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Gli sfortunati di Pasolini

Pasolini

Leggere Ragazzi di vita a diciott’anni nel 2025.

Lo spirito del tempo e l’intellettuale immortale.

 

«Ma che c’avete?» disse Marcello con un filo di voce. La madre continuò a piangere ancora più disperata, senza sapersi trattenere, e cercando di soffocare i singhiozzi contro le lenzuola.
Marcello si guardò intorno meglio, come se stesse pensando intensamente a qualcosa.
«Ah, ma allora», disse dopo un poco, «me ne devo proprio annà!»
Nessuno gli disse niente.
«Ma allora», riprese Marcello, guardando fisso negli occhi quelli che gli stavano intorno, «devo proprio morì».

 

Così si chiude il secondo capitolo di Ragazzi di vita, con la morte di Marcello, un ragazzino di dodici anni che, in attesa del suo amico Riccetto, rimane ucciso nel crollo delle scuole elementari Giorgio Franceschi, occupate da famiglie di sfrattati come quella del protagonista.

 

Pasolini e la distanza generazionale

 

Sono nato nel 2006 e sono cresciuto in un contesto e in un tempo ben diverso, il che rende difficile immedesimarmi nei personaggi di questo romanzo, sia per una questione sociale che generazionale. Eppure, nonostante questa distanza, Ragazzi di vita colpisce ancora con forza anche un lettore del 2025.

Gianfranco Contini definì questo libro un’epopea picaro-romanesca, e in effetti Pasolini non costruisce una vera e propria trama, ma una sequenza di episodi scollegati tra loro, uniti solo dal ricorrere dei personaggi. La storia si apre con Riccetto e la sua “pipinara” che si tuffano nel Tevere, scherzano, si sfidano e si prendono in giro. In una scena emblematica, Riccetto vede una rondine che sta affogando e, contro il parere dei compagni, si getta nel Tevere per salvarla. Il romanzo si chiude sempre sul fiume, anni dopo, quando lo stesso Riccetto, ormai diciottenne, osserva impotente Genesio scomparire nell’ansa del fiume.
In questo mondo, la povertà non è una condizione eccezionale, ma la normalità. Riccetto, Alduccio, Marcello e gli altri non sembrano consapevoli della loro miseria: non perché siano ingenui, ma perché non conoscono alternative. L’uomo, si potrebbe dire, diventa infelice solo quando realizza ciò che non potrà mai avere. Concetto molto simile alla filosofia di Schopenhauer per cui la vita umana è dominata da un desiderio costante e insoddisfatto.
Soffriamo perché vogliamo ciò che non possiamo ottenere, e quando lo otteniamo, la soddisfazione è effimera e lascia spazio a nuove frustrazioni. I ragazzi di Pasolini sembrano vivere prima di questa presa di coscienza, immersi in un’esistenza priva di aspirazioni future, dove il presente è l’unica dimensione che conta.

 

Ma mentre facevano quello che dovevano fare, e la Nadia si teneva stretto il pischello tra le braccia con la faccia affondata fra le zinne, piano piano con una mano, scivolò su lungo i suoi calzoni appesi contro la parete, la infilò nella saccoccia di dietro, levò il pacco dei soldi e lo mise dentro la sua borsa che pendeva lì appresso.

 

La ciclicità dei furti

 

Un altro elemento che colpisce è la ciclicità dei furti. Ogni volta che Riccetto riesce a ottenere un po’ di denaro con l’inganno o con il borseggio, viene derubato a sua volta. Quando truffa i colleghi con il gioco delle tre carte, la prostituta Nadia lo spoglia dei suoi guadagni. Quando lui e Caciotta vendono due poltrone rubate e si godono la loro piccola fortuna tra cibo e vestiti nuovi, quella stessa notte vengono derubati mentre dormono a Villa Borghese. Quando sottraggono il borsellino a una vecchietta su Via Merulana, sul tram incontrano un certo Amerigo, che prima li convince a giocare a carte, poi si fa compatire, infine diventa aggressivo e li lascia senza un soldo.
Questa ripetizione non sembra obbedire a un principio di giustizia divina, né alla Dike greca né al Karma induista. Anzi, Riccetto finisce in carcere per un crimine che non ha neanche commesso. Piuttosto, Pasolini sembra voler sottolineare quanto il furto sia parte della vita quotidiana di questi ragazzi: non esiste il concetto di proprietà, e perdere ciò che si è guadagnato è tanto normale quanto ottenerlo con l’inganno. Nessuno si scandalizza, nessuno si arrabbia davvero: fa parte del gioco.

 

Il linguaggio come elemento di realismo

 

Il linguaggio in Ragazzi di vita gioca un ruolo cruciale nel restituire l’autenticità della realtà che Pasolini ci descrive. La lingua è una mescolanza di italiano letterario e dialetto romano, con una prevalenza dei dialoghi che contribuisce a caratterizzare i personaggi. La scelta di usare il dialetto non è solo stilistica, ma sociale: permette al lettore di immergersi nel mondo dei ragazzi di borgata, dove il linguaggio, privo di eufemismi, è crudo e diretto.

Pasolini rende il dialetto non solo un mezzo per raccontare la storia, ma anche un modo per dare voce a una classe sociale emarginata.

«Li mortacci tua!» je gridò er sor Pietro, facenno un passo avanti e alzanno la mano. «E nun fa er fijo de ‘na mignotta, perché te gonfio!»
«A sor Pietrì, nun ve scalmanate!» rispose il Riccetto, ridendo ironico.

L’uso delle espressioni volgari e gergali, tipiche della parlata romana, contribuisce a rendere il dialogo estremamente realistico. Non c’è distanza tra il personaggio e il suo mondo, e il lettore percepisce immediatamente il contesto sociale in cui si muovono questi ragazzi. In altri passaggi, come ad esempio quando Riccetto riflette sul mondo che lo circonda, il linguaggio diventa quasi un flusso di coscienza che rende ancora più potente l’immersione nella realtà della borgata.

Il linguaggio di Pasolini non è solo una questione di dialetto, ma anche di ritmo. La narrazione spesso adotta una sintassi spezzata e una sequenza di immagini che imitano il parlato, facendoci immedesimare ancor di più . Pasolini scrive “con la voce” portando il lettore a sentire ogni parola come se fosse pronunziata davanti ai suoi occhi.

Ragazzi di vita è un romanzo radicato in un contesto sociale e temporale ben definito, è altrettanto vero che il messaggio di Pasolini riesce ancora oggi a essere attuale. Il dolore e l’emarginazione vissuti dai protagonisti sono universali e senza tempo. La miseria, l’assenza di speranza, la ciclicità dei furti e la durezza del linguaggio non sono solo il riflesso di una Roma degli anni ’50, ma di una condizione umana che, purtroppo, non è ancora del tutto scomparsa.

Leggere Ragazzi di vita nel 2025

Leggere Ragazzi di vita nel 2025, a quasi settant’anni dalla sua pubblicazione, significa confrontarsi con un intellettuale che aveva la capacità di anticipare le pieghe più oscure della società e di trasformarle in una narrazione viva, violenta e carica di realtà. Pasolini ci offre, oggi come allora, uno specchio di un’umanità dimenticata e sofferente, ma al contempo ci invita a guardare oltre la superficie, a riflettere sulle disuguaglianze e sulla fatica di chi vive ai margini della società.

La sua scrittura, lontana da ogni forma di compiacimento, ci costringe a interrogarci sulla società che viviamo, sulle nostre responsabilità e sul nostro modo di guardare il “diverso”. Pasolini, con la sua “voce”, rimane un intellettuale immortale, capace di scuotere il nostro sguardo e di ridare voce a chi sembra non averne più.