Mario De Santis al Questionario Poetico
In questa rubrica poniamo ai poeti romani o che risiedono o transitano spesso nella Capitale due tra le domande più emblematiche tratte dallo storico saggio Il pubblico della poesia di Alfonso Berardinelli e Franco Cordelli che, dal 1975, per ben tre edizioni, pone ai poeti i doverosi interrogativi sul linguaggio letterario, nonché sul presente e sul futuro della poesia italiana. Dal confronto e dall’intersezione delle risposte potrà emergere la possibilità di fare un quadro, seppur non esaustivo ma almeno verosimile, dello stato dell’arte poetica contemporanea e dell’annosa questione dell’industria della cultura di oggi.
La fotografia è di Dino Ignani, che ringraziamo.
- Hai idee generali organizzate in ipotesi (e tesi) teoriche intorno allo scrivere poesia in generale e allo scriverla oggi?
Cerco di formarmi un “giudizio” in cui la teoria non sia mai apriori, ma emerga da un continuo andirivieni tra esperienza, percezione (estetica ed esistenziale) e sguardo storico. Negli ultimi anni ho praticato meno la saggistica letteraria e più quella scientifico-storica, con libri su teorie sulla fisica, sull’evoluzione, sulla formazione delle capacità cognitive del Sapiens, poi saggi sulla post-Storia in cui siamo immersi. Quel che di teoria e saggi letterari ho letto in anni recenti mi è parsa quasi sempre insufficiente, con poche aperture ad altri saperi, l’effetto finale è sempre meta referenziale. Il mio campo di cognizioni cerca in un raggio extra letterario, spesso guardando più all’arte contemporanea. Mi sono convinto che non si possa più parlare né praticare “poesia” come pure io stesso ho praticato e si è fatto ancora fino ad oggi. Essa, nella sua forma canonica, sopravvive tuttavia là dove alcuni poeti più canonici, quasi tradizionali, incontrano lettori (anche un buon numero, molto più che le tradizionali poche centinaia del libro di poesia medio) che hanno sviluppato una competenza, dimensione in ogni caso rispettabile.
Io però seguo nello scrivere e nel ricercare il filo del ‘900 di questo ventennio del XXI secolo. Credo si debba parlare/praticare “scrittura” o “scritture” come ama dire Gilda Policastro e mi trova d’accordo. In fondo i generi sono fenomeni storici. Non mi appassiona la discussione sulla “morte” della poesia o del romanzo perché semplicemente so che accadrà, nonostante noi. Il romanzo come è nato, morirà in questa sua forma. Così la poesia, che tuttavia vanta una vita ben più lunga e dunque paradossalmente si ri-forma sempre. Tuttavia, non penso sia necessario più “versificare”.
Oggi per una società che, nella sua dimensione globale, si prepara ad essere principalmente post-alfabetica (e sicuramente post-umanistica, post occidentale) penso si possa sperimentare (ma senza essere “sperimentalisti”, dio ce ne scampi) scritture polimorfe che si adattino a una transizione culturale inedita.
(dove, domani)
La notte non si divide, neppure il Tevere
che ci chiude in due città. Così il tempo delle assenze
è stato una giostra e una rettifica leggera al mondo
quella sorgente di montagna mai raggiunta
– eppure il nulla di melma del sottofiume
esiste ancora: lava di foglie, schiuma spenta,
tende di rifugiati e spazzatura
una bava del passato e un gorgo –.
Adesso non c’è tempo per dire cosa non è stato,
come sarebbe se domani – in un’ora senza data,
con musica infelice e in feste di settembre –
fosse visibile nel disastro, l’irreparabile
che annuncia un cambio di stagione.
Tutto avrebbe segnalato (visto prima) la sottile
differenza tra il sogno della morte
e un altro giorno in cui saresti stato qui.
Lo chiameremo, in ogni caso, storia.
(Roma, vigilia di Pasqua 2003)
*
- Che cosa sono per te il pubblico, il mercato culturale e l’industria editoriale? (Nel presente quesito vengono unite due distinte domande del questionario, nda)
Come poeta non ho – alla lettera – mercato, avendo pubblicato con piccoli editori, se pur prestigiosi e autorevoli. Al massimo ho piccole comunità. Rispondo perciò più da giornalista culturale, diciamo così (o che segue l’editoria dalla fine anni ’80). Pubblico, mercato editoriale e culturale sono solo una parte minoritaria di una più ampia “società italiana”, che è stata protagonista della storia di un’Italia “paese senza”, per dirlo brevemente con la formula di Arbasino (evocata da uno storico come Guido Crainz ne Il paese mancato). Quello che vedo come limiti anche al modello adottato da Berardinelli e Cordelli di indagare “il pubblico della poesia”, e poi rimasto uguale nel tempo, è stato non capire la società italiana nel suo complesso, guardandola con griglie ideologiche, e riferirsi anche involontariamente sempre al proprio mondo (che oggi giustamente si chiama “bolla” a indicare una sfericità chiusa) e a quelle dinamiche minoritarie di “pubblico” – dei libri in genere – come fossero la totalità della società. A me basta il dato materiale: l’Italia ha fatto un balzo in avanti negli anni ’70, rispetto alla arretratezza storica, sigillato dalla ri-nascita di un’industria culturale modernizzata, negli anni ’80, in contemporanea con il cambiamento della principale agenzia cultuale che è stata la tv pubblica e privata. Negli anni ’90 siamo arrivati a una quota di lettori di circa 38% – poi un balzo in avanti ma grazie a titoli non letterari – il picco del 50% si è avuto nel 2010, grazie al successo pluriannuale delle ricette della Parodi – per poi iniziare a regredire di nuovo, in concomitanza con l’avvento dei populismi politici degli anni Dieci del Duemila, in cui l’ignoranza intesa come neo-antiintellettualismo sono diventati valori dominanti – aveva iniziato Berlusconi nella doppia veste di editore e politico – e ora siamo tornati al 39-40% degli italiani come lettori (in generale la fruizione culturale, fatta salvi i social e la tv sono da ultimi posti nella classifica Ocse). Al momento il dato Istat è che c’è meno di un milione di lettori rispetto a dieci anni fa.
Ecco dunque: cos’è mercato, pubblico ecc.? una sostanziale inutile fatica di Sisifo. Oggi le prospettive sono globali e l’ininfluente cultura e lingua dell’Italia conterà ancora meno. Come poeta mi pongo dentro questa ottica, nella dimensione invisibile delle spore, dei miceti, dei funghi.
*
In questa parte dell’intervista, approfondiamo il rapporto dei poeti con la letteratura e il territorio.
- Quali sono tre titoli fondamentali, tra narrativa, poesia, saggistica o altro, per il tuo percorso da poeta?
Dovrei dirne tanti, li riassumo in tre nomi: Walter Benjamin a rappresentare la prima parte più filosofica della mia formazione. Milo De Angelis a indicare il mio cuore “lombardo” da romano anomalo della poesia. Carlo Rovelli a rappresentare la necessità di una svolta post-umanistica verso la scienza che la poesia ha bisogno di fare.
*
- Che relazione ha la tua scrittura con Roma?
La mia scrittura risente di stratificazioni geologiche, storiche, materiche. Essere nato a Roma mi dà il privilegio di essere parte di questa materia, ma come corpo morto che sopravvive dentro la Storia, tuttavia senza speranza in alcuna cosa materiale, se non in una memoria onirica della città e in “quello che sarebbe potuto accadere”, a Roma come ovunque.
*
Roma ha fatto nascere o ha accolto moltissimi scrittori, italiani e internazionali.
- Concludiamo con una riflessione su una poetessa o un poeta storicizzato, d’origine o residente o anche solo transitato da Roma, che abbia dato un contributo rilevante al nostro panorama letterario.
Devo citare per forza Pasolini, se non altro perché appartiene a un’epoca in cui era possibile individuare la dinamica delle influenze. Poi quel “panorama letterario” è morto su una spiaggia romana (l’Idroscalo di Ostia) e rinato, ma completamente cambiato, 4 anni dopo su un’altra spiaggia romana (Castelporziano) e mi è difficile dire che anche nomi di poeti importanti (farei quello di Biancamaria Frabotta o Valerio Magrelli o prima ancora Dario Bellezza e Valentino Zeichen, per restare a Roma) possano aver influito, non per loro demerito o valore ma perché tutto era cambiato e domina da allora “il Minestrone” profetizzato a Castelporziano.
Tuttavia cito Pasolini , ma non come poeta – a parte tre-quattro cose, il resto trascurabile per me –invece più come “corpo di scrittura”, come anticipatore di una dissolvenza di generi che egli ha innescato in tutti i sensi. La Scrittura trainata dalla sua presenza (oggi assenza, altrettanto forte) nella mutazione che indicavo nella prima risposta e che si sta definendo meglio oggi. Anche nel suo risvolto negativo (il “presenzialismo” mediatico e festivaliero, del resto imposto dall’industria culturale di cui sopra).
Quindi cito Pasolini più che “poeta” come “poligrafo”, attivista della scrittura, che avrebbe voluto mettere le sue foto di nudo (quelle di Dino Pedriali) in fondo a Petrolio. Se non fosse morto e se l’editore lo avesse permesso, avrebbe di fatto inaugurato la più potente delle installazioni artistiche sull’autofiction, anticipando Serge Doubrovsky pur senza creare come lui il termine, o l’opera che l’autofiction l’ha messa davanti al mondo, ovvero quella di Sophie Calle.
Essere poeta a Roma, del resto, è essere divorati dalla biografia, la propria che però annega in quelle di tutti. Come in “Sempre” la canzone portata al successo da Gabriella Ferri: “Ognuno ha tanta storia/ Tante facce nella memoria/Tanto di tutto tanto di niente/Le parole di tanta gente”. Forse allora dovrei citare anche Mario Castellacci, e in effetti l’ho fatto (il testo della canzone lo ha scritto lui). Castellacci ha influito sul quel “resto del panorama” fuori la bolla, a Roma e oltre. Quelli del panorama “letterario” invece restano troppo spesso confinati al di qua della siepe.
Il pianto della scavatrice
I
Solo l’amare, solo il conoscere
conta, non l’aver amato,
non l’aver conosciuto. Dà angoscia
il vivere di un consumato
amore. L’anima non cresce più.
Ecco nel calore incantato
della notte che piena quaggiù
tra le curve del fiume e le sopite
visioni della città sparsa di luci,
echeggia ancora di mille vite,
disamore, mistero, e miseria
dei sensi, mi rendono nemiche
le forme del mondo, che fino a ieri
erano la mia ragione d’esistere.
Annoiato, stanco, rincaso, per neri
piazzali di mercati, tristi
strade intorno al porto fluviale,
tra le baracche e i magazzini misti
agli ultimi prati. Lì mortale
è il silenzio: ma giù, a viale Marconi,
alla stazione di Trastevere, appare
ancora dolce la sera. Ai loro rioni,
alle loro borgate, tornano su motori
leggeri – in tuta o coi calzoni
di lavoro, ma spinti da un festivo ardore –
i giovani, coi compagni sui sellini,
ridenti, sporchi. Gli ultimi avventori
chiacchierano in piedi con voci
alte nella notte, qua e là, ai tavolini
dei locali ancora lucenti e semivuoti.
Stupenda e misera città,
che m’hai insegnato ciò che allegri e
feroci
gli uomini imparano bambini,
le piccole cose in cui la grandezza
della vita in pace si scopre, come
andare duri e pronti nella ressa
delle strade, rivolgersi a un altro uomo
senza tremare, non vergognarsi
di guardare il denaro contato
con pigre dita dal fattorino
che suda contro le facciate in corsa
in un colore eterno d’estate;
a difendermi, a offendere, ad avere
il mondo davanti agli occhi e non
soltanto in cuore, a capire
che pochi conoscono le passioni
in cui io sono vissuto:
che non mi sono fraterni, eppure sono
fratelli proprio nell’avere
passioni di uomini
che allegri, inconsci, interi
vivono di esperienze
ignote a me. Stupenda e misera
città che mi hai fatto fare
esperienza di quella vita
ignota: fino a farmi scoprire
ciò che, in ognuno, era il mondo.
Una luna morente nel silenzio,
che di lei vive, sbianca tra violenti
ardori, che miseramente sulla terra
muta di vita, coi bei viali, le vecchie
viuzze, senza dar luce abbagliano
e, in tutto il mondo, le riflette
lassù, un po’ di calda nuvolaglia.
È la notte più bella dell’estate.
Trastevere, in un odore di paglia
di vecchie stalle, di svuotate
osterie, non dorme ancora.
Gli angoli bui, le pareti placide
risuonano d’incantati rumori.
Uomini e ragazzi se ne tornano a casa
– sotto festoni di luci ormai sole –
verso i loro vicoli, che intasano
buio e immondizia, con quel passo blando
da cui più l’anima era invasa
quando veramente amavo, quando
veramente volevo capire.
E, come allora, scompaiono cantando.
(…)
Le ceneri di Gramsci (Garzanti, 2015)

