Cetta Petrollo al Questionario Poetico
Cetta Petrollo al Questionario Poetico di Gisella Blanco per Il Talento di Roma
(foto per gentile concessione della autrice, foto di Elio Pagliarani di Dino Ignani che ringraziamo)
In questa rubrica, poniamo ai poeti romani o che risiedono o transitano spesso nella Capitale, due tra le domande più emblematiche tratte dallo storico saggio Il pubblico della poesia di Alfonso Berardinelli e Franco Cordelli che, dal 1975, per ben tre edizioni, pone ai poeti i doverosi interrogativi sul linguaggio letterario, nonché sul presente e sul futuro della poesia italiana. Dal confronto e dall’intersezione delle risposte potrà emergere la possibilità di fare un quadro, seppur non esaustivo ma almeno verosimile, dello stato dell’arte poetica contemporanea e dell’annosa questione dell’industria della cultura di oggi.
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Hai idee generali organizzate in ipotesi (e tesi) teoriche intorno allo scrivere poesia in generale e allo scriverla oggi?
Cetta Petrollo: Per mia esperienza e per quanto ricordo delle chiacchierate con Elio Pagliarani sulla poesia, penso che si inizi a scrivere versi, o a dipingere, a scolpire, a creare insomma, sempre per un di più, di vitalità, di energia, o per un di meno, la percezione soggettiva di un di meno, qualcosa che crediamo ci differenzi degli altri. Si comincia a scrivere poesia per questo, e per questo, tutti, o quasi tutti, iniziamo a scrivere nell’adolescenza quando gli impulsi vitali sono più forti e, nello stesso tempo, ci sentiamo tremendamente diversi da tutti gli altri.
La mia primissima poesia l’ho scritta, però, mentre ero in uno stato di beatitudine sospesa, una sensazione meravigliosa che ancora provo quando arriva quella che si definisce “ispirazione”.
Ero sola chiusa nell’auto dei miei, parcheggiata in una strada vuota, davanti ad una tintoria, avevo undici anni e ho sentito all’improvviso il bisogno di rappresentare, raffigurare per immagini, la pace assoluta che avevo intorno e che mi sospendeva nel tempo, c’ero e non c’ero, anzi c’ero veramente e di più.
Per me dunque la poesia, come insegnava Ungaretti nelle sue lezioni universitarie, “ha in sé nascosto un segreto”, nel senso che ha qualcosa di magico che parte dalla percezione della vita che ci circonda, dagli incontri, e di questa si nutre. La poesia, sicuramente la mia, non nasce dalle letture ma dai fatti quotidiani del vivere che nel momento dell’incontro prendono forma, si trasfigurano e rinascono nella forma linguistica.
Le poesie più belle dopo il momento dell’ispirazione non hanno quasi mai bisogno di molte varianti, basta guardare i manoscritti di Pascoli a Casa Pascoli o quelli di Leopardi per vedere come tutto sia già lì, definito, sin dall’inizio.
Non credo che ci siano grandi differenze fra i poeti contemporanei e i poeti del passato, fra i classici antichi e quelli novecenteschi.
La partenza, l’esigenza è la stessa, se il bisogno è reale e non si tratta solo di una delle tante strade per dimostrare al pubblico – dei social e non – che si vive, si esiste, lo strumento insomma, servendosi dei versi, per diventare personaggi riconosciuti.
Certo molti poeti sono attratti dalle mode – nei sessant’anni passati quella dello sperimentalismo che si prolunga ora nella poesia di ricerca e, in direzione opposta, nel pieno ritorno all’io biografico che deraglia banalmente ovunque, non solo in poesia ma anche nella narrativa.
La differenza fra la poesia “necessitata” e quella che non lo è, consiste, a mio giudizio, nel fatto che quella necessitata parla a nome di chi non ha voce, parla per tutti e a nome di tutti e così, per il fatto stesso di agire sotto necessità, non segue le mode ma le crea.
Come fosse la passeggiata per il mercato orientale
dove salgono gli odori delle spezie
dove porto su porto
cannella alloro maggiorana peperoncino
sacchetti di garza nera sacchetti di me in te
sacchetti di garza rossa sacchetti di te in me
dove chiudere l’io che non si sveli sulla pelle grattata
la bocca così presente
porto su porto
Pietra grigia a strisce
dove tu
la nuda sera senza ore
dove tu
in tripudio di bocca
in tripudio di braccia
dove tu
come fosse risposta
alle navi che partono
ma non ancora abbastanza
come se esistesse una nave che parte
ma non ancora abbastanza
verso i mostri angolari
che non sorvegliano
lì dove fa male il cuore
ignoti slarghi di quasi feste
lì precisamente si è perso il corpo
lì precisamente dove fa male il cuore
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Che cosa sono per te il pubblico, il mercato culturale e l’industria editoriale (nel presente quesito vengono unite due distinte domande del questionario, nda)?
Cetta Petrollo: Tutti i poeti vorrebbero che il pubblico della poesia fosse il più ampio possibile e non un pubblico solo di poeti, critici, professori e studiosi del genere poesia, ma così non è, almeno non è così in Italia.
La poesia non è popolare, non è amata, come in altre culture, dalla comunità, dal popolo, è considerata ambito per pochi adepti, territorio iniziatico e ora anche di più, vista l’incapacità di molti poeti a tradurla con la voce, carnalmente, e l’incomprensibilità linguistica – superabile solo con il corpo stesso del poeta – dei testi.
Il mercato culturale e l’industria editoriale sono quelli di sempre, attenti, naturalmente, al guadagno e dunque a creare personaggi che facciano vendere libri ma la quantità delle case editrici di poesia è cresciuta in modo esponenziale per cui le raccolte poetiche hanno maggiori opportunità, rispetto a quelle di un tempo, di essere pubblicate.
Un bene? Un male?
Direi piuttosto un bene dal momento che permette a tutti gli autori di essere pubblicati superando i confini, spesso inaccessibili, delle grandi case editrici e di diffondere i propri testi, attraverso piccoli, coerenti e raffinati editori che hanno un loro pubblico di riferimento che comunica, spesso anche per mezzo della rete dei social, con altri livelli, altre aree di pubblico.
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In questa parte dell’intervista, approfondiamo il rapporto dei poeti con la letteratura e il territorio.
Quali sono tre titoli fondamentali, tra narrativa, poesia, saggistica o altro, per il tuo percorso da poeta?
Cetta Petrollo: Le letture non hanno influito molto sul mio stile, hanno inciso di più la vita e i rapporti personali.
Posso parlare delle letture che più mi hanno appassionato dalla pubertà alla vecchiaia: I Tre Moschettieri a undici anni – lettura ininterrotta per giorni e giorni mangiando panini, le poesie di Saba a quattrodici anni, I Fratelli Karamazov a sedici anni – notte in bianco dalle nove di sera fino alla mattina seguente per finirlo tutto, a ventiquattro anni le poesie di Iolanda Insana, quelle di Amelia Rosselli e di Giovanna Bamporad, le Poesie di Cummings e quelle di Williams Carlos Williams – pause ripetute tanto era insopportabile l’eccitazione nel leggerle – e, nell’ultimo decennio, la scoperta di poeti statunitensi poco noti in Italia e poco tradotti, Susan Briante, Nathaniel Mackey, John Latta, Mark Tardi e, per la narrativa, la tardiva scoperta di Clarice Lispector e di Irene Nemirovskj.
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Che relazione ha la tua scrittura con Roma?
Cetta Petrollo: Intensa, sono nata e vissuta sempre a Roma, tranne il breve periodo del mio soggiorno genovese, le mie prose, i romanzi – uno dei quali ha come luogo centrale via Margutta – e le mie poesie – alcune scritte in dialetto romanesco – risentono delle atmosfere e dei colori romani.
Roma, città faticosissima da qualche anno ma, per me, sempre generosa e accogliente, terra ospitale per molti miei e nostri cari amici che non ci sono più, Simone Carella, Carlo Bordini, Iolanda Insana, Alfredo e Laura Giuliani, Valentino Zeichen, Nico Garrone ma anche Berta Mastroianni, il pittore Martini e Luciano, l’oste di Via della Croce.
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Roma ha fatto nascere o ha accolto moltissimi scrittori, italiani e internazionali.
Concludiamo con una riflessione su una poetessa o un poeta storicizzato, d’origine o residente o anche solo passato da Roma, che abbia dato un contributo rilevante al nostro panorama letterario.
Cetta Petrollo: Risposta scontata, anzi scontatissima, Elio Pagliarani, che ha trasformato in modo sostanziale il linguaggio della poesia facendo comprendere e sentire a tutti che si può anche adoperare in poesia la parola “cielo” purché inserito nel contesto linguistico dell’oggi e dunque un cielo “contemporaneo”, “colore di lamiera”, che si possono adoperare settenari e ottonari purché nascosti dentro alla ritmica mutuata dal lavoro delle fabbriche, che l’epica può essere l’epica di un tassista clandestino, di una dattilografa, di un giovane adulto della costiera romagnola che parlando racconta in versi la storia del popolo italiano negli anni del dopoguerra e in quelli del miracolo economico degli anni Sessanta (storia che fece commuovere, perché simile alla sua, il cittadino rumeno al quale lessi, e lui ne comprese il significato e si mise a piangere, Narcissus pseudonarcissus).

Elio Pagliarani da La Ballata di Rudi, XVIII, in Tutte le poesie, Il Saggiatore, 2018.
Stamattina al reparto T.A. il ritmatore
della Siemens, a San Siro, è stato allentato di una frazione di qualcosa e il tempo fra i due lampi verdi entro i quali lampi le operaie dobbiamo svolgere il lavoro è durato più a lungo
nessuna a differenza di ieri è svenuta, io sono venuta qua
per tutta la giornata un via vai di tecnici e ingegneri a far conti ad applicare formule attorno alla posizione undici là dove
per otto ore al giorno c’è da saldare fili a migliaia e migliaia di millanta rossi gialli bianchi continuando a chinarci a terra per risalire adagio adagio fino a riempire di fili tutto il pannello di trentasei relé
ritto verticale di fronte a me
siamo dell’IRI, come dello Stato sulla carta i conti tornano è stato calcolato ogni secondo
trecentosessantasette saldature semplici centosessantanove doppie e diciotto nude si guadagnano ottantatré minuti esatti ogni pannello
adesso che l’hanno tolto dal balcone e l’hanno messo ritto verticale
si tiene il tempo con le lampadine che si accendono per comandare si comincia per terra quasi inginocchiati poi si sale
centimetro per centimetro a innestare fili di continuo a ogni brillìo di lampadina così nel mio reparto sembra una chiesa indiana martedì è svenuta Caterina
sarà il caldo hanno detto sarà il freddo sarà che aspetta un bambino ohi gente eravamo incinta in una cinquantina
che non c’era più posto all’infermeria
si chiama taglio dei tempi
ci hanno aumentato il ritmo adesso sono qui che mi distendo e ho proprio voglia
ma no di bere studiano i lavoratori delle catene con le macchine da presa ci registrano ogni movimento dei muscoli vogliono eliminare lo spreco
di energie agitazione sciopero sono qui perché mi piace di energie agitazione sciopero sono qui perché mi piace di energie agitazione sciopero sono qui perché mi piace
Non è la solita balera c’è gente fina qui ma perché state così larghi
quando si balla forse è ancora presto ma io non è che posso fare molto tardi però v’avverto prima.

