Gilda Policastro al Questionario Poetico
Gilda Policastro al Questionario Poetico di Gisella Blanco per il Talento di Roma
(foto di Ginevra Baldassari)
In questa rubrica, poniamo ai poeti romani o che risiedono o transitano spesso nella Capitale, due tra le domande più emblematiche tratte dallo storico saggio Il pubblico della poesia di Alfonso Berardinelli e Franco Cordelli che, dal 1975, per ben tre edizioni, pone ai poeti i doverosi interrogativi sul linguaggio letterario, nonché sul presente e sul futuro della poesia italiana. Dal confronto e dall’intersezione delle risposte potrà emergere la possibilità di fare un quadro, seppur non esaustivo ma almeno verosimile, dello stato dell’arte poetica contemporanea e dell’annosa questione dell’industria della cultura di oggi.
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Hai idee generali organizzate in ipotesi (e tesi) teoriche intorno allo scrivere poesia in generale e allo scriverla oggi?
Gilda Policastro: L’idea è che non bisognerebbe più scriverne: se ne scrive troppa e di qualità scadente. L’idea comune a tutti gli aspiranti poeti è che sia sufficiente buttare fuori quello che si ha dentro (frase che ho sentito ripetere a ingegneri informatici come a neuroscienziati). Ce n’è già a sufficienza, di poesia. Potremmo fermarci a leggere quella che c’è.
Da Non come vita, Aragno, 2013
Precari
Mamma tu lo sai
che a un idiota qualunque
se va a leggere su un palco
(li chiamano slam poetry)
gli danno quanto meno cento euro
(lo chiamano gettone di presenza)
e se lo vince ci può campare un mese,
certo senza pretese
Mamma mi ricordo quando non camminavi
papà a spingerti giù nel corridoio
overlook dice un poeta di oggi, come in Shining,
e tu battevi i piedi, invece,
come un bambino al mare
Mamma tu lo sai che oggi
se va bene mi rinnovano il contratto
ma devo sorridere, carina e ben vestita
(da ricercatrice a tempo, che hai capito da velina)
Mamma ti ricordi com’eri bella nelle foto
in cui ci somigliamo
(meno disoccupata tu,
meno gettone di presenza
una supplenza tre figli e
– lo leggevi Céline? – l’atroce
farsa del durare)
ma lo sai che adesso
puoi lavorare gratis, se ti dice male,
e un fidanzato a tempo lo rimedi:
precario oggi è come postmoderno ieri,
come il nero,
si mette dappertutto che non stona
Mamma tu nelle foto eri bella,
mentre ora che ci guardano le telecamere
ti prendi, magari, un’ombrellata
e se ne muori
almeno sai chi è stato
Mamma gli altri miei amici hanno le mamme
che sorridono, a volte, tutte vive
(le tue medicine impilate
più il potassio per ripristinare i liquidi),
e adesso, sì, ti porterei dove volevi andare,
in quel posto molto chic a San Lorenzo:
dieci euro e mangi una, due prese,
alla terza ti guardano male (lo chiamano happy hour),
e ti farei leggere quello che scrivo
quando dicevi
la dobbiamo far vedere non è normale,
o ti potrei presentare i fidanzati,
pure quel curdo di cui diresti non sia mai
Mamma ti vengo a prendere, alzati,
dai aria alla stanza e, soprattutto,
fatti trovare
(2011)
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Che cosa sono per te il pubblico, il mercato culturale e l’industria editoriale (nel presente quesito vengono unite due distinte domande del questionario, nda)?
Gilda Policastro: È presto detto: il pubblico della poesia sono i poeti, che si leggono a vicenda, se pure si leggono, e si ascoltano, se pure si ascoltano, nelle occasioni pubbliche, sempre più frequenti e affollate. L’industria editoriale e il mercato (mercato culturale è un ossimoro) fanno il loro lavoro, che è quello di vendere libri. Siccome i libri di poesia non si vendono, a meno che non si tratti di pseudopoesia o di poesia scritta da non-poeti, non ne pubblicano più, di bella poesia, se non i piccoli editori.
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In questa parte dell’intervista, approfondiamo il rapporto dei poeti con la letteratura e il territorio.
Quali sono tre titoli fondamentali, tra narrativa, poesia, saggistica o altro, per il tuo percorso da poeta?
Gilda Policastro: Postkarten di Edoardo Sanguineti, Le ballate della Signorina Richmond di Nanni Balestrini, Anacronismi di Christophe Tarkos. Sono i libri che mi hanno indotto a scrivere anche in versi, poi ce ne sono naturalmente tantissimi altri che dovrei citare, tra narrativa e saggistica.
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Che relazione ha la tua scrittura con Roma?
Gilda Policastro: Una relazione soprattutto linguistica: da quando ci vivo, ovvero da quando ero studentessa, mi hanno sempre colpito le frasi tipiche, che non avevo mai sentito e che sono epitomi della filosofia gaudente e un po’ sborona del romano come macchietta (non me ne può importare di meno, fu la primissima epifania sonora di questo tipo). Da una frase orecchiata una sera all’Oasi della birra («la verità è che i quattro salti in padella nun so cattivi») è nato il progetto delle Inattuali, la mia personale declinazione dell’eavesdropping (alla lettera: orecchiare) di area angloamericana.
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Roma ha fatto nascere o ha accolto moltissimi scrittori, italiani e internazionali.
Concludiamo con una riflessione su una poetessa o un poeta storicizzato, d’origine o residente o anche solo passato da Roma, che abbia dato un contributo rilevante al nostro panorama letterario.
Gilda Policastro: Come romana d’adozione, non posso non citare Pasolini, che però come poeta non amo. Lo vorrei citare piuttosto per un passo di Petrolio che trovo poeticissimo e non a caso contiene una citazione dantesca: l’incedere per le borgate del Merda e di Cinzia, abbracciati secondo i dettami dell’amore che Pasolini considerava più insincero, quello della coppia borghese. Il braccio con cui l’uomo cinge la donna finisce col cadere “come corpo morto”, suggellando l’inutilità e la fatica di quella ostentazione. Non amava l’idea di coppia Pasolini, e nemmeno io, ma per ragioni diverse. È pur vero che all’amore esclusivo non si è trovata un’alternativa, almeno nei termini dell’amore romantico (o della menzogna romanzesca, per dirla col tale). Ma questo con la poesia non c’entra, o forse sì.
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