo a fornir materia, un mondo sia pur rappresentato sotto specie di massa plastico-sonora lacerata, sminuzzata, infinite volte montata e rimontata fino a intorbidarne, con la riconoscibilità, la matrice d’epifania, di esperienza intensamente vissuta; o quale crudo documento squadernato nella sua ignuda oggettualità al fine — se non d’estinguere, che sarebbe impensabile — di attenuare il più possibile voce, ideologemi, passioni, punti di vista autoriali.

Foto di Dino Ignani
Nanni Balestrini
Tipe Mark I
Testa premuta sulla spalla, trenta volte
più luminoso del sole io contemplo il loro ritorno,
finché non mosse le dita lentamente e mentre la moltitudine
delle cose accade, alla sommità della nuvola
esse tornano tutte alla loro radice e assumono
la ben nota forma di fungo cercando di afferrare.
I capelli tra le labbra, esse tornano tutte
alla loro radice, nell’accecante globo di fuoco
contemplo il loro ritorno, finché non muove le dita
lentamente, e malgrado che le cose fioriscano
assume la ben nota forma di fungo cercando
di afferrare mentre la moltitudine delle cose accade.
Nell’accecante globo di fuoco io contemplo
loro ritorno quando raggiunge la stratosfera mentre la moltitudine
delle cose accade, la testa premuta
sulla spalla, trenta volte più luminose del sole
esse tornano tutte alla loro radice, i capelli
tra le labbra assumono la ben nota forma di fungo.

