Mariella De Santis al Questionario sulla Poesia
Mariella De Santis al Questionario sulla poesia di Gisella Blanco per Il Talento di Roma
(foto di Dino Ignani)
In questa rubrica, poniamo ai poeti romani o che risiedono o transitano spesso nella Capitale, due tra le domande più emblematiche tratte dallo storico saggio Il pubblico della poesia di Alfonso Berardinelli e Franco Cordelli che, dal 1975, per ben tre edizioni, pone ai poeti i doverosi interrogativi sul linguaggio letterario, nonché sul presente e sul futuro della poesia italiana. Dal confronto e dall’intersezione delle risposte potrà emergere la possibilità di fare un quadro, seppur non esaustivo ma almeno verosimile, dello stato dell’arte poetica contemporanea e dell’annosa questione dell’industria della cultura di oggi.
*
Hai idee generali organizzate in ipotesi (e tesi) teoriche intorno allo scrivere poesia in generale e allo scriverla oggi?
Mariella De Santis: Non so se posso parlare di idee relative alla poesia, allo scriverne e al leggerne ma sicuramente sono dentro un processo riflessivo, autocritico, con i limiti inevitabili ricadenti sull’osservatore che si fa oggetto di osservazione, e di conseguenza organizzo le mie misure di relazione con la poesia in quanto disciplina e col testo poetico in quanto disciplinato da una direzione di lavoro a cui mi sottopongo e che proviene da ipotesi che talora prendono timida forma di tesi. Ma non per difetto di mio convincimento, ma per rispetto di chi passa la vita a formalizzare ipotesi, tesi e statuti di orientamento di estetica o critica militante. Io sono un’appassionata studiosa in libera uscita, non un’accademica. Considero la poesia, come ho anzidetto, una disciplina sia in senso attivo, per la serietà che richiede scriverne, sia in senso passivo in quanto forma di conoscenza dell’esperienza esistenziale. Riflettevo giorni fa, a ridosso della lettura di un agile e perspicuo libro sui filosofi esistenzialisti che la poesia è al contempo fenomenologica e anti-fenomenologica. Da un lato (stavo per scrivere da un verso…ma evitiamo le sovrapposizioni di significanti..) si pone davanti alla “cosa” così come essa appare, e chiaramente qui la lezione heideggeriana risplende nella sua potenza, ma nel momento in cui alla “cosa” ci si avvicina molto, anzi, doverosamente troppo, attratti dal “farsi presso”, dal “nominante chiamare” il poeta non può fermarsi alla restituzione più esatta possibile dell’oggetto. Questo è lavoro del filosofo fenomenologo. L’osservazione del poeta è come quella dello scienziato che una volta individuato l’oggetto da esplorare non solo lo descrive ma ne spinge fuori le potenzialità di stato e di uso. Ora se consideriamo che lo strumento del poeta è il linguaggio, ne deriva che la poesia deve essere relazione tra strutture linguistiche agitate da forme, prassi, regole, sovversioni, invenzioni. La poesia si costituisce quindi come un campo energetico dotato di dinamismo che genera la costituzione e la visione di mondi verbali. Un dinamismo in parte governato dal poeta e in parte indipendente perché connesso allo statuto della lingua che supera la completa esperienza dello scrivente e quindi permette per questo ad altri di entrarvi. Recentemente ho partecipato ad un incontro politico femminista. Da molti anni non ero in contatto così diretto con certi contesti. Le parole del discorso politico erano le medesime che si usano (quasi) ogni giorno ma nella struttura che veniva loro data (come fosse una forma metrica?) deflagravano portando mondi, anzi aprendo a mondi di senso e significato eccedente l’uso addomesticato dalla convenzione. Le parole erano rigenerate e dinamicamente esprimevano il loro compito ovvero dare accesso a nuovi pensieri, a forme plastiche dell’esperienza che accadeva in quel luogo e in quel momento. Per me la poesia, quella che scrivo, quella che leggo, deve avere questa qualità. Deve partire da ciò che è problematico per il poeta in quel momento e con questo intendo che sia un oggetto emotivo, cognitivo, linguistico non ancora del tutto conosciuto. Robert Lowell in una franca intervista alla Paris Review parlò del coraggio del poeta: “Ci pensi tre volte prima di scrivere una parola e dieci prima di toglierla. E questo ha a che fare con il coraggio; se usi delle parole devono servire a qualcosa, vuoi evitare i luoghi comuni.” E non sono certa sia cosa facile, molto di quello che si legge tradisce un innamoramento per un lemma, un’emozione, un pensiero e come tutti gli innamoramenti nella propria condizione di stato nascente , porta con sé un’alterazione che se guidata si trasforma, se lasciata a sé stessa implode. Il poeta non deve essere innamorato di quello che scrive. Deve rispettarlo. Comunicare non è la funzione della poesia, o almeno lo è quale effetto collaterale. Esprimere lo è ma quanto possa estendersi il campo semantico di questo verbo è fonte di turbamento. Qui io lo uso solo nei termini di un’assunzione di responsabilità del poeta di ogni parola che va ad aggiungere al mondo che è già carico di una propria scrittura da decifrare. E quindi io sento di trovarmi in presenza della poesia quando un testo esprime una eccedenza di verità. Non mi importa che dica quello che è vero ma cosa c’è oltre il vero. A volte io penso ai Girasoli di Van Gogh come ad un esempio lampante. Quei fiori non stanno lì a significare la bellezza della natura poiché nella loro sintesi energetica ci dicono delle forze da cui la natura è abitata, dei movimenti dell’universo, delle percezioni di forze dentro e intorno a noi. E in poesia abbiamo altrettanti emblematici esempi, a partire dall’Odissea, direi. La poesia condensa significato e significante, per questo è ubiqua e multipla nella possibilità di accesso. Si guardano le cose di fronte per vederne il retro, il lato, altre dimensioni non percepite nel contatto usurante. Quello che spesso non consideriamo è che la poesia forse è un linguaggio ma certamente è lingua in sé e se non la conosciamo, non ne facciamo davvero esperienza.
Il testo poetico che propongo è un estratto da La cura di te, un poemetto che scrissi per uno splendido libro fotografico di Viviana Nicodemo
[…]
Parla ti prego parla.
Apri la tua bocca muovi quelle labbra
Prova le vocali e poi le consonanti
Parola per parola ti condurrò alla lingua.
Sì certo, lo so che non funziona ma tu conosci
I numeri disprezzi gli alfabeti. Ulisse o vagabondo
Truffato o truffatore consegni gli impiccati
All’estremo untore. Ti scaccio dal mio libro
Con una storia sola al posto delle dieci
Che fingi di contare.
Ti propongo dei giochi quelli delle ombre
Dei fili dei ricordi. Tu sillabi lalli sputi
La minestra ritorni bimba offesa assente
Di giocondia. Un’altra volta ancòra
Ho sbagliato mossa. Sciolgo nastri
Dai miei capelli ti arrampichi con lena
Per te tutto è fatica eccesso d’abbondanza.
Mi chiedi la parola che ti farà salvata
Io di tenacia vivo di perseveranza muoio
Non tolgo spine dal tuo cuore per non
Farti sanguinare. Questo mio gesto
Non lo sai capire. Diagonale alla tua
Ombra taccio. Nostra massima colpa
È non saper sbagliare.
[…]
*
Che cosa sono per te il pubblico, il mercato culturale e l’industria editoriale (nel presente quesito vengono unite due distinte domande del questionario, nda)?
Mariella De Santis: Il pubblico è quella marea indipendente che legge a casa propria o dove sia più confacente che poi incontri, in quanto autore, in alcune occasioni e ti dà la possibilità di ripensare a quello che fai, purché ti metta anche un poco in turbamento. Il discorso si fa complesso quando lo correliamo al mercato editoriale e all’industria culturale che in adempimento al proprio precetto, oggi orientano e addirittura formano il “gusto” sulla base di ciò che è vendibile. E questo molto spesso non ha nulla a che fare con la qualità del lavoro autoriale, della ricerca, in quanto segue l’immediatezza stimolo-risposta. In qualche modo è ciò che accade oggi in politica, invece di costruire insieme una visione del mondo a partire dai bisogni fondativi, si propone una visione del mondo generata da bisogni effimeri. Ma sufficienti a generare vendite. In questo richiamo l’invocazione pasoliniana che riconosceva alla poesia la qualità di valore che non diventa merce.
*
In questa parte dell’intervista, approfondiamo il rapporto dei poeti con la letteratura e il territorio.
Quali sono tre titoli fondamentali, tra narrativa, poesia, saggistica o altro, per il tuo percorso da poeta?
Mariella De Santis: Difficile. Devo pensare alle persistenze in ormai oltre cinquant’anni di letture. Ho avuto la fortuna di vivere in una casa con tanti libri. Sono la quinta di sei figli e quindi c’erano i libri di chi mi precedeva più quelli che venivano regalati a me e leggere era un piacere individuale ma valore familiare tacito. Il fatto è che si vive, ci si trasforma e un autore che in un momento sembrava parlare con molta parte di te, a un certo punto diventa evasivo, noioso, ridondante. Ecco, tra le letture persistenti prenderei dalla prima adolescenza Victor Hugo, L’uomo che ride. Ricordo ancora quando arrivai a un punto del romanzo in cui è scritto (non cito testualmente) “e il suo pianto risuonò come un colpo di tosse nell’universo”, beh ne fui sconvolta. Accostare pianto, universo, tosse, fu la prima vera percezione della potenza della scrittura. Nella poesia il libro i Quattro quartetti di Thomas Stearns Eliot, è ancora un compagno fedele, parla, parla, parla utilizzando l’essenziale, senza un grammo di eccesso. Poi un’autrice che rispetto profondamente e che è stata poeta e narratrice è Ingeborg Bachmann. Invocazione all’Orsa Maggiore è un libro imprescindibile del ventesimo secolo e tra i suoi romanzi Malina è il più conturbante per come lo stile amplifica la catastrofe insidiata nella contemporaneità.
*
Che relazione ha la tua scrittura con Roma?
Mariella De Santis: Roma è stato uno spasimo, un desiderio e quasi direi una possessione. L’ho vista la prima volta a otto anni con mia madre e i miei fratelli e mi dissi che era il posto dove io dovevo vivere. Ci sono arrivata quarantatré anni dopo e qui mi succede una cosa che non mi succede in nessuna parte del mondo: guardo i monumenti, lo splendore e mi sento come se l’artefice fossi io. Ed è questo il segreto di Roma se ti abbandoni a lei senti un’appartenenza a tutta l’umanità che ti ha preceduta e a quella che deve venire. A volte Roma entra in maniera esplicita nelle mie poesie ma di più nella prosa. Ho quasi pronta una raccolta di racconti sull’eros di questa città, il suo nero e il suo oro.
*
Roma ha fatto nascere o ha accolto moltissimi scrittori, italiani e internazionali.
Concludiamo con una riflessione su una poetessa o un poeta storicizzato, d’origine o residente o anche solo passato da Roma, che abbia dato un contributo rilevante al nostro panorama letterario.
Desidero richiamare alla memoria il lavoro, la militanza e l’opera di Gianni Toti che quest’anno avrebbe compiuto cento anni. Intanto invito a visitare la Biblioteca Totiana che da qualche anno grazie all’impegno della vedova Pia Abelli Toti, è stata acquisita dall’Associazione Gottifredo APS, ad Alatri (FR). L’allestimento permanente ospita oltre la sterminata biblioteca, le opere pittoriche della prima moglie Marinka Dallos, l’archivio cartaceo, quello elettronico dei suoi video e la ricostruzione di alcuni ambienti della sua casa di via dei Giornalisti a Roma. Ma è soprattutto luogo di incontro, pensiero, elaborazione a livello locale e internazionale, cosa questa che Toti avrebbe gradito e auspicato. Per capire chi fosse Gianni Toti e quale la portata del suo lavoro, rimando al link della Treccani che è accurato e ricco di commenti . Io piuttosto vorrei testimoniare cosa significò per me l’incontro con questo uomo geniale. Lui celiando amava dire: “io non credo di essere molto intelligente ma sono un genio” e in qualche modo era davvero così. Aveva inventato una sua lingua per entrare nella quale si dovevano compiere sforzi intensi ma più ti abbandonavi ad essa e più cominciavi a vedere orizzonti, a sentire rumore di qualcosa che si sgretolava e scenari nuovi oltre la parete. Gianni era nato il 1924 e quindi è nella generazione degli intellettuali che hanno fatto la resistenza e che poi ha militato politicamente in maniera indissolubile con la vita, la scrittura, la realizzazione di film o le videopoemopere di cui è stato l’iniziatore in Italia. Ecco tornando alla nostra lunga amicizia, che iniziò quando io avevo trentuno anni ed è proseguita nel tempo, io posso dire che il coraggio di Gianni Toti di rischiare l’isolamento, di sfidare ogni convenzione diede a me il coraggio di credere in quello che facevo senza minimamente diventargli uguale, mi diede il convincimento della tenacia intellettuale che non chiede ricompense. È questa l’energia che promana dalle sue opere e ancora trascina. In nota indico il link di una mia video intervista curata dalla bravissima Silvia Moretti che fa parte di un portfolio di interessanti testimonianze di scrittori, amici, cineasti, collaboratori, acquisite dalla Biblioteca Totiana nella rubrica Ricordando Toti.
da “IL POESIMISTA” – 1978
GLOSSOCOMIO?
ti hanno timbrato fino dalla nascita
con razza d’uomo prima identità e
poi con nome connominato
trasforandoti egoibile con le pinze
ma non eri ancora svanito nella lusione
bardato con tutti gli infinimenti e le cinture
e le croate e i fili che pendono dai bottoni
e viceversa le teste che ciondolano dai capelli
vattene adesso rondinotto da briglia
il prima non c’è stato ancora per te
prima che ti insegnino a ricordarlo
non ci sarà il dopo prima che ti postarghino
ascòltati corri ma di fianco
(dalla rosa la zolla – dalla zolla il pianeta)
così potrai mostrarci l’adcanto l ‘ ala sola
che ha una parola sopra a surlinearlo e perché
lo pronunciamo parolato grave o acuto in-ad-cantabile
lallazione lalìa glossopea glossalgia
tacere più forte
Note
1 Sarah Bakewell, Al caffè degli esistenzialisti. Libertà essere e cocktail, Fazi, 2016.
2 Martin Heidegger, In cammino verso il linguaggio, Mursia,1999.
3Paris Review, Interviste, vol.2, pag.66, Fandango, 2010.
4 Francesco Alberoni, Innamoramento e amore, Garzanti, 1981.
5 Viviana Nicodemo, Necessità dell’anatomia, Spirali, 2007. Testi poetici di Milo De Angelis, Duilio De Rui, Mariella De
6 https://www.treccani.it/magazine/lingua_italiana/articoli/percorsi/percorsi_16.html
7 https://www.youtube.com/watch?v=o5JQIzdWAEI
Potete conoscere meglio il lavoro di Mariella De Santis qui
Potete leggere lo scorso questionario poetico qui

Dino Ignani