Vincenzo Mascolo al Questionario sulla Poesia
In questa rubrica, poniamo ai poeti romani o che risiedono o transitano spesso nella Capitale, due tra le domande più emblematiche tratte dallo storico saggio Il pubblico della poesia di Alfonso Berardinelli e Franco Cordelli che, dal 1975, per ben tre edizioni, pone ai poeti i doverosi interrogativi sul linguaggio letterario, nonché sul presente e sul futuro della poesia italiana. Dal confronto e dall’intersezione delle risposte potrà emergere la possibilità di fare un quadro, seppur non esaustivo ma almeno verosimile, dello stato dell’arte poetica contemporanea e dell’annosa questione dell’industria della cultura di oggi.
La fotografia è di Alessandro Zingone.
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1) Hai idee generali organizzate in ipotesi (e tesi) teoriche intorno allo scrivere poesia in generale e allo scriverla oggi?
Non ho gli strumenti formativi necessari per elaborare teorie generali intorno allo scrivere poesia. Né penso sia facile formulare teorie, in quanto la poesia non è un concetto: se c’è, emerge dai testi. Ciò non toglie che la critica possa, anzi debba, individuare direzioni della scrittura poetica contemporanea, ma credo che la grande varietà di espressioni poetiche presente oggi in Italia non renda il compito agevole nemmeno alla critica. Personalmente, mi limito a osservare con interesse (anche attraverso il lavoro svolto insieme a mia moglie Carla con Ritratti di Poesia) questa “biodiversità”, che considero un valore da preservare in quanto credo che possa contribuire a restituire alla poesia quel compito di testimone delle istanze e dei mutamenti della polis che, secondo me, le è proprio.
Mi è difficile, in verità, anche parlare della mia scrittura. Scrivere poesia è per me un’esperienza misteriosa, quasi iniziatica, in cui si trasforma in parola il continuo combattimento tra il mio essere profondo, incline a smarrirsi in una dimensione metafisica, e la razionalità, che vorrebbe tenermi inchiodato alla concretezza della realtà quotidiana. La mia poesia – sempre che possa ritenersi tale – nasce da questo combattimento, il cui esito è incerto, come incerto è il destino di ogni battaglia e di ognuno di noi. Per questo è indefinita, priva di esattezza, a tratti inafferrabile anche per me. In un’alternanza di forme, che non disdegna la (moderata) sperimentazione, si mescolano nei miei testi realtà e metafisica, io e non io, materia e spirito, visibile e invisibile, anche se l’unificazione degli opposti rimane sempre incompiuta, imperfetta. In questo strano assortimento di contenitori e di ingredienti, tuttavia, ci sono dei tratti comuni: la volontà di dare centralità al significato, che perseguo sempre, consapevole del rischio di rendere i testi troppo “pensosi” (come qualcuno li ha definiti, non so se intendendo l’aggettivo un pregio o un difetto); l’attenzione costante alla sonorità dei versi e a una musicalità complessiva; il tentativo, non sempre riuscito, di lavorare sul linguaggio per renderlo asciutto, nitido, quotidiano, ma comunque capace di esprimere le diverse sfaccettature della mia ricerca poetica. Questa poesia è tratta da Il minimo comune viaggiatore, pubblicato nel 2024 da Interno Poesia:
Amo il rarefarsi della notte
e il risvegliarsi muto degli eventi,
amo il suono impercettibile del cosmo,
il separarsi occulto delle cose
in atomi e molecole, frammenti
della materia che si ricompone,
sostanza indivisibile del tempo.
Così,
di particelle infinitesime d’inchiostro
amo il turbinare che trasforma
la dura concrezione del silenzio
in altro spazio, in una nuova
forma, pulviscolo di corpi luminosi
che passano attraversano i sentieri
delle città, i reticoli del tempo,
chiarore ineludibile del giorno,
sostanza incorruttibile,
poesia.
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2) Che cosa sono per te il pubblico, il mercato culturale e l’industria editoriale (nel presente quesito vengono unite due distinte domande del questionario, nda)?
Non riesco ad associare la poesia alle parole “pubblico, mercato culturale, industria editoriale”. Come è noto, e come hanno detto in modo chiaro Berardinelli e Cordelli, il pubblico della poesia non esiste, solo i poeti la leggono. In verità, non sono nemmeno convinto che tutti i poeti leggano poesia. Questo, però, è un altro tema e potrebbe essere interessante accertare quanta e quale poesia leggono i poeti, su cosa si basano le loro scelte, se le letture fatte influenzano in qualche modo il loro lavoro poetico. Materia, azzardo scherzosamente, per un nuovo questionario. L’assenza di un pubblico ha come naturale conseguenza la mancanza di un interesse dell’industria editoriale verso la poesia. Il discorso, è noto, sarebbe lungo. Mi limito a osservare che le case editrici, sebbene siano imprese, hanno tra i loro compiti naturali anche quello di promuovere e sostenere la cultura. Purtroppo però le leggi del mercato hanno ormai preso il sopravvento e il sostegno delle case editrici alla cultura occupa uno spazio residuale. Quello occupato dalla poesia, poi, è ancora minore del residuale e, paradossalmente, è inversamente proporzionale alla considerazione generale di cui essa gode (secondo i dati statistici, i libri di poesia pubblicati in Italia sono il 6% circa del mercato editoriale e quelli venduti ne rappresentano l’1% circa). In questo quadro, parlare per la poesia di mercato culturale risulta quantomeno difficile. Bisogna dire, comunque, che sono sorte nel nostro Paese numerose case editrici di piccole e medie dimensioni che credono nella poesia e investono le loro (purtroppo, contenute) risorse per pubblicarla e diffonderla. Questa attività dovrebbe essere sostenuta e incentivata e penso che lo Stato, attraverso il MiC, dovrebbe introdurre l’erogazione di specifici contributi o finanziamenti per chi pubblica poesia o estendere all’editoria di poesia il FUS, il Fondo Unico per lo Spettacolo istituito dalla Legge n. 163/1985. Forse l’editoria di poesia dovrebbe dare vita a uno strumento associativo per cercare di conseguire questo risultato.
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In questa parte dell’intervista, approfondiamo il rapporto dei poeti con la letteratura e il territorio.
3) Quali sono tre titoli fondamentali, tra narrativa, poesia, saggistica o altro, per il tuo percorso da poeta?
La poesia è per me il momento conclusivo di una ricerca compiuta in diversi ambiti e approfondendo varie discipline. Sono molti, quindi, i titoli che hanno contribuito, e ancora contribuiscono, a tracciare il mio percorso di scrittura, che è comunque in costante movimento, in continua trasformazione. Dovendo limitarsi a tre direi, storicamente, Divina Commedia, The Waste Land e La Recherche, opera quest’ultima che con il passare degli anni sento sempre più vicina al mio modo di interpretare la poesia e la vita.
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4) Che relazione ha la tua scrittura con Roma?
Sono nato a Salerno, ma vivo a Roma da sempre. In questa città ho fatto tutti i miei studi, ho imparato a conoscere la ragazza che poi sarebbe diventata mia moglie, ho visto nascere e crescere i miei quattro figli, sono invecchiato. Nell’adolescenza leggevo Trilussa, Belli e Pascarella, mi divertivo a usare il dialetto romanesco, studiavo con passione la storia di Roma sui libri di Theodor Mommsen. Usando un’espressione di Giampiero Neri, posso dire che Roma è il mio “teatro naturale”: è parte integrante di me e, come tale, è costantemente presente nella mia scrittura, anche quando può sembrare una “città invisibile”. Molte poesie del mio ultimo libro hanno Roma come paesaggio, non solo interiore.
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Roma ha fatto nascere o ha accolto moltissimi scrittori, italiani e internazionali.
5) Concludiamo con una riflessione su una poetessa o un poeta storicizzato, d’origine o residente o anche solo passato da Roma, che abbia dato un contributo rilevante al nostro panorama letterario.
Ho sempre amato molto la poesia di Giorgio Caproni. Ammiro la sua capacità di condensare in pochi versi, nitidi e musicali, il senso profondo del vivere, segnato da una silenziosa malinconia e da un sentimento di estraneità al mondo che spesso accompagnano anche me. Questa è una poesia di Caproni tratta da Il muro della terra, Garzanti, 1975:
Esperienza
Tutti i luoghi che ho visto,
che ho visitato
ora so – ne sono certo:
non ci sono mai stato.

