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Paolo Febbraro – Questionario sulla Poesia

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Paolo Febbraro al Questionario sulla Poesia di Gisella Blanco per Il Talento di Roma

 

In questa rubrica, poniamo ai poeti romani o che risiedono o transitano spesso nella Capitale, due tra le domande più emblematiche tratte dallo storico saggio Il pubblico della poesia di Alfonso Berardinelli e Franco Cordelli che, dal 1975, per ben tre edizioni, pone ai poeti i doverosi interrogativi sul linguaggio letterario, nonché sul presente e sul futuro della poesia italiana. Dal confronto e dall’intersezione delle risposte potrà emergere la possibilità di fare un quadro, seppur non esaustivo ma almeno verosimile, dello stato dell’arte poetica contemporanea e dell’annosa questione dell’industria della cultura di oggi.

Hai idee generali organizzate in ipotesi (e tesi) teoriche intorno allo scrivere poesia in generale e allo scriverla oggi?

 

Paolo Febbraro:  È la questione degli “universali”: esistono soltanto le singole poesie oppure esiste la Poesia? E se una poesia è molto brutta, è pur sempre tale? Sono millenni che ce lo chiediamo, ma personalmente sono molto più interessato alla pratica che alla teoria. Il poeta è una persona eminentemente pratica. Deve fare pensando, ma non pensare di fare.
Posso però provare a dire il mio sentimento di scrittore in versi.
Scrivo perché riesco a “dimenticare a sufficienza” l’odierna condizione della Poesia. Se l’avessi presente, forse ne sarei paralizzato. Quando pubblico, sul web o su carta, mi chiedo cosa vuol dire pubblicare. Oggi è come viaggiare in un fluido inconsistente, senza attrito, senza voci di ritorno, senza ostacoli. Quasi nessuno ha tempo di leggerti come io ho bisogno di leggere e di essere letto, quasi nessuno ti interpella o ti rifiuta in modo esplicito. Hai un’immagine sbiadita di chi sei, perché i pochi riscontri vengono dalle persone che ami e che segui da anni, e potrebbero essere tradite dall’affetto. Una nuova presenza giunge come una sorpresa, piacevolissima e impegnativa. Ma una tua poesia deve contendere il tempo della sua lettura a talmente tante altre attività possibili che svanisce nel tentativo. E quando viene rapidamente percorsa, non ha il tempo di depositarsi, perché a nulla oggi viene concessa questa durata.
Quando molti anni fa ho cominciato a scrivere, l’idea era quella di contribuire a una cultura, a un confronto, anche aspro, eventualmente, ma vivo e solidale. Poi mi sono reso conto che per una certa parte dei miei colleghi non erano le poetiche a contare, e men che meno le poesie, quanto il sopravvivere al moto ondoso della società di massa. In quel tipo di lavoro il mio rendimento è scarsissimo.
Mi manca molto la critica, quella saggistica che sa essere brillante storiografia del presente. Quando leggo Berardinelli, Ficara, Vitiello, Marchesini, la vedo ancora: ma la poesia – forse è giusto, chissà – la riguarda molto marginalmente. Intanto, però, appaiono saggi e antologie che aggregano nomi la cui compresenza può essere forse anagrafica o editoriale, ma non critica. Per quanto mi riguarda, allora, scrivere poesie oggi qui in Italia significa venire confuso con molte altre persone, più diverse da me di quanto un Inuit lo sia da un Boscimano. Scrivere versi mi ha avvicinato negli anni a diversi individui preziosi e malinconici, ma lo sfondo è quello di una desolante sordità che attutisce tutto. Siamo posti tutti insieme in una città fantasma, composta per il 90% di incomprensibilità e per il 10% di un residuo prestigio. Le mie poesie non cambieranno il mondo, scriveva Patrizia Cavalli cinquant’anni fa: beh, io non avrei mai avallato quelle poesie. Non sono il tipo che fa qualcosa per non cambiare il mondo. Eppure, ho fallito nel far comprendere questa mia differenza. E per quanto la colpa possa essere del mondo, è con me stesso che devo prendermela, perché il mondo ha sempre ragione.

 

Non avevamo abbastanza denari
per saldare i conti in quell’inizio
dei nostri sangui discordi, preso il tuo
nel corso ripido dell’ansia e in quello
fiacco il mio di scorno e abbattimento,
entrambi ingannati dalle divergenze
da non pensare che fossero una scusa.
Racimolando i soldi per fermare il conto
scoprimmo che la vita vi era inclusa.

 

*

 

Che cosa sono per te il pubblico, il mercato culturale e l’industria editoriale? (Nel presente quesito vengono unite due distinte domande del questionario, nda)

 

Paolo Febbraro: Sono a disagio con la parola pubblico. Mi piace incontrare le persone, dialogare, raccontare, far suonare le poesie mie e altrui con la lettura ad alta voce. Ma il proverbiale “pubblico della poesia” proprio non so a cosa corrisponda. Non scrivo per vivere di ciò che il pubblico concede. L’industria editoriale deve basarsi sul pubblico, un po’ tentare di educarlo, molto di più seguirlo. C’è poi una piccolissima editoria non industriale, gestita da persone benestanti che possono proporre chi amano. Ma i loro prodotti non vengono pubblicati, vengono solo fatti esistere per qualcuno, quasi dedicati.
A me sembra di scrivere per un centinaio di persone viventi, per meritare i morti e per restare in qualcuno che verrà nel futuro. Il resto sono le statistiche di lettura, quelle di vendita, i premi locali. Non ne emerge un pubblico, credo. Amo anche tradurre ed essere tradotto, affidandomi alla difficile transazione delle versioni. So però che all’estero della letteratura italiana conoscono solo Italo Calvino, Umberto Eco ed Elena Ferrante. Noi italiani traduciamo moltissimo, ma negli altri paesi ci ricambiano il favore con estrema parsimonia, o molta distrazione. Neppure oltreconfine, quindi, per me c’è un pubblico, semmai qualche bella iniziativa individuale che mi coinvolge e mi gratifica.
Peraltro, l’Italia è una delle patrie del classicismo e di conseguenza una delle patrie dell’avanguardia. Io non sono classicista e non sono avanguardista. Oggi sono molto in vista degli scrittori politicamente astuti che fanno intrattenimento spargendo l’aroma della cultura superiore oppure indossano la maschera di un’eterna opposizione. Sono loro a governare il timone delle imbarcazioni più grandi, sul piccolo lago della letteratura italiana di oggi.
Da parte mia, invece, mi sento libero da ogni pubblico, fedele ai miei maggiori e aperto alle incalcolabili evenienze.

 

*

 

In questa parte dell’intervista, approfondiamo il rapporto dei poeti con la letteratura e il territorio.

 

Quali sono tre titoli fondamentali, tra narrativa, poesia, saggistica o altro, per il tuo percorso da poeta?

 

Paolo Febbraro: Nella narrativa, direi il Don Chisciotte, Jacques il fatalista di Diderot, L’idiota di Dostoevskij; nella prosa d’arte, le Operette morali; in poesia, il De rerum Natura e la Commedia; nel dramma Le Baccanti di Euripide e (letto da poco) L’uomo difficile di Hofmannsthal; nella saggistica il Mosè di Freud ed Estetica e romanzo di Bachtin.

 

Che relazione ha la tua scrittura con Roma?

 

Paolo Febbraro:  A Roma sono un estraneo. La guardo e mi appare buffa, straziata, impossibile. Ma essere nato e abitare a Roma mi concede la possibilità di essere straniero anche altrove, ad esempio in Irlanda, gustando non la distanza, ma lo smarrimento piacevole e il ritrovamento imprevisto. Nei miei scritti sono molto polemico con Roma, con la sua maestà imperiale e cattolica, così continua. La Roma contemporanea, poi, umbertina, fascista e democratica, è urbanisticamente pessima. Violenta, direi. I romani, tuttavia, sono spesso divertenti, hanno un’intelligenza sardonica che coglie rapidamente il punto. Credo che l’intonazione satirica, in me, dipenda sia dall’amore per Palazzeschi sia dall’essere romano.

 

*

 

Roma ha fatto nascere o ha accolto moltissimi scrittori, italiani e internazionali.

 

Concludiamo con una riflessione su una poetessa o un poeta storicizzato, d’origine o residente o anche solo transitato da Roma, che abbia dato un contributo rilevante al nostro panorama letterario.

 

Paolo Febbraro:  Scelgo Carlo Bordini. Nel recente passato si è parlato di una “scuola romana”, il cui capostipite sarebbe Sandro Penna e la maggiore interprete contemporanea Patrizia Cavalli (entrambi nati in Umbria). Dagli anni Settanta dello scorso secolo la “scuola romana” comprenderebbe Dario Bellezza, Giorgio Manacorda, Renzo Paris, ecc., che a loro volta discenderebbero da Pasolini. Non ho molto interesse per tutto questo. Le mie poesie sono talmente diverse fra loro che potrebbero appartenere a dieci scuole differenti. Del resto, fra i poeti italiani viventi che prediligo (dal quasi novantenne Elio Pecora al trentenne Stefano Modeo), pochi sono romani.
Si dice anche che la poesia romana sia più canora, mentre quella del Norditalia è più prosaica e rivolta alle “cose”. Carlo Bordini, nato a Roma nel 1938 e a Roma scomparso nel 2020, è un poeta per nulla “canoro”, mai epigrammatico e anzi linguisticamente andante, ma in cui la “forma” è perfettamente calibrata, decisiva. È diversissimo dalla poesia che oggi ha maggior credito, quella di De Angelis, Magrelli, Anedda, Gualtieri, Calandrone. Ma è un autore da leggere e rileggere, con una temporalità distesa, sgombra. Bordini è romano per la disperazione ironica, per l’impossibilità di distinguere nella Storia e nella cronaca fra tragedia e commedia.

 

da I costruttori di vulcani. Tutte le poesie 1975-2010, Luca Sossella Editore 2010:

 

Animali

I miei fratelli non sono gli iugoslavi o gli etiopi
ma le mucche, gli gnu dalle lunghe corna,
i conigli e tutti gli animali cornuti,
e tutti gli animali che si nutrono d’erba
e questi sono i miei fratelli che sono mandati a combattere
con le mitragliatrici
chiusi rannicchiati nelle scatolette
dei soldati
questi sono i miei fratelli, i buoi dalle lunghe corna
tutti gli animali che si nutrono d’erbe

 

Per conoscere meglio Paolo Febbraro