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Stefano Massari al Questionario Poetico

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Stefano Massari al Questionario Poetico

In questa rubrica poniamo ai poeti romani o che risiedono o transitano spesso nella Capitale due tra le domande più emblematiche tratte dallo storico saggio Il pubblico della poesia di Alfonso Berardinelli e Franco Cordelli che, dal 1975, per ben tre edizioni, pone ai poeti i doverosi interrogativi sul linguaggio letterario, nonché sul presente e sul futuro della poesia italiana. Dal confronto e dall’intersezione delle risposte potrà emergere la possibilità di fare un quadro, seppur non esaustivo ma almeno verosimile, dello stato dell’arte poetica contemporanea e dell’annosa questione dell’industria della cultura di oggi.

 

*

 

  • Hai idee generali organizzate in ipotesi (e tesi) teoriche intorno allo scrivere poesia in generale e allo scriverla oggi?

 

– no . non ne ho . o meglio vorrei non averne più . è difficile ma ci sto riuscendo .

 

– dopotutto sono pieno di limiti . uno che non ha studiato e passati ormai tanti anni ho anche preso atto che il mio lavoro poetico – con le scritture direi meglio – è un’anomalia . nel bene e nel male .

 

– non rivendico nulla . anzi la cosa mi gratifica . mi libera . come una specie di insensata conquista . certo è che niente mi ha mai impedito di confrontarmi – se ne ho voglia e se penso ne valga la pena – con chiunque all’interno di qualunque ambiente con la massima libertà apertura e disponibilità .

 

– niente mi ha mai impedito anche di cambiare idea . leggendo davvero e davvero tutto può accadere . ne ho le prove .

 

– il fatto essenziale è che io amo la poesia . per me è il principale strumento di conoscenza del mondo e di me stesso . non è ancora finita e ora non è più il solo . dopo tanto tempo .

 

– sono e resto un tenacissimo autodidatta . lo sono stato per circostanze biografiche sfavorevoli . continuo ad esserlo per ostinata puntigliosa e felice indipendenza .

 

– ero e sono un troglodita . come mi apostrofò anni fa – durante i lavori di un ‘allora’ prestigioso premio letterario (dietro le quinte e naturalmente con aristocratico contegno)

un grande intellettuale baciapile – ora scomparso – di non ricordo quale elevata accademia lombarda o brianzola (mi pare ci sia qualche differenza . ma non ne sono certo) .

 

– aveva ragione . avevo persino ‘bestemmiato’ nella prima poesia di quel mio libro in ‘concorso’ . (sembra niente adesso ma non era così di moda allora . il sacro era ancora diffusamente sacro . non era ancora stato quasi del tutto destituito . dio era già morto certo ma non era ancora fatto acclarato . la tecnocrazia era ancora in piena ma già tumultuosa adolescenza)

 

– il mio leggere tutto e tutti in poesia è in azione ormai da oltre 40 anni . il mio bisogno di poesia è diventato sempre più complesso e perennemente inappagato .

 

– naturalmente ho accumulato anch’io delusioni e pregiudizi che comunque mi ostino pazientemente a smaltire . continuo a sperare . mi piace sperare . mi viene naturale .

 

– leggere poesia per me è un’azione totalizzante . quindi leggo . leggo con immutata dedizione . è il servizio migliore che si possa rendere alla poesia . la poesia è più importante di me . di noi .

 

– mi ritrovo spesso tra l’atterrito e l’elettrizzato dinnanzi alla incredibile offerta di poetico che agita le scene attuali . ogni giorno grazie al miracolo social nascono di continuo nuovi straordinari poeti e poete .

 

– inaspettati canoni e nuovi poetesi . ineffabili impareggiabili grandezze che si affastellano senza indugio . centinaia di nuovi acclamati indubbi prossimi maggiori pieni di certezze e sempre dediti alla reciproca acclamazione quotidiana . il bisogno di consenso a qualunque costo ha davvero trovato la cura .

 

– per me è meraviglioso . sguazzo felice in questa ininterrotta emorragia . poi ci siamo anche sbarazzati della critica . o almeno l’abbiamo finalmente messa all’angolo . o forse è lei che si nasconde . sfiduciata intimidita ingolfata inorridita? non saprei .

 

– sono affascinato e anche un po’ sbalordito da questa molteplicità convulsa nevrotica agguerrita . non mi preoccupa . mi affatica e qualche volta mi annoia . ma bisogna resistere e leggere . con cura . con fiducia . con calma . qualcosa resta sempre . anche solo una particella vale comunque la fatica . quando la si trova .

 

– certo è che dei poeti e delle poete – a parte le buone maniere e la cura di rari rapporti umani potenzialmente fecondi – non so cosa farmene . mi interessano solo i testi . mi nutro di qualcosa che ancora non ho trovato . non so cosa sia . non lo saprò mai . forse .

 

– da parte mia – non so a chi interessi ma voglio dirlo – continuo a vivere la scrittura della poesia come un’esperienza del corpo . preverbale . qualcosa che comincia e continua a succedere prima della parola e del pensiero e che a un tratto decide di continuare . di cercare una forma . di aggregarsi e consegnarsi .

 

– non sono in grado mai di progettare o determinare quello che scriverò . le rare volte che ho tentato alla fine ho stracciato tutto .

 

– non ho temi . entro ed esco da vortici ombre suoni . entro nelle zone di un urto incessante con l’esistente . poi ogni tanto raccolgo i cocci . e non è detto che diventino manufatti poetici . anzi . quasi mai .

 

– scrivo solo quello che effettivamente sento . non tutto quello che sento diventa scrittura . a volte può diventare immagine o suono o nulla . più spesso nulla .

 

– mi ci vogliono mesi di lavoro capillare e immersivo . a volte anche anni . molta attenzione a non mettere in scena . a non descrivere . a non mentire . a non fare mestiere . succede poesia solo se è urgente e necessario e se soprattutto continua a succedere .

 

– poi tocca il lento penoso vaglio del vasto girone di demoni della correzione e della variante che mi assediano . alla fine resta sempre difficile capire se l’esito sia legittimamente finalmente poesia . se è rimasto fedele al suo primo spasmo ritmico e contemporaneamente capace di generare linguaggio e senso altro e altrove .

 

– c’è sempre l’altro da sé poi che deve decretarlo . chiunque egli sia . non scrivente sarebbe meglio . ma tant’è . non l’aveva scritto proprio il dinamico duo cordelli/berardinelli in quel saggio famoso fatidico saggio? i poeti scriveranno solo per i poeti?

 

– sembrava già un’ovvietà allora . ma forse era un’epoca per certi versi ancora ingenua . non proprio così affollata di alfabetizzati come quella attuale . ora suona un po’ come la scoperta della terra piatta .

 

– sono e resto fedele al processo come – cosa – perché . scrivendo e leggendo . è un percorso lento . lungo . esige dedizione assoluta e molto rigore . non c’è sempre il tempo necessario . le vite adulte sono complicate e le sirene rassicuranti appaganti e autoassolutorie del presente sono sempre molto allettanti .

 

– io ho parametri tutti molto personali e poco traducibili . è vero . un misto deflagrante tra viscere sangue mani visione . da troglodita of course . non facilmente spiegabili .

 

– devo ballare . devo tremare davanti a un testo . devo partecipare totalmente – non devo capire . la poesia non mi serve a capire ma a conoscere ed aprire varchi attraverso i quali illuminare e percorrere . e non finisce mai .

 

– poi non dimentico che ci sono anche le tradizioni che scrutano e sorvegliano . che aspettano al varco . una cosa davvero pesante . ma è importante . ti presentano a ogni verso un qualche conto da pagare e ti richiamano costantemente a quel principio di responsabilità che di fronte al bene o ente (se preferite) linguaggio tutti noi umani – scriventi o no – troppo frequentemente e facilmente sorvoliamo .

 

– confesso che il mio foglio bianco non tollera ipocrisie imposture giochetti . e neanche trascuratezza e faciloneria . vuole essere martoriato finanche a scomparire se necessario . non vuole fare ritorno . deve dirmi addio per sempre . ogni volta .

 

– sì . credo nello stile . negli stili . come fossero impronte digitali . lo cerco negli altri . lo misuro lo verifico e lo discuto in me . dubitandone sempre . disarticolandolo e abbandonandolo laddove mi sembra praticare scorciatoie . per me è impossibile fare repertorio . anche a costo di tacere per sempre .

 

– in sostanza semplicemente godo leggendo e selezionando testi in questa vastità pulsante . vedo molte direzioni aperte che stanno indicando almeno qualche ipotesi di potenziale cambiamento . sempre che poi i cambiamenti siano in assoluto cose buone . la stagione attuale non mi convince del tutto in tal senso . ma è un’altra storia .

 

– per ora comunque mi godo quest’epoca violenta e ansiosa . questo frastuono . è dalla caduta del muro di berlino (avevo vent’anni) che ho iniziato a sentire lento e inesorabile montare questo frastuono . le civiltà tutte che lentamente annunciano e avviano il loro declino e attendono le loro imprevedibili inevitabili trasformazioni . intanto il pianeta pazientemente attende . l’universo non saprei . forse è diversamente occupato . certo non si cura del nostro imperterrito e tanto brillante quanto ottuso antropocentrismo .

 

– siamo in pieno apice vedendo quanto accade . vicino e lontano . l’epoca è in corsa . non è più immobile (per citare giovanna sicari) . probabilmente con la scomparsa definitiva della mia generazione avremo un quadro microstorico più leggibile . forse .

 

– (quindi abbiate pazienza generazioni Y e prossime venture . prima o poi ci toglieremo di mezzo . con anche quello strascico vischioso di 900′ che ci portiamo dentro . prima o poi vi libereremo)

 

– (poi io non ho ancora capito – essendo nato nel 1969 – a quale generazione poetica appartenga . non c’è coetaneo o boomer antologizzante o no che mi abbia ancora fatto la premura di mettermi sull’avviso . non che mi angosci la questione e poi il tema pare passato di moda . ma in molti ogni tanto immancabilmente si riorganizzano e tornano a dibattersi sulla spinosa cruciale faccenda . forse non così trascurabile in fondo . non saprei)

 

– intanto più di qualcuno avverte che stiamo precipitando . preconizza l’apocalisse imminente o addirittura in corso . pare che stiamo rischiando l’estinzione . molto social tutto questo . naturalmente . i media tradizionali perlopiù sono impegnati a imbastire le consuete appaganti e sterilizzate narrazioni di governo e di orientamento .

 

– nel mondo reale non va meglio . anzi . tutto è quasi sempre mediato o post-mediatico con grandi masse di persone sempre dedite a qualunque tipo di consumo . se non consumi non esci . non esisti in sintesi . o meglio non sei reale . o almeno non lo sei in modo affidabile . sei disfunzionale .

 

– io per ora cerco di attardarmi nelle zone di esilio dove continuano a depositarsi ingenti scorie di questo tremendo incedere . folle pauroso e straordinario . un paradiso infernale per me . mi esalta raccogliere detriti segnali schegge e mettere insieme un qualche senso di cosa sta succedendo . di cosa potrebbe succedere . di cosa resterà di umano nel prossimo umano . cosa significherà tra 50 anni umano .

 

– certo anch’io suono i miei allarmi . angosciato disgustato incazzato deluso ma anche estasiato speranzoso commosso . innamorato profondamente della vita . in conflitto permanente con il sistema umanità e il suo modo di abitare il mondo – con il mio corpo – con i miei segni che vorrebbero compiersi e incarnarsi e naturalmente falliscono .

 

– ma non so vivere in altro modo ormai e continuo con sempre maggiore urgenza e desiderio .

 

– dio? dio è un sentimento non un concetto . per me . come il comunismo . ma questo è un altro sentiero . intanto resto e continuo ad allestire il mio esilio .

 

– da ragazzino ho imparato da Fortini: La poesia non muta nulla. Nulla è sicuro, ma scrivi.

forse non bisogna avere paura . noi – così efficienti così individualisti così centrali così autoreferenziali eppure tanto democratici – così ingabbiati e gaudenti in questo eterno presente – cosa sappiamo davvero di sapere?

 

– soprattutto cosa pensiamo di insegnare o lasciare a chi verrà dopo di noi?

di cosa infine dovremmo avere paura se non di noi stessi?

 

– (fortini? sì . a causa sua interruppi convulse letture di kafka in quel periodo – avevo più o meno 13 anni – ma non fu lui a innescarmi l’urgenza della poesia . furono il vangelo secondo giovanni – il libro dell’apocalisse – i racconti di poe e il primo album dei joy division .

molto prima .  i poeti sono arrivati poco dopo)

 

– tornando al senso di scrivere poesia oggi… non saprei . confesso che vengo dalla preghiera . o meglio dal profondo bisogno di pregare .

 

– quando ero bambino sentivo che quella litania quel modo altro e ulteriore di dire – che non era cantare e neanche spiegare o raccontare – mi innescava stati d’animo intensificati e concentrati . stupefatti e impauriti . mi aiutava a stare di fronte a forze e cose che non riuscivo a comprendere solo con la ragione – con la verifica – con l’evidenza .

 

– la parola della preghiera mi ammaliava . mi commuoveva . mi esigeva . mi costringeva a immergermi in una tensione interiore ritmica rituale e infine perfettamente silenziosa . mi conduceva dentro la percezione di una profondità invisibile e forse anche inviolabile che non avrei potuto intercettare altrimenti .

 

 

 

– ricordo molto bene quelle primissime sensazioni . una prima acerba forma di contemplazione . nessuno me l’aveva insegnato . mi succedeva e basta . ed era bello .

era strano e pieno di energia . ero davvero molto piccolo .

 

– sono ancora dentro quella matrice . vivo tuttora la stessa irresistibile spinta a cercare gli elementi dentro prima o dopo ciò che si vede o che si nasconde o che respinge . cerco suono dove non c’è che rumore o in ciò che definitivamente tace . dove per qualche assurda e imponderabile ragione riesco a rintracciare frammenti della mia voce . che in quel momento non è più solo la mia .

 

– frammenti che posso raccogliere per provare a rispondere a quel noi primordiale a cui sento di appartenere . a quel vuoto di senso così pulsante . così vivente .

 

– l’ho sempre vissuto come un processo di conoscenza . un sapere altro e inesauribile . un’esperienza integrale che atterrisce ma libera per un lungo attimo dai processi animali della paura e del dominio e rende tutto più denso più vasto più colmo . compiuto anche se momentaneo . pieno di mistero ma chiaro . che infine ha l’obbligo di dialogare e misurarsi con la ragione . per diventare poesia la soglia della ragione e della correzione è fondamentale (questo intendevo – poco sopra – per esperienza del corpo) .

 

– agisce l’imminenza costante di un urto . qualcosa che sembra tendere simultaneamente  all’unità e al molteplice e che non vuole mai definitivamente compiersi . (qui prendo a prestito alcune preziose coordinate luziane . poeta su cui sarebbe utile ritornare ogni tanto – molto più contemporaneo di un sacco di celebrati e cerebrali giovani e vecchi scriventi)

 

– quell’impulso che spinge la materia e la totalità delle sue emanazioni a compiersi/non compiersi simultaneamente . quella tensione in atto . l’energia e i segni emessi dal moto dell’esistente . che vuole partecipare e trasformarsi . vuole consegnarsi e ricominciare .  qualcosa che quindi resta vivo solo in un perpetuo esilio .

 

– sentire tutto . la poesia mi ha sempre trascinato o precipitato o costretto in quelle zone . dove il tutto succede . fuori e dentro di me . contemporaneamente . uno e molteplice . la poesia che cerco di scrivere e di vivere viene e vuole stare solo lì . in quelle zone . dei destini della letteratura se ne sbatte .

 

– (NB . breve precisazione per i più acuti . quelli che guardano solo dietro le quinte .

non sto parlando di fede . o almeno non nel senso cattolicamente inteso . che io abbia fede nel processo non c’è alcun dubbio . ho una fede assoluta nel processo e in quello che di diverso continua a insegnarmi – ma è un un’altra questione . non c’entrano niente precetti vengeli preti suore e chiese . almeno non più . da moltissimo tempo oramai .

dio sì però . c’entra . e anche l’uomo/donna/cristo/croce c’entrano. ma questa è un’altra storia . mi premeva sottolinearlo solo per dispetto ai sempre solerti appiccicatori di etichette . nient’altro .)

 

– pertanto . scrivere poesia ma soprattutto leggerne per me è ancora oggi importantissimo .

ed è anche un ottimo umano sintomo aldilà degli obbiettivi più o meno edificanti e contingenti del singolo scrivente .

 

– la massa di materiali e ambizioni oggi in circolazione è certo spaventosa . l’oblio è quasi inevitabile . il livello generale quasi sempre se non medio è deludente . ma ci sono  altrettanto numerose direzioni ed esperienze di scritture promettenti – almeno per me . bisogna fare la fatica di scegliere . questo sì . essere sinceramente esigenti plurali e preparati . appassionati e capaci di accogliere stili e istanze e urgenze diverse tra loro . imparare a riconoscere autorevolezza tenuta e qualità soprattutto fuori dalle somiglianze .

 

– io mi esercito tutti i giorni . con pazienza e ci metto passione . provo almeno . anche solo per personale nutrimento e godimento . perché io amo la poesia .

 

– dei destini social-storico-sociologico-culturali-letterari… della poesia e della letteratura – ripeto – me ne sbatto . non mi angosciano . mi pare un dibattito morente . non generativo anche se persevera più o meno apertamente . lo vedo in azione più che altro in quei giochini di appartenenze somiglianze stilistico/tematiche palesemente intenzionali – anche di buon livello tecnico ma tanto sterili quanto agguerrite . molto più spesso non vedo poesia ma poetese . qualunque sia il mood prescelto . nuovi poetesi che per me sono anche peggio del poetico . almeno quest’ultimo fa anche ridere se si smette di disperare .

 

– rimane sullo sfondo – ben nascosta ma in agguato la 900entesca guerra dei canoni – la corsa al primato – il predominio editoriale . macro e micro . ognuno sovrano del proprio condominio . onnipresente e allo specchio . tutte cose per le quali provo solo sincero cordoglio . e assolutamente nessun rimpianto . io sono dove voglio essere . in esilio .

 

– mi chiedo comunque : non è che abbiamo bisogno che tornino i critici? grande poesia produce grande critica? sarà questo forse il problema?

 

– concludendo …

la scena è confusa . frenetica . c’è in giro buona poesia . anche potenzialmente grande in alcuni casi . orizzonti promettenti . la poca critica rimasta e tollerata pare per ora negarsi come impastoiata . sta sulla difensiva .

 

– poeti e poete si arrangiano da soli perlopiù . alcuni abili e anche sinceramente stimolanti . altri e molti più spesso goffi se non impresentabili . non sento la mancanza del canone . non sento nessuna mancanza in realtà . io so leggere e so provvedere ai miei bisogni di poesia . quello che succede nelle varie bolle/clan però è spesso scoraggiante .

 

– piccole reti di referenze che generano comportamenti sistema modalità iper-inclusive e convenienze . bisogno spasmodico di consenso a prescindere etc. . non è cosa nuova . –

– succedeva anche nei mitici tempi delle dimenticate grandi riviste cartacee di poesia . erano solo più lente e più leggibili le dinamiche e le forze in azione . oggi pare impossibile . a meno che se non ci si produca in attività alternative . una di queste ad esempio è quella nobile e intramontabile del gossip . etc…

 

– certo è che dalla poesia come misura di valore umano e culturale siamo davvero sempre più allontanati e dimenticati .

 

– dimenticavo … poi c’è il mercato . l’ente supremo . il mercato delle carriere e delle posizioni . la corsa permanente a collocarsi e a difendersi dagli assalti dei sempre nuovi scriventi affamati .

 

– in tempi di nuovo emorragico e vacche rimaste magre rischiare non è consigliabile .

quindi meglio recinti autoreferenziali . culetti e culette al caldo in connivente e sempre rincuorante reciprocità a prescindere dal valore artistico dei testi .

 

– siamo diventati l’uno la merce dell’altro – per citare una definizione perfetta del grande eraldo affinati .

 

– perciò mi raccomando . restiamo al sicuro nel nostro lento precipitare nel gorgo dell’estinzione piuttosto che ricominciare con quella sì grandiosa ma dopotutto ormai obsoleta questione di avere visione .

 

– meglio cool influencer onnipresenti che bannati o dannati dai destini dei poetici cunicoli . meglio invertebrate/i che invisibili o esiliate/i . tanto presto saremo tutti post-post-poeti e post-post-umani . non stiamo per estinguerci?

 

– stiamo sereni (come disse ‘quello’) tanto ci penserà l’AI a nutrire il bisogno di poetico . prima o poi imparerà anche il poetese tardolirichese – l’asemico e il prosimetro assertivo/non . maneggerà abilmente anche il post-poetico strutturato – destrutturato – filosofico – occasionale – e quello di ricerca e quello civile (ah! il civile esiste ancora poi? o almeno lui è davvero finalmente estinto? insieme all’orfico? ditemi di sì per pietà…) e quello iper-inclusivo-storico-narrativo-tragico-postmarxista-sperimentale – e infine trionferà con le imminenti terze ondate neoavanguardistiche e liriche (NAW vs NLW 3.0?) . niente paura . l’AI ci seppellirà tutti . finalmente . ma a proposito di sepolti…

 

– fortunatamente qualcuno ancora si attarda con i sepolti . volente o nolente lancia qualche segnale di sopravvivenza della critica . è già qualcosa . è importante ogni volta ricominciare dai sepolti . in realtà sono tutt’altro che sepolti . sono loro gli unici a saper dire sempre qualcosa di nuovo sull’oggi . bisogna capire se l’oggi è in grado di intendere l’antifona . di leggere in sostanza . leggere davvero .

 

– poi non è facile rileggerli i sepolti . e sono pericolosissimi . sono estenuanti . stanno lì a ripeterti in loop che la poesia è sempre contemporanea .

 

– la prosa no . scade . salvo rari casi . kafka per esempio .

 

 

 

eviterei ma visto che il questionario lo richiede inserisco un testo poetico . visto il tema ‘romano’ di questa conversazione – traggo da macchine del diluvio i primi quattro frammenti della sequenza (roma – corale)

 

 

I

chiunque tu sia   perduto dio   incompiuta bestia

divisa in due   straziata   abbandonata sul lato buio

della strada in festa   prendi questa città gloriosa

prendila intera

 

II

anni alveari   aspettano ancora   una corda

un tumore   una pietà   la parola fortuna sulle labbra

rotte delle madri   le mani imputridite dei mercati

un colore di gessetti   per saltare una felicità

 

III

bambini aghi   uscivano in girotondo   con la testa

tra le fiamme   attraversavano da soli   la sete dei cani

i rifiuti scavati   con un atto di vertebre   l’alba

che urlava tra le reti   e il dovere di restare divisi

ma sempre ritornavano   insanguinati e randagi

 

IV

passava allora nuda   la bellezza siringa   lasciava liberi

i dorsi   le braccia immense sui muri   gli orli del male

i ballerini della polvere   con la pioggia nel bicchiere

secoli di lucertole da liberare

 

 

 

da macchine del diluvio

MC Edizioni 2022

 

 

*

 

  • Che cosa sono per te il pubblico, il mercato culturale e l’industria editoriale (nel presente quesito vengono unite due distinte domande del questionario, nda)?

 

– non ho mai pensato a un ‘pubblico’ scrivendo poesia . cerco un noi . un voi o un tu .

non riesco proprio a concepire la questione pubblico di poesia . non me ne frega niente . sono interessato solo agli esseri umani . all’essere umani . scrivo solo a partire da me e verso il mondo . e viceversa .

 

– il teatro e anche il video mi hanno insegnato a tenere in una qualche giusta considerazione la questione del pubblico . ma è un’altra vicenda – con significati e dinamiche molto diverse . scrivendo e congedando un testo o un libro di poesia ho sempre solo dentro questo desiderio o speranza di un noi . di un tu . di un dialogo .

 

– comunque se è vero che gli scriventi poesia sono così tanti in italia (stando ai numeri che ogni tanto circolano – 2 o 3 milioni di scriventi poesia?) e se ognuno di loro comprasse minimo 5 titoli di poesia l’anno – ecco che avremmo un mercato editoriale interessante . ma o i numeri non sono veri oppure le poete e i poeti sedicenti tali leggono poca poesia . o solo quella che gli conviene o che fa moda mostrare di avere in lettura etc…

 

– anche le collane maggiori degli editori importanti non mi pare dichiarino numeri se non sconvolgenti almeno incoraggianti . uno scrittore di ‘gialli’ importante e già anche televisivamente famoso mi confidò tempo fa che quando di un titolo si arrivava a 3000 copie vendute accertate – in casa editrice (una delle più importanti case editrici . nda) stappano brindano e preparano subito l’anticipo per un prossimo libro . comunque in poesia c’è anche chi proclama decine di ristampe . chissà . la scena è confusa e gli appetiti di sé sempre più sorprendenti .

 

*

 

 

In questa parte dell’intervista, approfondiamo il rapporto dei poeti con la letteratura e il territorio.

 

  • Quali sono tre titoli fondamentali, tra narrativa, poesia, saggistica o altro, per il tuo percorso da poeta?

 

– sono tanti . continuano a nutrirmi nel tempo in modi sempre nuovi . per onorare la complicata domanda scelgo tre titoli da due tempi di vita differenti . uno lontanissimo e un altro vicinissimo .

 

– millimetri di milo de angelis (1983) e mottetti di eugenio montale (nell’edizione del 1982 curata da dante isella per il saggiatore) .

 

due letture cruciali per motivi non solo fondativi . stiamo parlando davvero della mia prima adolescenza . sono comunque i due libri che negli anni mi hanno fornito le prime coordinate per leggere la poesia italiana in tutte le sue diverse emanazioni . passate e presenti . ma è una storia che racconterò (forse) altrove .

 

– recentissima e decisiva è stata la lettura e rilettura de l’insieme vuoto – per una pragmatica dell’immagine di federico ferrari – filosofo e critico d’arte che da qualche tempo sto seguendo con crescente e profonda ammirazione .

 

tra questi due estremi temporali ci sono opere che sono e continuano ad essere nutrimento ininterrotto . sono tantissime .

 

*

 

  • Che relazione ha la tua scrittura con Roma?

 

– roma è un abisso . non è più né luogo né tempo . vivo in esilio da ormai più di metà della mia vita . nel 1996 andai via . avevo 27 anni . emigrai a bologna . a bologna la mia scrittura poetica è maturata ed è entrata definitivamente in azione . si è fatta libro .

 

– a bologna sono diventato uomo e dopo anche padre . a roma sono rimasti i detriti della mia giovinezza . che è stata dura e oscura . come la città .

 

– andai via con la sensazione di essere stato tradito . non poteva andare diversamente .

ed è stato un bene . città madre . dove avevo vissuto come se fosse l’unico mondo possibile . nel bene e nel male . nello stupore e nell’orrore . la conoscenza della morte . l’eroina . la periferia . famiglie semplici buone cattive astute distrutte disperate . la legge del più forte . del più furbo . la rabbia incessante . la paura incessante . ovunque . l’impossibilità di una qualunque innocenza . i patti . le amicizie . gli addii . i campetti . l’oratorio . le siringhe .

i coltelli . le sberle date . quelle ricevute . i condomini enormi . la puzza costante di dolore . di tutto e di tutti . qualche attimo di pace e di amicizia che diventava eterno .

 

– roma è quando ho imparato l’epoca . il nulla della storia . quella grande e tronfia dei ruderi . quella quotidiana semplice e irrilevante eppure così luminosa a volte . indimenticabile .

 

– roma è quando ho imparato ad ascoltare e osservare – dove ho capito cosa vuol dire fare mondo . dove ho imparato la violenza – il silenzio – l’amicizia – il perdono . dove ho imparato a vedere al buio . dove ho capito che non avevo ancora imparato la gioia . che mi sarei dovuto impegnare tanto per riuscire a riconoscerla . e sarei dovuto andare via .

 

– roma dove il tempo è sempre vigilia (anche qui cito giovanna sicari . roma della vigilia)

un senso nervoso e statico di imminenza . quel che è stato e quel che accadrà in continua tensione . il vuoto e la vanità di ogni prospettiva . ogni muro e ogni ombra stanno lì a ricordartelo . allora non puoi altro che provare a dire il tuo nome per sottrarlo a quel vuoto . a quella finitudine . fallendo . perché ogni gloria cadrà . ogni orrore finirà .

ma tu vuoi – tu devi – continuare .

 

– ogni giorno violentissima . violento il bene violento il male . tutto intenso e inutile . poi improvvisa la luce . nuda assoluta . la pace di angoli segreti dove ti rifugi – dove roma ti concede di nasconderti davvero . di scomparire sul serio . come se ti fosse improvvisamente complice . e ti resta accanto . ti veglia e ti cosparge di una provvisoria e indimenticabile meraviglia . che poi finirà .

 

– accadevano in simultanea tutti i tempi visibili e invisibili e tu dovevi toccare tutto . vedere tutto . vivere tutto . e dire il tuo nome . inascoltato .

 

– roma non apparteneva a nessuno se non a me . per questo avevo bisogno di pregare . per questo ho avuto bisogno della poesia . per vivere .

 

– troppo romantico?  sti cazzi . non c’era proprio niente di romantico . era un delirio . un vortice che mi ha addestrato al dolore all’amore e all’assurdità della vita .

vita che poi non mi ha smentito in effetti .

 

– camminavo . camminavo tantissimo . non mi proteggevo da nulla e ogni volta che rientravo a casa ero pieno di mondo .

 

– solo ora da lontano e dopo tanto tempo me ne rendo conto . sono irrimediabilmente in esilio . non ho più radici se non nei mei figli . non posso più tornare . lo so .

 

– roma mi ha insegnato quasi tutto quello che poi nel tempo ho riconosciuto amato odiato e rifiutato di me e anche della mia scrittura .

 

– poi però la mia poesia è nata a bologna . roma è un addio che – forse – mi parlerà per sempre .

 

 

*

 

Roma ha fatto nascere o ha accolto moltissimi scrittori, italiani e internazionali.

 

  • Concludiamo con una riflessione su una poetessa o un poeta storicizzato, d’origine o residente o anche solo passato da Roma, che abbia dato un contributo rilevante al nostro panorama letterario.

 

se penso in poesia alla mia roma di allora sento immediatamente la voce di giovanna sicari . l’imminenza magmatica e intensissima della sua poesia .

nessuna riflessione . non ne ho voglia . propongo solo uno dei suoi testi più amati .

 

Bianche stanze ho conservato

purissimi orologi ad acqua

casse intere di musica

per eletti principi di vecchi tempi

fra l’una e le due, in punta di piedi,

nella chiesa dei malvissuti

indenne e ferma, ho fissato

la veglia tenendomi nel pugno

dei quasi pazzi, dei posseduti

e dei santi, a quell’ora, assassina,

mi convertivo ad un passaggio

fresco di niente, più di otto

anni per disporre segni e sigilli.

 

da Decisioni 1986

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

invece la roma abisso del presente ha la voce nitida spietata e fragile di carlotta cicci .

mia moglie . poeta e profondamente romana anche lei . in esilio anche lei .

 

 

[…]

 

credo a Roma. senza ritegno. potente

e imminente. un continuo inno.

una metrica rituale. come svenire.

scendere nell’utero che giura rinascita.

una parola salvata. una legge segreta

che brucia e si ritira tra le giuste luci

del giorno.

.

furtiva tra i cipressi le edere e i suoi morti.

con la gola serrata. indifferente tra suicidi

e omicidi. stanca protegge la sua stirpe.

le ciglia cadono tra i resti innocenti.

singhiozza l’agnello di dio. dritto

e ucciso.

.

implacabile continua a girare.

come un serpente tra antiche offese.

come branchi di cerbiatti da inseguire

di notte. come un’alba interminabile.

la vedo e non la vedo. poi la trovo

a cullare tutti i suoi figli. nella speranza

che lava tutto ciò che resta.

 

il cielo è un gesto rapido e gli opposti si feriscono 

 

‘roma’

da Grado Zero

MC Edzioni 2023