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Nicola Bultrini al Questionario Poetico

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Nicola Bultrini al Questionario Poetico

In questa rubrica poniamo ai poeti romani o che risiedono o transitano spesso nella Capitale due tra le domande più emblematiche tratte dallo storico saggio Il pubblico della poesia di Alfonso Berardinelli e Franco Cordelli che, dal 1975, per ben tre edizioni, pone ai poeti i doverosi interrogativi sul linguaggio letterario, nonché sul presente e sul futuro della poesia italiana. Dal confronto e dall’intersezione delle risposte potrà emergere la possibilità di fare un quadro, seppur non esaustivo ma almeno verosimile, dello stato dell’arte poetica contemporanea e dell’annosa questione dell’industria della cultura di oggi.

 

La fotografia è di Rino Bianchi, che ringraziamo.

 

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  • Hai idee generali organizzate in ipotesi (e tesi) teoriche intorno allo scrivere poesia in generale e allo scriverla oggi?

 

No. Nel senso che, col passare del tempo, le poche idee che credevo di aver messo a fuoco mi appaiono sempre più confuse. Anche perché di teorizzazioni e definizioni ne esistono già molte. Tutte attendibili e tutte parziali. Forse è proprio la materia della poesia a renderla così sfuggente. Allora, più che definire e teorizzare la poesia, mi interessa vedere come la poesia agisce sull’uomo. Posto che l’uomo “canta” le vicende del vivere fin dalla preistoria (le pitture rupestri raccontano storie), mi affascina vedere e cercare di capire cosa fa la poesia su chi la legge e su chi la scrive, (a mio avviso scrittore e lettore di poesia si muovono in una stessa sensibilità). Allora, cerco nella poesia tre elementi portanti, come fossero (pur generici) caratteri di identificazione. Innanzitutto, il “canto”, non solo nel senso che la poesia racconti, ma che comunque aderisca (più o meno direttamente) a una vicenda del vivere. Poi la “musica”, nel senso di linguaggio; è vero che oggi è impossibile individuare un unico linguaggio della poesia, ma quando leggo devo almeno vedere il lavoro che c’è dietro il linguaggio proposto. Infine, e prima di tutto il “ritmo”. Ecco il ritmo lo devo sempre sentire. Intendiamoci, non è necessariamente quello dato dall’applicazione di una metrica (più o meno tradizionale); può essere una percussione emozionale, per immagini, sonora, o quant’altro ma io quella pulsazione sottopelle la devo avvertire.

E quella successione di impulsi e intervalli mi deve muovere la lettura. So bene che in poesia, come nell’arte in generale, oggi è possibile tutto e il contrario di tutto. Ma se non vogliamo che ogni opera sia solo un simulacro, indistinguibile da mille altri, qualche riferimento dobbiamo pur metterlo in luce. Infine, considero la poesia una valvola di sicurezza. Interviene per esprimere l’altrimenti intraducibile. Se una cosa la possiamo dire in narrativa, in saggistica, in musica, allora non dobbiamo scrivere una poesia. In questo senso, la poesia ha un ruolo “residuale”, ma anche di salvezza.

 

 

La ricchezza della nostra lingua

la possiamo barattare per una cruda informazione.

In tempo di guerra i morti sono morti

i feriti hanno la morte negli occhi

i comandanti di ogni ordine e grado

presidiano la distanza. I mercanti sono indifferenti

dacché i sesterzi dell’imperatore hanno l’odore di neve.

Quando mio nonno tornò dalla prigionia

portò con sé una coperta di lana

finimenti per cavalli e un bastone da montagna.

Insomma, l’essenziale nella civile convivenza.

Raccontava raramente e con prudenza

sapeva che in tempo di pace gli eserciti fanno piani di guerra.

Così imperversa maestosamente l’inverno

e tu vorresti partire, approfittare di un giorno di sole.

(Nicola Bultrini – inedito)

 

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  • Che cosa sono per te il pubblico, il mercato culturale e l’industria editoriale (nel presente quesito vengono unite due distinte domande del questionario, nda)?

 

Questo è un tema che viene riproposto ciclicamente, come a fare un aggiornamento. Ma per quanto riguarda il pubblico la situazione non mi sembra che cambi molto nel tempo. In Italia (è bene specificarlo, perché in altri paesi la situazione è diversa) la poesia non ha molto pubblico. Ogni tanto gode momenti di maggiore diffusione. Ma i consumatori di poesia sono quasi soltanto i poeti stessi (che però non comprano libri di poesia). Cento, duecento, trecento anni fa, non mi pare che la situazione fosse tanto diversa. Ma non credo sia un aspetto preoccupante. E non mi interessano i discorsi di chi vorrebbe per la poesia un pubblico da stadio. La poesia si muove così, silenziosamente, senza clamore, eppure è molto più persistente di altri fenomeni.

Il mercato poi è legato all’editoria, e qui invece qualcosa è cambiato nel tempo. La realtà attuale è che i grandi editori non hanno più coraggio e investono solo sui soliti nomi, navigati e spesso ormai consumati (nel senso che hanno poco altro da dire). Non fanno nessuna ricerca, nessuna nuova proposta. Tanto è vero che la nuova poesia viene divulgata dai piccoli editori che invece svolgono un lavoro coraggioso e prezioso. A sentire i diretti interessati, ciò dipenderebbe dal mercato. Il libro è un prodotto e deve vendere, se non vende l’imprenditore (l’editore) va in perdita. Questo è vero e va considerato con rispetto. Tuttavia, chi lavora nel mercato dovrebbe sapere che la domanda la crea anche una buona e lungimirante offerta, anche in termini di prezzi. Il punto è questo, un giovane perché dovrebbe spendere 18 o 20 euro per un libro di 80 poesie? Sarebbe disposto a farlo solo se si creasse un rapporto di fiducia con l’editore. Cioè, se so che quell’editore svolge un lavoro di ricerca e proposta e so che mi sta offrendo un libro quanto meno interessante, allora ci sto. Ma se nell’editore vedo solo l’interesse commerciale (per esempio proponendomi sempre i soliti nomi, magari anche sfiatati) a prescindere dalla qualità, perché mai dovrei seguirlo? A pensarci bene, funziona così in tutti i settori del commercio. D’altro canto, tuttavia, non vorrei mai editori “in perdita”, che però siano sostenuti da finanziamenti pubblici….

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In questa parte dell’intervista, approfondiamo il rapporto dei poeti con la letteratura e il territorio.

 

  • Quali sono tre titoli fondamentali, tra narrativa, poesia, saggistica o altro, per il tuo percorso da poeta?

 

Per la narrativa, senz’altro Il deserto dei tartari di Dino Buzzati, che ho letto varie volte e di cui ogni volta letteralmente mi innamoro. Un libro che interpreta il senso generale del nostro passaggio esistenziale e che può essere considerato anche il vademecum per la nostra modernità.

Per la saggistica, anche se non è proprio un saggio, mi viene da pensare a Una lunga amicizia – lettere 1938/1982, che raccoglie l’epistolario tra Attilio Bertolucci e Vittorio Sereni. Non solo perché sono due poeti che amo leggere sempre (in Sereni mi ritrovo sempre di più), ma soprattutto perché mi affascina e mi commuove la relazione umana tra i due. Ovunque, perciò anche negli ambienti artistici o letterari, la relazione umana per me è fondamentale e viene prima e rimane prioritaria, rispetto a quella puramente culturale/letteraria.

Infine, per la poesia, tanti sono i libri che mi hanno coinvolto e lasciato un segno, anche se non proprio direttamente per la mia scrittura. Mi viene da citare Teater di Franco Loi, o meglio, tutti i libri di Franco Loi. Ho scoperto la sua poesia quando ero molto giovane, ma soprattutto ho avuto la fortuna di conoscerlo e frequentarlo. Tanto che posso dire che è stato il mio primo vero Maestro. Non che la mia scrittura somigli alla sua. Ma ecco, il suo rapporto con la poesia per me è esemplare.

 

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  • Che relazione ha la tua scrittura con Roma?

 

In realtà sono nato nelle Marche, a Civitanova. Tuttavia, vivo a Roma da quando ho tre anni. A Roma sono cresciuto, a Roma ho iniziato a frequentare la poesia. Verso la fine degli anni Ottanta ho cominciato ad avvicinarmi all’ambiente letterario della città, ovviamente prima di tutto conoscendo quelli che chiamerei i “fratelli maggiori”. Parlo di quella generazione subito antecedente la mia e che in quegli anni si stava affermando animando la poesia romana. Sono i nomi oggi noti di Claudio Damiani, Silvia Bre, Valerio Magrelli, Antonella Anedda e tanti altri. Potrei dire di essermi formato in quella atmosfera, respirando la città, la metropoli. Tuttavia, è rimasto in me un legame fortissimo con Civitanova, le Marche. Anche perché lì ho casa, tanti parenti e amici e ci torno spessissimo. Così accade che a Roma mi sento uno strano ospite, come se qualcosa mi attirasse verso un’origine differente. Però la mia scrittura risente moltissimo del respiro della metropoli. Nella grande città, volenti o nolenti, si è sempre esposti a mille sollecitazioni cui è impossibile sottrarsi. Ovviamente questo può generare una pressione a volte insopportabile. Ma per chi scrive significa avere uno sguardo perennemente aperto. Direi che lo spazio per una meditazione solitaria in città è quasi impossibile e questo non può non interferire con la scrittura in versi. E lo dico senza alcuna inflessione negativa. La piccola città di provincia invece si muove con un passo diverso, non direi più lento, ma meno convulso. Ciò non toglie che anche dalla provincia possano giungere voci poetiche significative. Ho tanti amici poeti nelle Marche, bravissimi e intensi, Umberto Piersanti, Filippo Davoli, in compianto Francesco Scarabicchi e altri. Come dire, si tratta di due modulazioni differenti e che in un certo senso entrambe mi appartengono. Non potrei fare a meno della visione caleidoscopica della città, ma neanche di un’origine lontana e magnetica. Questo cortocircuito genera il richiamo forte della memoria, misto a una indefinibile malinconia, una concretezza del linguaggio e insieme l’aspirazione a una visione oltre la materia dei fatti.

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Roma ha fatto nascere o ha accolto moltissimi scrittori, italiani e internazionali.

 

  • Concludiamo con una riflessione su una poetessa o un poeta storicizzato, d’origine o residente o anche solo passato da Roma, che abbia dato un contributo rilevante al nostro panorama letterario.

 

Istintivamente mi viene da fare il nome di Claudio Damiani, uno dei primi poeti che ho conosciuto e al quale mi lega una sincera amicizia. La sua poesia ha una identità inconfondibile, data prima di tutto da un dettato assolutamente diretto, colloquiale e di immediata lettura. Lo direi anche semplice ma certamente non semplicistico. Il suo è un linguaggio che si regge su un equilibrio perfettamente calibrato, sul registro del dialogo, con una compostezza che non lascia nulla al caso. Soprattutto in una sua prima fase di scrittura, la sua poesia si può avvicinare a quella di Umberto Fiori o Stefano Dal Bianco, proprio per questa immediatezza comunicativa. Ma in Damiani c’è anche tra le righe il tentativo di decifrare un senso più profondo delle cose cantate. E in questo sicuramente il suo esempio di riferimento sono i poeti classici latini (da Damiani tanto amati), che affidavano ai versi anche un pensare schiettamente filosofico. Questa tensione è più evidente nelle poesie più recenti di Damiani, che sviluppano un pensiero anche metafisico non necessariamente aderente a una specifica realtà.

 

 

 

Che bello che questo tempo

è come tutti gli altri tempi,

che io scrivo poesie

come sempre sono state scritte,

che questa gatta davanti a me si sta lavando

e scorre il suo tempo,

nonostante sia sola, quasi sempre sola nella casa,

pure fa tutte le cose e non dimentica niente

– ora si è sdraiata ad esempio e si guarda intorno –

e scorre il suo tempo.

Che bello che questo tempo, come ogni tempo, finirà,

che bello che non siamo eterni,

che non siamo diversi

da nessun altro che è vissuto e che è morto,

che è entrato nella morte calmo

come su un sentiero che prima sembrava difficile, erto

e poi, invece, era piano.

 

(da La miniera, Fazi, 1997)