Silvio Mignano al Questionario sulla Poesia
In questa rubrica poniamo ai poeti romani o che risiedono o transitano spesso nella Capitale due tra le domande più emblematiche tratte dallo storico saggio Il pubblico della poesia di Alfonso Berardinelli e Franco Cordelli che, dal 1975, per ben tre edizioni, pone ai poeti i doverosi interrogativi sul linguaggio letterario, nonché sul presente e sul futuro della poesia italiana. Dal confronto e dall’intersezione delle risposte potrà emergere la possibilità di fare un quadro, seppur non esaustivo almeno verosimile, dello stato dell’arte poetica contemporanea e dell’annosa questione dell’industria della cultura di oggi.
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1) Hai idee generali organizzate in ipotesi (e tesi) teoriche intorno allo scrivere poesia in generale e allo scriverla oggi?
Non ho idee che possano dirsi generali, né tesi o ipotesi teoriche: tendo a fuggire da tutto ciò che sappia di assoluto e di normativo, almeno nel campo dell’arte e della letteratura. Mi faccio certamente guidare dalle mie letture, dallo studio degli autori e dei testi, ai quali ho sempre dedicato molto tempo e spazio. È probabile che questo abbia con il tempo costruito una gabbia teorica della quale magari non sono del tutto cosciente e che tuttavia definisce canoni e criteri piuttosto costanti nella mia scrittura poetica. Posso senz’altro dire, a questo proposito, che rifuggo da una poesia eccessivamente lirica, ieratica, maestosa, che muova dalla ricerca di idee assolute. Non amo nemmeno tutto ciò che provoca effetti troppo evidenti, che provochi nel lettore facili reazioni sentimentali. Preferisco toni bassi, una scrittura piana, narrativa, descrittiva: una poesia orizzontale più che verticale. Baudelaire è da questo punto di vista forse il mio riferimento. Prediligo inoltre la scelta di parole d’uso comune: che non vuol dire affatto né facili né povere né poche – credo anzi che la mia scrittura sia tendenzialmente colta e ricca, ma comunque tale da poter immaginare di ascoltarla in modo credibile in una colloquialità quotidiana. In altri termini, non credo che il poeta debba muoversi in una dimensione altra rispetto al resto dell’umanità, e questo a partire dal linguaggio. Il poeta non è un messia né un sacerdote, non sente e non soffre più degli altri esseri umani, ha solo sviluppato – per scelta e probabilmente per capacità – strumenti in grado di esprimere e raccontare esperienze esistenziali simili a quelle di tante altre persone. Giovanni Pascoli, nel contesto italiano, è stato forse il primo a mettere in pratica questa scelta lessicale. Quanto a scrivere poesia oggi, è evidente che non si possa fare a meno di comprendere nella scrittura il bagaglio di conoscenze scientifiche e tecnologiche di cui disponiamo, così come ogni altro elemento che derivi dall’immensa rete nella quale siamo immersi – altre lingue, altre culture, altre esperienze, altri strumenti della creazione artistica. Molto nel mio caso attingo dal mio vagabondare, dalla mia dimensione nomadica, dalla consapevolezza che oggi non si possa più pensare a un’identità unica e statica: l’identità non esiste più, o meglio, è divenuta composita, mutevole, proteiforme. Ed è questo che rappresenta per me il materiale poetico principale, insieme al disperato tentativo di recuperare la memoria, di ritrovare quello che si è perso, cose, luoghi e persone, e di fare del passato un presente continuo o addirittura un ipotetico futuro. Poiché questo non è quasi mai davvero possibile, ecco che si trasforma spesso in rimpianto e nostalgia. Infine, essendo anche un disegnatore e un pittore, mi rendo conto che talora la mia poesia può apparire impressionistica – termine curioso, perché di tutte le correnti artistiche forse proprio l’impressionismo è tra quelle che meno amo. Uso tuttavia questo aggettivo per dire che in certi casi la mia poesia può nascere da immagini raccolte, immagazzinate, magari rielaborate nel disegno o nella pittura, e che tuttavia quando diventano versi cambiano molto, si trasformano in racconto, sono spunti narrativi o rimandi ad altri pensieri, ad altri contenuti. Anche in questo caso c’è una continua trasformazione della materia.
Credo che quello che ho scritto qui sopra si comprenda meglio leggendo una mia poesia, tratta da Nel deserto dell’ora, Passigli, Firenze, 2022.
Rifugio Milano
Non che io avessi mai sperato nel ritorno dei giorni,
che scorresse il tempo all’indietro
– quel che non può essere, e noi lo sappiamo.
Tuttavia le pozze di fango cioccolatte
sul sentiero per il rifugio Milano,
screziate di lamine di ghiaccio,
disseminate sulla serpentina inerpicata,
quelle sì, aspetto sempre di poterle ritrovare.
La sospensione giusto al centro del petto
ogni volta che la casamatta scompariva
dietro il movimento della cresta
era una vacanza dei sentimenti,
l’ingresso per un istante impercettibile
in una stanza vuota d’aria,
priva di mobili e di oggetti,
l’idea di galleggiare fuori di sé
e tornare poi, prima che le palpebre battessero,
sul viottolo mai lasciato, a camminare dunque,
di nuovo in vista del traguardo:
almeno fino alla curva già in agguato,
che ci avrebbe inghiottiti ancora.
Questo allora ti avrei detto,
se già tu fossi stato, e stessi lì:
l’indifferenza del nostro corpo
alla spinta del passo sulla materia,
almeno finché interviene un cenno
degli occhi, il loro affanno
invisibile da fuori, battito di dentro,
segnale ad altri luoghi al nostro interno
che il movimento non si adegua al desiderio,
sfugge alla nostra idea di tutto controllare.
Ti avrei probabilmente detto altro,
del fischio di una marmotta
che non avremmo visto, né tu né io,
perché si era fatta – come suole farsi – suono,
convertita la sagoma in un’assenza,
nascosta allo sguardo
ma affidata tutta al verso d’allarme.
Oppure del sollievo che appartiene ai piedi,
ai muscoli, a tutto meno che al pensiero,
nel momento in cui si arriva sul pianale
e si calpesta già un mattone, o un lastricato,
e l’acido si scioglie come il latte tra le ossa.
Il resto è nei gomiti appoggiati alla ringhiera
– essi sì, privi di materia, non proprio corpo,
se accompagnano lo sguardo
giù nella stessa valle che hai percorso due ore fa:
e il senso di vertigine è piacere, adesso,
è la caduta in un catino dal quale tutto
è stato succhiato via, anche la direzione del tempo,
e tutto è di nuovo possibile,
anche che questo cammino non sia mai esistito,
o che debba ancora cominciare, o farsi da capo,
insieme a te che non c’eri, o senza di me, domani.
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2) Che cosa sono per te il pubblico, il mercato culturale e l’industria editoriale? (Nel presente quesito vengono unite due distinte domande del questionario, nda)
Sono fattori importanti. È innegabile che la poesia sia marginale nel mercato, e questo non accade solo in Italia. Tuttavia il ruolo dell’editore resta insostituibile e ha tra gli altri anche il compito di inserirti nel mercato culturale, con tutti i descritti limiti di quest’ultimo. Sono poi l’industria editoriale e il mercato a permetterti di entrare in contatto con il pubblico. Mente chi dice di scrivere solo per sé stesso, si scrive sempre perché qualcuno ti legga o ti ascolti, che si tratti anche solo di una persona. Al riguardo, ho avuto la fortuna di vivere esperienze bellissime in molti paesi latino-americani, nei quali la poesia ha ancora una forza di richiamo abnorme. Ricordo, ad esempio, Poesía en voz alta, una lettura in piazza Los Palos Grandes a Caracas, il 21 marzo 2019, alla quale assistettero migliaia di persone in religioso silenzio.
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In questa parte dell’intervista, approfondiamo il rapporto dei poeti con la letteratura e il territorio.
3) Quali sono tre titoli fondamentali, tra narrativa, poesia, saggistica o altro, per il tuo percorso da poeta?
Ho molti autori e molti libri nel mio personale Pantheon, da lettore compulsivo quale io sono. Trovo imperdonabile pretendere di scrivere e pubblicare senza aver prima letto molto, e senza continuare a farlo, e questo vale anche – forse dovrei dire soprattutto – per la poesia. Io leggo tutti i giorni, senza eccezione, e ho perciò in mente centinaia di autori, migliaia di titoli. Se tuttavia devo indicare un libro che è stato decisivo per l’indirizzo che tra mille possibili opzioni anche estetiche ha infine preso la mia poesia, questo è Pale Fire di Nabokov. Aggiungo poi altri due titoli, sempre con molta difficoltà, perché sono obbligato a sceglierli tra le centinaia che mi verrebbero alla mente: Hotel Insomnia di Charles Simic – un autore che ha saputo coniugare linearità narrativa e potenza evocativa – e Les Fleurs du Mal di Baudelaire, che è forse l’atto fondativo della poesia contemporanea.
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4) Che relazione ha la tua scrittura con Roma?
Io scrivo molto sulla nostalgia, nell’accezione che le diede l’inventore della parola, il medico basilese Johannes Hofer che ad essa dedicò la sua tesi di laurea nel 1688, e che poi è stata ripresa proprio da Baudelaire: si pensi a La vie antérieure. La mia vita è frantumata tra i tanti luoghi nei quali ho vissuto e che inevitabilmente ho perduto, ma i due punti fermi, che sia pur a fatica tengono insieme questo mosaico altrimenti insopportabile, sono Gaeta, la città dove ho vissuto fino ai diciassette anni, e Roma, quella dove sempre faccio ritorno. Per questo Roma è imprescindibile per la mia scrittura ed è spesso autentica protagonista di essa. Negli anni mi sono reso conto di aver sempre scritto di un determinato luogo soltanto anni dopo esservi stato o addirittura avervi vissuto, come se io avessi e abbia ancora bisogno che si crei una distanza, un distacco – appunto, una perdita, un regret – per trasformare il mio rapporto con i luoghi in materiale narrativo o poetico, in romanzi o poesie. Ancora una volta, però, Roma, come forse soltanto Gaeta, fa eccezione, perché so che non la perderò mai davvero, sebbene anche questo sia vero solo in parte, perché la città cambia, muta pelle, perde pezzi, persone, e ne acquista altri, e dunque quando io ne scrivo probabilmente ho in mente una determinata Roma bloccata in un determinato momento che già non c’è più. E quella di oggi, che l’ha sostituita, apparirà in una mia scrittura futura, e così via, finché vivrò e scriverò.
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Roma ha fatto nascere o ha accolto moltissimi scrittori, italiani e internazionali.
5) Concludiamo con una riflessione su una poetessa o un poeta storicizzato, d’origine o residente o anche solo transitato da Roma, che abbia dato un contributo rilevante al nostro panorama letterario.
Naturalmente Roma è tutto: la sua unicità, nella storia, è proprio aver accolto ogni persona e ogni cosa indipendentemente dall’essere o non essere originari della città. Roma è stata spietata e benevola, ha conquistato e distrutto ma ha poi assorbito e accolto come forse nessun’altra potenza ha mai fatto nella storia. Ha costruito una propria identità multiforme e mutevole, trasformando continuamente la propria lingua, il proprio Pantheon di divinità, i propri costumi, i propri stili architettonici e la propria estetica. Prima o poi, come si dice delle strade, si finisce per trovarsi tutti a Roma. Penso a Raffello Sanzio, a Caravaggio, a Carlo Emilio Gadda, a Valentino Zeichen o a Paulo Roberto Falcao. Perciò è impossibile pensare a un poeta che sia sfuggito a questa città e che non abbia a sua volta dato qualcosa alla costruzione del suo infinito mosaico.
Cito allora per questo motivo Ezra Pound, poeta controverso come nessun altro ma senza alcun dubbio grande, e lo scelgo proprio perché non romano. Trascrivo qui la sua poesia su Roma, un magnifico sonetto, con una mia traduzione improvvisata e forse non perfetta. È una poesia, tra l’altro, che definisce Roma nei termini che io stesso in questa intervista ho cercato di delineare: nella sua forza e nella sua debolezza, nel suo rapporto con il tempo quale unica forza che non siamo ancora riusciti a domare – una Roma perciò svilita, sconfitta, eppure in grado di sopravvivere proprio perché capace di trasformarsi. Per Pound dunque Roma è il Tevere, e questo non deve sorprenderci, perché il fiume, come ogni altra manifestazione dell’acqua, ha una capacità unica di adeguarsi alle diverse forme, divenendo volta per volta un’altra cosa e allo tesso tempo restando sé stesso.
Rome
O thou newcomer who seek’st Rome in Rome
And find’st in Rome no thing thou canst call Roman;
Arches worn old and palaces made common
Rome’s name alone within these walls keeps home.
Behold how pride and ruin can befall
One who hath set the whole world ’neath her laws,
All-conquering, now conquered, because
She is Time’s prey, and Time conquereth all.
Rome that art Rome’s one sole last monument,
Rome that alone hast conquered Rome the town,
Tiber alone, transient and seaward bent,
Remains of Rome. O world, thou unconstant mime!
That which stands firm in thee Time batters down,
And that which fleeteth doth outrun swift Time.
Roma
O tu, ultimo arrivato, che a Roma cerchi Roma
e non trovi a Roma niente che diresti romano:
archi invecchiati e palazzi involgariti
e il nome di Roma che solo tra queste mura è casa.
Guarda come l’orgoglio e la rovina possano far cadere
colei che ha tenuto l’intero mondo sotto la sua legge,
conquistatrice di tutto e adesso conquistata, perché
è preda del Tempo, e il Tempo conquista tutto.
Roma, che sei di Roma l’ultimo solo monumento,
Roma, che da sola hai conquistato la città di Roma:
il solo Tevere, che scorre e si rivolge al mare,
resta di Roma. O mondo, tu, incostante istrione!
Quel che di te resta fermo è sconfitto dal Tempo,
e quel che invece scorre via sopravvive al Tempo.

