Sonia Caporossi al Questionario Poetico
In questa rubrica poniamo ai poeti romani o che risiedono o transitano spesso nella Capitale due tra le domande più emblematiche tratte dallo storico saggio Il pubblico della poesia di Alfonso Berardinelli e Franco Cordelli che, dal 1975, per ben tre edizioni, pone ai poeti i doverosi interrogativi sul linguaggio letterario, nonché sul presente e sul futuro della poesia italiana. Dal confronto e dall’intersezione delle risposte potrà emergere la possibilità di fare un quadro, seppur non esaustivo ma almeno verosimile, dello stato dell’arte poetica contemporanea e dell’annosa questione dell’industria della cultura di oggi.
La foto è di Dino Ignani
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- Hai idee generali organizzate in ipotesi (e tesi) teoriche intorno allo scrivere poesia in generale e allo scriverla oggi?
Direi proprio di sì. Nella mia pratica critica ho sviluppato una concezione della poesia che si è orientata, in questi anni, in una duplice direzione: da una parte, la disamina di un ampio ventaglio di questioni di sociologia della letteratura (intesa come tutto ciò che gira intorno al poetico), come si può leggere nel volume Da che verso stai? – indagine sulle scritture che vanno e non vanno a capo in Italia, oggi , raccolta dei miei saggi sulla poesia ultracontemporanea pubblicata da Marco Saya Edizioni nel 2017. Dall’altra parte, sto esplicitando la mia personale filosofia estetica del fatto poetico nella rubrica Poetica More Geometrico Demonstrata, che tengo mensilmente sulla rivista online Poesia del nostro tempo, e alla quale rimando volentieri chi ci legge.
I miei proverbiali quattro lettori sanno che la mia impostazione critico-estetica è sempre stata coerente, anche a costo di dire cose scomode, come quando ho attaccato, in passato, le antologie generazionali e i gruppi poetici accusandoli di perdersi nell’indistinzione, oppure quando ho parlato del fenomeno della dissipatio auctoris, l’obsolescenza dei poeti esordienti che scompaiono dal radar troppo presto, della miseria della critica al tempo di Internet, dell’inesistenza in senso estetico delle categorie normative e del potere divisivo dei generi letterari, del nesso tra autonomia ed eteronomia nell’arte, dell’impossibilità estetica della traduzione poetica o dei motivi che impediscono di stilare un canone ultracontemporaneo, cosa che rende tutte le mappature perfettamente inutili e dannose, o ancora, delle forme libere che assumono le scritture di ricerca nell’ambito dell’ultracontemporaneo. Ecco, la stessa definizione di ultracontemporaneo, che pure non ho inventato io, ormai è un mio uso quotidiano, come si evince dall’antologia in perpetuo fieri Poesia ultracontemporanea. In poesia, mi diverto spesso con testi polemici come questo qui (tratto dal Taccuino della cura, Terra d’Ulivi Edizioni 2021):
li mettiamo a parte?
li mettiamo a parte
i nostri pigri contemporanei
sotto le convergenze livide del cielo
di cosa è evanescente e cosa invece rimane
nell’indolenza politica di un magro versificare
oggi, così, di sottecchi, d’inenarrabile noia
che sgorga avvilente e svilita
nell’amarezza di ogni vana {ipocrisia}?
li rendiamo a parte
i contemporanei (non dico i lettori, ma i monstra
che s’arrabattano per fame nell’infamia del cercar fama)
di quanto ridicola è la posa
di quanto prosaica la spesa
di quanto ignobile la poesia?
e li vogliamo mettere a parte
di tutto questo, ed anche di più
i pescivendoli della {maniera}?
i cerchiobottisti del verso
i barbitonsori del circolo estetico inverso
la solitaria sincope di ogni sterile {anacrusi}
che s’accatasta acclamata con palco, leggio e videotape?
che cosa resta alla poesia
alla diversità di un percorso personale
al sentiero che cambi ogni giorno
al sassolino nella scarpa che infastidisce il cammino
alla telefonata di auguri, di scuse
«che gran libro!»:: e a mezzabocca ::
«l’ultima silloge non m’è piaciuta»
alla pertinenza impertinente
con cui inciampi nella {realtà}
con cui cadi, ti rialzi, t’arrendi alla resa che dice
che tu poeta non sarai mai
proprio perché lo sei troppo, troppo te stesso
troppo di te adesso?
quel percorso che ti fa dire :: «qualcosa rimane
bisogna mettersi a parte
bisogna tornare a parlare
la poesia, vedete, si deve…
la poesia, sappiatelo, è fame» ::
al cupo iconoclasta battagliero
rivelatore, {mergiforme}, ossesso
che ribadisce la propria inquisizione
come un occam che rade sé stesso
e nella barba ritrova l’arkè
il natale inconfessato di ogni sperimentalismo ignavo
il turgido muschio che solo pasce il {gregge}
dei poeti laureati con la stoppia del presepe
di cui – bada bene – egli è l’unico vicario in terra?
li vogliamo mettere a parte
o metteranno da parte noi?
o metteranno in porta noi
a prendere goal a vagoni
rimbrotti di tacco e di punta, ché tanto
«chi mai vi credete di essere?»
ché tanto si è {critici impuri}, e forse
nell’immaginario, al dettaglio
impuri vuol dire coglioni?
e chi vuoi che si metta da parte
chi vuoi mai che si salvi dal novero
dall’arca di noè cannoneggiata?
colpito! affondato! bomba a vuoto!
perché i poeti son microcitemici
col gene malnato, col verso talassemico
e a riprodursi, guai! si rischia l’anemia
il {vuoto} coronarico, il verso smunto, esangue
l’allegra baldanza del niente
cascame d’ovatta a mascherare l’impotenza
nel glabro cotone macchiato
di certe slabbrate mutande
«dalla cui vista io vorrei solamente
col sapone e l’antimacchia
che voi vi metteste in salvo
per la cui svista io vorrei solamente
con acribica antispocchia
{impurezza in cui indugio malamente}
che voi vi metteste
{da parte}»
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- Che cosa sono per te il pubblico, il mercato culturale e l’industria editoriale (nel presente quesito vengono unite due distinte domande del questionario, nda)?
Il pubblico è soggetto a strumenti di controllo coatti, giacché il mercato editoriale non investe su ciò che il lettore medio non cerca, ma il lettore medio non cerca ciò che non conosce, e non conosce ciò che non gli piace; del resto, ciò che non gli piace non potrà mai piacergli se non gli viene proposto, in primis dalla scuola (la cui funzione estetica sarebbe determinante, non foss’altro che pressoché assente), in secundis dal mercato culturale; così, oggi l’industria editoriale è ormai affidata a pochi piccoli e medi editori che cercano di sopravvivere nell’indistinzione e nell’appiattimento dei gusti dei lettori e degli stili dei poeti con piccole folgorazioni troppo spesso semisommerse. Un quadretto poco confortante sul piano macrocosmico, direi. Per questo motivo, l’emersione del sommerso è un cruccio quotidiano della mia prassi critica, come si vede dalla passione con cui tengo la rubrica Osservatorio Poetico su Versante Ripido. Su di essa ho “scoperto” un bel po’ di giovani poeti che poi si sono dimostrati essere tra le migliori nuove realtà della poesia italiana del qui-ed-ora, come ad esempio i “romani” Stefano Bottero, Matteo Persico o Antonio Francesco Perozzi (che per la verità, è di Vicovaro ma già da un po’ ha preso casa nella “mia” Tivoli!).
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In questa parte dell’intervista, approfondiamo il rapporto dei poeti con la letteratura e il territorio.
- Quali sono tre titoli fondamentali, tra narrativa, poesia, saggistica o altro, per il tuo percorso da poeta?
Il libro che mi ha maggiormente formata come poeta e come intellettuale è l’opera fondamentale del più grande dei nostri filosofi estetici, nonché mio maestro spirituale e professore all’università: sto parlando di Emilio Garroni e del suo Estetica. Uno sguardo attraverso (Garzanti 1992), in cui ho ritrovato la definizione wittgensteiniana del linguaggio come forma di vita e del sentimento estetico come ponte kantiano tra intelletto e ragione, nonché la definizione tutta garroniana dell’estetica come “filosofia non speciale”, ovvero strumento di indagine del nesso tra senso e significato oltre la semplice filosofia dell’arte; elementi concettuali che mi hanno poi permesso di definire i punti fondamentali di una critica letteraria d’impostazione estetica e non esclusivamente stilistico-testuale. Quanto alla poesia, il sesto libro dell’Eneide di Virgilio basterebbe e avanzerebbe per perfezione formale e le Nugae catulliane basterebbero per pregnanza contenutistica, non fosse che sono poi esistiti Campana, Zanzotto e Pagliarani (la schizofrenia patente dei miei gusti, in realtà, deve essere letta, in puro stile Gruppo ’63, come schizomorfismo!). Sono anche decisamente appassionata di poesia barocca, come si evince dalla mia ultima curatela per la collana “La costante di Fidia” di Marco Saya Edizioni dedicata a Ciro di Pers (Di mia vita i neri stami. Antologia ragionata delle poesie, 2024) e ritengo che per troppo tempo, su di essa, abbia gravato malamente la condanna crociana. Quanto alla narrativa, siccome non saprei davvero cosa scegliere, fornisco tre titoli, se mi è consentito: Tragedia dell’infanzia di Alberto Savinio, La cognizione del dolore di Carlo Emilio Gadda e Dissipatio HG di Guido Morselli, libri che mi hanno divaricato la dura madre e lo sterno in età non di molto precedente a quella della ragione. In letteratura, ho subito fortemente, come si vede, l’influenza di Walter Pedullà, avendo studiato con lui e con Silvana Cirillo negli anni della mia prima laurea alla Sapienza, non quella in filosofia, dico, quella in lettere. Questi autori, insieme alla Yourcenar, mi hanno fortemente influenzata nella mia produzione in prosa, da Opus Metachronicum (Corrimano 2014) a Opus Metamorphicum (A&B 2021), dittico che rappresenta sperimentalmente il tentativo di tornare a un nuovo tipo di conte philosophique, come anche è accaduto per il romanzo composto di materiale interamente onirico Hypnerotomachia Ulixis (Carteggi Letterari 2019).
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- Che relazione ha la tua scrittura con Roma?
Nessuna: sono di Tivoli! Tra l’altro solo ultimamente ho pubblicato un testo in cui parlo del mio paese, un racconto di memorie post-punk uscito nell’antologia Il giro d’Italia in 80 racconti edito dall’editrice romana Affiori. A parte scherzi: ovviamente Tivoli è a Nord Est di Roma, è fagocitata da Roma, per cui tutte le mie strade, poetiche, filosofiche e musicali, hanno portato a Roma. Ad esempio, ho studiato sotto l’ombra nefasta della tremebonda statua della Minerva e poi mi sono perfezionata in altre due università romane; ho suonato con musicisti romani (i Void Generator su tutti) musica post-rock ed heavy psych in locali come il Sinister Noise a Via del Porto Fluviale e molte mie amicizie poetiche, tra le più care, sono romane, come ad esempio le meravigliose Maria Grazia Calandrone, Cinzia Marulli, Anna Maria Curci, Stefania Di Lino. Tuttavia, devo specificare che vivo da già due anni a Cesena con la mia compagna, la poetessa e critica Maria Laura Valente, e mi trovo molto bene. Peraltro, col mio trasferimento mi sono avvicinata geograficamente ai poeti bolognesi del festival di Bologna In Lettere, Enzo Campi e Martina Campi, Francesca Del Moro, Alessandro Brusa, anche loro tra i miei amici più cari. Tanto che si può dire che io possegga un doppio cuore: un po’ romano-tiburtino, un po’ emiliano-romagnolo.
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Roma ha fatto nascere o ha accolto moltissimi scrittori, italiani e internazionali.
- Concludiamo con una riflessione su una poetessa o un poeta storicizzato, d’origine o residente o anche solo passato da Roma, che abbia dato un contributo rilevante al nostro panorama letterario.
Non c’è stato poeta che abbia meglio incarnato lo spirito disperato e vitalistico der popolo de Roma meglio del friulano/bolognese/romano Pier Paolo Pasolini (lui di cuori ne aveva almeno tre!); paradossalmente, però, non l’ha fatto tanto in poesia, quanto in prosa, con i suoi romanzi delle borgate, Una vita violenta e Ragazzi di vita…eppure c’è questo passaggio poetico a me molto caro, da La religione del mio tempo, che parla del tragitto sulla Via Tiburtina che collega il quartiere periferico di Rebibbia al mio paese natale: quante volte l’ho percorso! Praticamente una proiezione mnemonica della mia giovinezza…
Ché qualcos’altro, ancora, brucia il cuore:
fuoco, anche questo, di cui io, vile,
non vorrei parlare: come di un dolore
troppo interiore e misero, per dire
l’interiore e misera grandezza
che pure ha in sé ogni nostro dolore.
Il desiderio di poter contare
sul pane, almeno, e un po’ di povera lietezza.
Ma preme senza vita l’ansia che più serve
a stare in vita… Quanta vita mi ha tolto
l’essere stato per anni un triste
disoccupato, una smarrita vittima
di ossesse speranze. Quanta vita
l’essere corso ogni mattina tra resse
affamate, da una povera casa, perduta
nella periferia, a una povera scuola
perduta in altra periferia: fatica
che accetta solo chi è preso alla gola,
e ogni forma dell’esistenza gli è nemica.
Ah, il vecchio autobus delle sette, fermo
al capolinea di Rebibbia, tra due
baracche, un piccolo grattacielo, solo
nel sapore del gelo o dell’afa…
Quelle facce dei passeggeri
quotidiani, come in libera uscita
da tristi caserme, dignitosi e seri
nella finta vivacità di borghesi
che mascherava la dura, l’antica
loro paura di poveri onesti.
Era loro la mattina che bruciava,
sul verde dei campi di legumi intorno
all’Aniene, l’oro del giorno,
risvegliando l’odore dei rifiuti,
spargendo una luce pura come uno sguardo
divino, sulle file delle mozze casette,
assopite insieme nel cielo già caldo…
Quella corsa sfiatata tra le strette
aree da costruzione, le prodaie bruciate,
la lunga Tiburtina… Quelle file di operai,
disoccupati, ladri, che scendevano
ancora unti del grigio sudore
dei letti – dove dormivano da piedi
coi nipoti – in camerette sporche
di polvere come carrozzoni, biechi e gai…
Quella periferia tagliata in lotti
tutti uguali, assorbiti dal sole
troppo caldo, tra cave abbandonate,
rotti argini, tuguri, fabbrichette…

