Alfonso Guida al Questionario Poetico
In questa rubrica, poniamo ai poeti romani o che risiedono o transitano spesso nella Capitale, due tra le domande più emblematiche tratte dallo storico saggio Il pubblico della poesia di Alfonso Berardinelli e Franco Cordelli che, dal 1975, per ben tre edizioni, pone ai poeti i doverosi interrogativi sul linguaggio letterario, nonché sul presente e sul futuro della poesia italiana. Dal confronto e dall’intersezione delle risposte potrà emergere la possibilità di fare un quadro, seppur non esaustivo ma almeno verosimile, dello stato dell’arte poetica contemporanea e dell’annosa questione dell’industria della cultura di oggi.
*
- Hai idee generali organizzate in ipotesi (e tesi) teoriche intorno allo scrivere poesia in generale e allo scriverla oggi?
Non ho teorie precise o particolari a cui fare riferimento. Mi limito ad essere un materialista della parola. Quando scrivo faccio in modo che le parole diventino corpi, oggetti, cose viventi, da poter percepire sensibilmente, senza eccessive astrazioni. La poesia per me è indizio terrestre, per dirla con Cvetaeva, testimonianza compiuta del nostro viaggio terrestre e celeste, una prova della nostra esperienza esistenziale. Ritmo, musicalità, armonia sono i requisiti del mio dettato lirico. Obbedisco a tecniche tradizionali e, al contempo, mi sforzo di essere assurdamente moderno, obbedendo al monito rimbaudiano: “Bisogna essere assolutamente moderni”. Ho imparato soprattutto dai poeti italiani romani l’organizzazione sintattica, morfologica e formale del testo. Amelia Rosselli, Dario Bellezza e ancora più indietro fino a Pasolini, Penna, Scipione.
Da Anfora clandestina
Io ti ascoltavo accanto,
come una voce che vuol dire tutto.
Poco ho raggiunto del mio volto. E adesso
non cammino, non ci sono più strade.
nel paese. E le macerie hanno coperto
le case. Stretto, a lungo, a vite non mie,
tutto si è dissolto, ma senza maschere
la vita di un volto s’immiserisce.
Io sono stato cacciato dai morti
che non accettano più di parlare
per mezzo della mia parola. Questo
spiega il crollo dei ponti e degli specchi.
Dissepolto come un peso, rimosso
come un labirinto, mi sono estinto.
*
- Che cosa sono per te il pubblico, il mercato culturale e l’industria editoriale (nel presente quesito vengono unite due distinte domande del questionario, nda)?
Non mi pongo problemi relativi al pubblico, al consumo letterario, per dirla così. Sono fuori da ogni schematismo o sistema.
*
In questa parte dell’intervista, approfondiamo il rapporto dei poeti con la letteratura e il territorio.
- Quali sono tre titoli fondamentali, tra narrativa, poesia, saggistica o altro, per il tuo percorso da poeta?
Tre titoli fondamentali è difficile trovarli. In ogni caso sono stati determinanti per me l’opera di Amelia Rosselli e quella di Dario Bellezza. Mi sono formato frequentando da ragazzo gli esponenti maggiori della cosiddetta scuola romana. Non vorrei dimenticare un altro nome importante della nuova disciplina poetica romana: Carlo Bordini.
*
- Che relazione ha la tua scrittura con Roma?
Roma è spesso lo sfondo, il paesaggio geografico di molti miei pensieri che divengono poesia. A Roma ho vissuto per tre anni ai tempi dell’università. Una città più amata nell’immaginazione che nella realtà. Tuttavia, Roma è per me soprattutto luogo erotico, luogo amoroso, luogo eletto di un mio percorso incisivo, fondamentale, relativo alla gnosi psichica della mia persona, del mio abisso interiore. Roma è stata per me la città più importante della mia vita. Non poteva diventare luogo di residenza perché il richiamo delle radici lucane ne ha superato il fascino urlante, l’attrattiva naturale.
*
Roma ha fatto nascere o ha accolto moltissimi scrittori, italiani e internazionali.
- Concludiamo con una riflessione su una poetessa o un poeta storicizzato, d’origine o residente o anche solo passato da Roma, che abbia dato un contributo rilevante al nostro panorama letterario.
Amelia Rosselli e Dario Bellezza sono stati i due simboli romani della mia formazione letteraria. Amelia mi ha insegnato il coraggio travalicante della lingua, la costruzione del verso all’interno di un assetto disorganizzato, quello del pensiero primitivo, informe, che aspetta il dono metrico della forma per prendere luce.
Dario Bellezza mi ha insegnato l’arte del parlare d’amore poeticamente. Come essere materici, sanguigni e mai banali nel trattamento di un tema che ogni volta rischia di scivolare nella banalità o nel discorso retorico comune.
In ogni caso, devo molto a Roma e ai suoi rappresentanti letterari perché mi hanno permesso di prendere forma esistendo. Come se la lingua di ogni poeta conosciuto, amato, studiato, mi avesse fornito la chiave giusta per aprirmi un posto, un luogo all’interno del pianeta filosofico entro cui stabilisco e metto al mondo un testo poetico, la sua consistenza, il suo diritto a farsi parola, a essere luce, vita.
Del resto, come dice Deleuze, che cos’è la poesia se non il tentativo serrato di organizzare un delirio . È il gesto divino della creazione di Eva, il gesto mitico di un rito iniziatico, fondatore del mito, realtà decisamente, puramente causale, etiologica.
A Schubert
Una melodia colore arancione aveva suonato
nelle mie orecchie così attente al solfeggio
d’un violino abbastanza netto da toccarmi
perfino quelle mie fibre nervose (il
gran cuore) che mi tiravano per i capelli
mentre danzavano con la melanconia quella
sera che non ci fu posta.
Melodia eterna e inesplosa, melodia
di sentimenti che non possono violarsi
nel segreto tombale dell’apostolo: apostolo
di cosa? – d’una quasi disperata a volte
allegra, esposizione dei vostri quadri
mentali, sentimentali e ordinari: l’amore
in una scatola ben chiusa non ebbe tempo
di chiedere scusa.

