Favolacce dei fratelli D’Innocenzo: recensione del film
Favolacce, l’incanto della favola italiana che si sfalda davanti alla realtà
Il cinema disturbante dei fratelli D’Innocenzo
di Chiara Fallavollita
Il film dei fratelli D’Innocenzo ha come protagonisti i ragazzi. Non è una scelta casuale: nella nostra cultura l’infanzia e l’adolescenza rappresentano da sempre lo stereotipo dell’innocenza, lo spazio simbolico in cui immaginare la purezza dei sentimenti e la possibilità di un futuro migliore.
Le loro storie quotidiane sembrano inizialmente inserirsi proprio in questa tradizione narrativa.
Come accade in molti romanzi di formazione, i giovani protagonisti attraversano piccoli episodi della vita di tutti i giorni – le amicizie, la scuola, le prime cotte – che dovrebbero accompagnarli lentamente verso l’età adulta.
Uno degli espedienti più tipici di questo genere è il diario segreto, che compare anche nel film. Un elemento narrativo che richiama immediatamente quel sentimento nostalgico e dolce che molti di noi associano alla propria adolescenza.
Per qualche minuto sembra davvero di trovarsi dentro una favola contemporanea.
Ma è solo un’illusione.
Poco dopo le prime scene il racconto cambia direzione in modo brusco e inquietante.
La narrazione abbandona qualsiasi rassicurazione e si sposta verso una dimensione molto più cruda, affrontando tematiche che appartengono alla cronaca nera e alla realtà più disturbante della società contemporanea.
Il film diventa così un vero e proprio manifesto di critica sociale.

Un’estate che diventa distopia
La storia ruota attorno a un gruppo di ragazzi che trascorre insieme l’estate.
Ci sono le feste di compleanno, le giornate in piscina, i pomeriggi passati tra amici e i primi amori che nascono quasi per gioco.
Tutti elementi che, in un racconto tradizionale, sarebbero il terreno fertile per una narrazione leggera e nostalgica.
Ma qui tutto viene raccontato in modo distopico.
L’ambientazione, apparentemente ordinaria, si trasforma progressivamente in un paesaggio emotivo inquietante.
I protagonisti appaiono come corpi apatici, incapaci di provare emozioni autentiche. I sentimenti sembrano estremi ma allo stesso tempo incompiuti, sospesi, incapaci di esplodere davvero.
Ogni gesto, ogni dialogo, ogni silenzio è attraversato da una tensione sotterranea che rende inquietante anche la luce piena del sole estivo.
I ragazzi non sono più bambini innocenti.
Diventano figure smarrite, disadattate, annoiate.
Travolti da emozioni che non riescono a comprendere e che spesso sembrano imitazioni dei comportamenti degli adulti.
Molti dei loro sentimenti sembrano presi in prestito dalle conversazioni o dalle chat dei padri.
La loro identità si costruisce per imitazione.
Una copia di una copia.
Il risultato è una generazione che appare vuota, immobile, priva di immaginazione.
La geografia della nostalgia
Il film è ambientato in un contesto rurale, quasi di provincia, un paesaggio che richiama immediatamente l’idea di una infanzia semplice e protetta.
È una geografia che evoca ricordi collettivi: le estati lunghe, i pomeriggi all’aperto, le amicizie che sembravano destinate a durare per sempre.
Ma questa sensazione di nostalgia dura solo pochi istanti.
Basta un cambio di inquadratura perché tutto torni a essere disturbante, sopra le righe, irreale.
Il mondo rappresentato dai D’Innocenzo appare come una favola rovesciata.
Una favolaccia, appunto.
La crisi degli adulti
Uno degli aspetti più inquietanti del film è il modo in cui vengono rappresentati gli adulti.
I dialoghi sono spesso freddi, aggressivi, privi di empatia.
Gli adulti sembrano incapaci di comprendere i figli e, anzi, diventano essi stessi la causa delle loro fragilità.
La rabbia sociale, la frustrazione e l’invidia si riversano inevitabilmente nelle vite dei ragazzi.
Le famiglie appaiono frammentate, incapaci di offrire punti di riferimento stabili.
La comunità sociale sembra inesistente.
E proprio in questo vuoto si sviluppano le conseguenze più tragiche della storia.

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Una storia vera ispirata a una storia falsa
A un certo punto del film compare una frase che sintetizza perfettamente il senso dell’opera:
“La storia vera è ispirata a una storia falsa.”
È una provocazione che riflette il modo in cui spesso percepiamo la realtà contemporanea.
Un mondo in cui il confine tra verità e finzione appare sempre più fragile.
La voce narrante, alla fine della pellicola, sembra quasi scusarsi con lo spettatore per aver mostrato soltanto lo sfogo di qualcuno annoiato dalla vita.
Ma in realtà il film è tutto fuorché uno sfogo.
È piuttosto uno specchio inquietante delle nostre esistenze contemporanee.
Un viaggio verso Roma
Nel film Roma appare come una possibile via di fuga.
La città rappresenta la meta immaginaria di chi vuole abbandonare l’arretratezza di una provincia percepita come soffocante.
Un luogo in cui forse è possibile reinventarsi, sfuggire ai giudizi e ai limiti sociali.
Ma anche questa prospettiva rimane sospesa, quasi irraggiungibile.
La conclusione del film è dominata da una tragedia fredda, priva di passione, attraversata dalla stessa apatia che caratterizza molti dei protagonisti.
Le vittime soccombono non tanto alla violenza quanto all’incomprensione del proprio vissuto.
Alla difficoltà di trovare un senso alla propria esistenza.
Una frase pronunciata nel film sintetizza perfettamente questo sentimento:
“Vorrei avere il carattere di papà: a lui la crudeltà umana non lo stupisce più.”
Scheda tecnica
Regia: Damiano e Fabio D’Innocenzo
Soggetto: Damiano e Fabio D’Innocenzo
Sceneggiatura: Damiano e Fabio D’Innocenzo
Produzione: Pepito Produzioni
Casa di produzione: Pepito Produzioni, Rai Cinema, Vision Distribution, Amka Films Productions, RSI
Distribuzione: Vision Distribution
Fotografia: Paolo Carnera
Montaggio: Esmeralda Calabria
Scenografia: Paola Peraro, Emita Frigato, Paolo Bonfini
Costumi: Massimo Cantini Parrini
Interpreti principali:
Elio Germano – Bruno Placido
Barbara Chichiarelli – Dalila Placido
Gabriel Montesi – Amelio Guerrini
Max Malatesta – Pietro Rosa
Ileana D’Ambra – Vilma Tommasi
Giulia Melillo – Viola Rosa
Cristina Pellegrino – Susanna Rosa
Lino Musella – Professor Bernardini
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