Tommaso Giartosio al Questionario Poetico
Tommaso Giartosio al Questionario Poetico di Gisella Blanco per Il Talento di Roma
In questa rubrica, poniamo ai poeti romani o che risiedono o transitano spesso nella Capitale, due tra le domande più emblematiche tratte dallo storico saggio Il pubblico della poesia di Alfonso Berardinelli e Franco Cordelli che, dal 1975, per ben tre edizioni, pone ai poeti i doverosi interrogativi sul linguaggio letterario, nonché sul presente e sul futuro della poesia italiana. Dal confronto e dall’intersezione delle risposte potrà emergere la possibilità di fare un quadro, seppur non esaustivo ma almeno verosimile, dello stato dell’arte poetica contemporanea e dell’annosa questione dell’industria della cultura di oggi.
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Hai idee generali organizzate in ipotesi (e tesi) teoriche intorno allo scrivere poesia in generale e allo scriverla oggi?
Tommaso Giartosio: Credo con forza nella validità di approcci molto diversificati alla poesia, sia nella scelta di cosa leggere, sia nel tentare forme di scrittura: non temo l’eclettismo sia perché uno stile personale prima di tutto non è di per sé un obiettivo da valorizzare (“oggi il mio stile è non avere stile”), sia perché tale stile, se ha la forza di emergere, emerge comunque (nel verso citato l’impronta di Sanguineti è riconoscibilissima). Detto questo, ci sono direzioni e questioni che in questo momento trovo più interessanti. Mi interessa il rapporto tra quella che chiamerei la “metrica profonda” della tradizione letteraria in lingua italiana e le possibilità offerte dalle diversissime forme del verso libero e della prosa. Mi interessa anche (in modo parzialmente simmetrico rispetto al punto precedente) mettere in rapporto certi temi poetici classici tipo l’amore la morte la natura, che si vorrebbero cantabilmente atemporali (qui il condizionale asfalta una diagnosi più complessa), con la gola stretta della traumatica contemporanea (conio qui il sostantivo “traumatica”, a indicare una disciplina dei traumi generalizzati – storici, diffusi, endemici – ma anche una pratica di tali traumi: entrambe stringenti: una “branca”, potremmo dire). Mi interessa infine, ma come arduo estremo punto di fuga, l’ipotesi di una nuova poesia popolare. La seguente poesia intreccia forse questi diversi motivi:
Ora che sto conoscendo molti poeti
tutti loro dicono (senza eccezione)
che il mondo dei poeti è un brutto mondo,
pieno di persone cattive, di invidiosi,
di ladri e traditori, e non è il caso di aggiungere
che non è il caso di loro che mi parlano
ma non sono così. Credo che abbiano
ragione, che siano tutti brave persone
e che per loro come per me disconoscere
l’inferno della poesia sia in fondo un modo
per riconoscerlo all’interno di noi stessi
e fare i poeti, come è giusto che sia.
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Che cosa sono per te il pubblico, il mercato culturale e l’industria editoriale (nel presente quesito vengono unite due distinte domande del questionario, nda)?
Tommaso Giartosio: Nella creazione artistica mi interessa l’elaborazione personale di un oggetto molto complesso, che viene poi proposto a un pubblico “spezzettato” in singole persone che ne colgono, valorizzano, criticano diversi aspetti: idealmente, aspetti sempre nuovi, per secoli. È quindi qualcosa di molto diverso dalla produzione seriale di merci semplici (o anche intricate come un pc, ma non complesse come un romanzo) che soddisfano e esauriscono una domanda ben precisa espressa da una massa di fruitori. Il mercato culturale e l’industria editoriale, tuttavia, cercano di assimilare la creazione alla produzione; e in parte ci riescono, perché creare non può non essere anche produrre; per questo le letture sociologiche del mercato culturale colgono effettivamente dei processi reali. Ma non è possibile creare pensando solo di star producendo per un pubblico, come non si può camminare sulla corda mentre si studia le facce che affollano gli spalti. La destinazione collettiva della creazione artistica, che pure esiste, deve venire messa in sospeso, e io provo a farlo.
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In questa parte dell’intervista, approfondiamo il rapporto dei poeti con la letteratura e il territorio.
Quali sono tre titoli fondamentali, tra narrativa, poesia, saggistica o altro, per il tuo percorso da poeta?
Tommaso Giartosio: Suppongo che i due testi novecenteschi fondamentali per me siano stati il Canzoniere di Saba e Le ceneri di Gramsci, stranamente ibridati con Fuoco pallido di Nabokov.
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Che relazione ha la tua scrittura con Roma?
Tommaso Giartosio: Roma relativizza qualsiasi nostra scelta, appiattendola contro il suo fondale quasi metastorico. In questa città siamo ospiti di passaggio – ancora di più se (come me, come forse la maggioranza dei romani) le nostre radici in realtà stanno altrove. Ciò favorisce uno sguardo da “fisolofo”, direbbe Belli. Ma si dimentica spesso che il personaggio di Belli, oltre che “fisolofo”, è “caffettiere”. Il fatalismo è energizzante. Roma ha ispirato tanta grande letteratura moderna perché, se scrivere non cambia nulla, si può scrivere tutto: forse si deve.
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Roma ha fatto nascere o ha accolto moltissimi scrittori, italiani e internazionali.
Concludiamo con una riflessione su una poetessa o un poeta storicizzato, d’origine o residente o anche solo passato da Roma, che abbia dato un contributo rilevante al nostro panorama letterario.
Tommaso Giartosio: Amo questa poesia, una delle più note di Juan Rodolfo Wilcock:
Comunque sia, questo mondo è per te.
Mi sono domandato molte volte
a che serviva, e non serviva a niente,
ma adesso grazie a te ritorna utile.
Fa il conto della merce abbandonata
da Dio e prendila, l’hanno fatta per te
millenni di uomini che non ti conoscevano
ma che cercavano di prefigurare
in templi e tombe di roccia e biblioteche
uno stupore come quello che effondi
quando sorridi e fai fermare il tempo
e tutti ammutoliscono rapiti
e ti alzi e dici, «io me ne vado a letto».
Dormi, al risveglio sarà lì il tuo retaggio:
una città che fu famosa assai,
un fiume sporco cantato dai poeti,
il cinema dove hanno ucciso Giulio Cesare;
e intorno valli, montagne, mari, oceani,
e capitali, e continenti e selve,
e piramidi, e versi, e adoratori
della tua forma esterna o quella interna
e in alto il cielo e il sole e le stelle e la luna
e sulla terra le bestie ubbidienti
a te che infine vieni a giustificare
la loro straordinaria varietà.
È tutto tuo e non finisce mai.
Questo tono discorsivo – iniziare una poesia con “comunque”! – io lo associo a certi poeti americani, Williams, Berryman, Cummings, soprattutto Frank O’Hara; ma anche a quella temporalità romana a cui accennavo prima. Il senso di provvisoria appartenenza a una storia (narrazione e Storia) che ci travalica e trascende. Una storia in cui le Idi di marzo e una sala cinematografica occupano ormai lo stesso punto, in cui perfino la prevedibile fine di Roma è un episodio della sua infinitudine, in cui tutto quanto nell’universo si squaderna può ben venire chiamato a testimone di un singolo amore umano. Si può scrivere tutto.
Potete scoprire chi è Tommaso Giartosio qui

