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Gabriella Sica al Questionario sulla Poesia

In questa rubrica, poniamo ai poeti romani o che risiedono o transitano spesso nella Capitale, due tra le domande più emblematiche tratte dallo storico saggio Il pubblico della poesia di Alfonso Berardinelli e Franco Cordelli che, dal 1975, per ben tre edizioni, pone ai poeti i doverosi interrogativi sul linguaggio letterario, nonché sul presente e sul futuro della poesia italiana. Dal confronto e dall’intersezione delle risposte potrà emergere la possibilità di fare un quadro, seppur non esaustivo ma almeno verosimile, dello stato dell’arte poetica contemporanea e dell’annosa questione dell’industria della cultura di oggi.

La fotografia è di Dino Ignani, che ringraziamo.

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1) Hai idee generali organizzate in ipotesi (e tesi) teoriche intorno allo scrivere poesia in generale e allo scriverla oggi?

Ho sempre evitato di dare definizioni della poesia. In questo tempo potrei dire: Memoria e metamorfosi. Scrivo, so fare solo questo, almeno ci provo, e amo le forme letterarie, animali e umane incontrate nella mia vita, pur nel cambiamento. Avrei dovuto scrivere meno. Ho scritto, non poco e a cavallo di due secoli. Ho fatto quello che ho potuto. Ho scritto questa poesia nel 2000, giusto nel mezzo di un bell’arco temporale.

Venti anni + venti anni tutti pieni

Vent’anni e ancora vivi dal duemila
eccoci resistenti ai traumi patiti
impervie cicatrici e rughe
tagli incisi nell’anima e nel corpo
le brevi tormentate righe
arate come filari d’una vigna
quante se ne affollano intorno a me
le brevi più luminose righe
arate un tempo tra le molte fughe
nei vent’anni prima del duemila
versate allora verso il futuro
versate ora verso l’esplosione.

Negli ultimi vent’anni (abbondanti) del Novecento ho provato a disegnare possibilità, aperture di futuro con spirito operoso, attraverso la concretezza della poesia, seguendo il filo teso del realismo e della creazione di parole, insieme ai poeti della mia generazione. E l’ho fatto evitando dibattiti, polemiche e contrapposizioni allora esuberanti, ideologici e prevalenti sulla poesia. Abbiamo scritto, per esempio su “Prato pagano”, senza esondare in dichiarazioni e formule o slogan troppo facili. Forse la mancanza di uno slogan ci ha in qualche modo sfavorito in quanto non identificabili con immediatezza, ma molti hanno ovviamente capito. E credo pure che alcuni elementi di quel lavoro abbiamo avuto una notevole influenza nella poesia del tempo e in quella successiva. Ci piaceva scrivere con leggerezza, già allora in piena libertà dai generi e dai confini, tentando di allargare il mondo con la poesia e non viceversa. Era fallita l’idea di una rivoluzione nel mondo e attraverso il linguaggio, tanto valeva rivalutare quel mondo nel suo aspetto creaturale, ripararlo nella lingua. Nei primi vent’anni (abbondanti) del nuovo secolo ho continuato a scrivere e partecipare, magari in modo defilato, ma sempre con uno spirito di vigilanza, di cura e di riparazione. Cos’è la poesia oggi? Ci penserà l’IA come ci aveva pensato oltre quaranta anni fa lo strutturalismo. In attesa dei poeti. Intanto ho pubblicato un testo sulla poesia, dal significativo titolo, La poesia al compimento del primo quarto dio secolo (“Vita e pensiero”, n.5, 2024), che non è altro che un elenco, una lista o una sfilza di miei titoli, uno dietro l’altro, come cerotti sul corpo personale a coprire ferite reali e metaforiche, corporali e storiche, ma soprattutto cerotti sul corpo vilipeso della poesia. Ho fatto un’azione di découpage e di montaggio, di irrisione delle tante inutili dichiarazioni di poetica, in un certo senso é stato uno dei miei atti sovversivi nella poesia.

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2) Che cosa sono per te il pubblico, il mercato culturale e l’industria editoriale?

Tra i miei sogni c’è sempre stato un desiderio intenso di stabilire un dialogo oltre il tempo e lo spazio con i miei lettori presenti e magari futuri. Non mi piace la parola “pubblico” che sa di intrattenimento e non di conoscenza, di merce e non di poesia. Il pubblico della poesia, titolo dell’antologia di Cordelli e Berardinelli pubblicata nel 1975, è un titolo quasi concettuale, sospeso, aperto a varie letture, e non alla sola che ne è stata sempre data: il pubblico della poesia sono i poeti stessi. E se fosse: il pubblico della poesia siete voi o siamo noi? Oppure: sei solo tu lettore? Tra le locandine (che ho tutte conservate e sono nel mio archivio) delle serate al Beat ‘72 c’è quella di Nico Orengo, protagonista di una serata che poi non c’è stata, intitolata Il pubblico della mia poesia, con ben altro significato. L’esito di quel titolo emerge nel 1979 quando i poeti finiscono alla deriva sulla spiaggia di Castelporziano insieme al palco crollato. Del resto Berardinelli, che si era fin dall’inizio distaccato dall’antologia, aveva intitolato il suo scritto: Effetti di deriva. Bisognava cambiare tutto, ricominciare a scrivere poesie come sempre si era fatto, rilanciare la poesia o almeno provarci, come feci appunto con Prato pagano, il cui primo numero stava andando in stampa nei giorni di Castelporziano.
In questo periodo si vuole spingere la poesia e nello stesso tempo toglierle il tappeto sotto i piedi, metterla fuori gioco con il pretesto che non vende. Tempo fa si diceva ossessivamente che era postuma. Ora che non vende, senza considerare che si vendono poco tutti i libri, che apparteniamo a un’epoca di grande transizione dalla carta al digitale, e magari chissà di ritorno dal digitale alla carta, se vogliamo tramandare un’eredità. E poi queste del mercato e dell’industria culturale sono questioni che non riguardano i poeti, ma gli editori. E anche gli editori che hanno fatto in questi anni un gioco pesante hanno responsabilità che non riguardano i poeti che vanno per la loro strada. A me è piaciuto stare vicina ed essere coinvolta da un’editoria a chilometro zero, artigianale e accurata, in cui posso seguire le diverse fasi di realizzazione di un libro, come ho fatto fin dall’inizio con “Prato pagano”, e poi per successive sfide editoriali cresciute nei miei dintorni e magari perse nel tempo (Fazi, La vita felice degli anni novanta, Interno Poesia di Cati, la casa editrice di Gaffi. Adesso ho fatto un mio librino di una pagina e due disegni per Gattili Edizioni, un minieditore che stampa libri di due pagine cucite a mano in 18 copie). Nonostante sia tanto vilipesa e ignorata, la poesia resiste, come fa indefessa da oltre duemila anni, come ama fare ancora oggi. In fondo leggere e scrivere è il modo per stare in contatto con l’altro e con gli altri, per scambiarsi un frammento d’anima e di conoscenza. Magari andando in altri paesi, sfondando il chiuso mondo letterario italiano, e percorrendo strade transnazionali, più aperte, come ho fatto nel mio recente libro italo-francese La fabuleuse vie, formato da due libri; e il secondo, La nuova famosa vita, è inedito in Italia.

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In questa parte dell’intervista, approfondiamo il rapporto dei poeti con la letteratura e il territorio.

3) Quali sono tre titoli fondamentali, tra narrativa, poesia, saggistica o altro, per il tuo percorso da poeta?

Di volta in volta ho trovato nel tempo autori diversi che mi hanno attratto e coinvolta, o che avevano scritto e anticipato quello che già volevo dire. Dovendo scegliere tre libri sceglierei l’Iliade, che mi ha incantato fin dalle letture scolastiche (al Mamiani c’era Antonio Mario Scarcella, eccentrico e raffinato grecista, allievo di Pontani) con quegli dèi mitici e pure preda delle stesse passioni dei mortali, che avevano suscitato il mio stupore con il loro poco di divino e il molto di umano, rafforzata in questo dalle letture indimenticabili di Simone Weil; le Bucoliche di Virgilio, che mi hanno sempre dato l’illusione di un’Arcadia felice, di un luogo che prefigura ancora, nonostante tutto, una giustizia politica possibile; e il Canzoniere di Petrarca, il libro del tormento amoroso e della caducità temporale, che ho letto e riletto più volte, anche ai ragazzi come docente alla Sapienza. Ho scelto libri in versi, che sono quelli che leggo di più, insieme alla splendida saggistica dei grandi poeti, da Petrarca a Leopardi, Ungaretti, Cardarelli e, certo non ultimo, Saba, scoperto già a sedici anni, in una cartolibreria di piazza Balduina. Mi piace leggere testi di filosofia. E mi piace leggere cosa scrivono della poesia i poeti più giovani e i nuovi studiosi. Ora spero che ci siano giovani studiosi di poesia, spero nell’università, il luogo dove è possibile la trasmissione della poesia.

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4) Che relazione ha la tua scrittura con Roma?

Così comincia una mia poesia: “Roma è una città complessa di strati / e sotto tanti altri strati / sprofondamenti / imprevedibili risalite e ritorni”. Ecco la mia scrittura, che pure è apparentemente chiara, è stratificata con molti doppi fondi e un fondo misterioso proprio come Roma. Difficile da identificare la mia scrittura nel suo insieme, non libro per libro, a suo modo sempre nuovo rispetto al precedente. Così è la mia scrittura, sempre nuova e sempre antica, proprio come è Roma, fatta a strati, a valli e colli, a ruderi e resti di quello che non c’è più ma si può riutilizzare altrove. Ho un dialogo fitto e continuo con Roma e alla fine finisco per somigliarle un po’. Un campo di battaglia (per usare il titolo di un mio saggio) a Roma, il cimento indefesso con la scrittura come la lotta per la sopravvivenza fisica. Oltre che stratificazione la mia scrittura è Memoria e metamorfosi. Memoria come coro delle voci che ci hanno preceduti, antenati e scrittori, che possono ricordare e parlarci di cose nuove se abbiamo la capacità di ascoltarli e trasportarli nel nostro tempo. E spesso a Roma incontro spettri e fantasmi, mi pare di poter incontrare ancora Dario, Amelia o Valentino e quando capisco che è solo un passante ci resto davvero male. Non è nostalgia, non è anacronismo. Piuttosto è futuro in modo anacronico. Memoria e metamorfosi perché Roma è sempre pronta a cambiare pelle, gambe e braccia rimanendo sé stessa, abile ad assorbire ogni choc psicologico e ogni violenza. Forse mi ha sostenuto in questa strada sempre dissestata qualche angelo custode in volo tra le nuvole e il cielo di Roma. Non è proprio romano l’Arcangelo Gabriele ma siamo omonimi, e entrambi amanti dell’ascolto e della custodia, entrambi messaggeri. Ma se dovessi trovare ora un santo in cui potessi sentirmi reincarnata è San Sebastiano, attaccata come a volte mi sento da freccette offensive e velenose su tutte le parti, seno, vita, inguine, quasi a formare su una carta grande e bianca un corpo di donna, come ha fatto Louise Bourgeois. Proprio stanotte ho fatto uno dei miei rarissimi sogni: scoprivo meravigliata un angolo sconosciuto di Roma, con bei palazzi colossali e tinteggiati in un rosso che sfumava nel bordeaux e pieni di affreschi e arazzi paragonabili, nel sogno, a quelli di Raffaello. Così anche di notte scopro a Roma angoli nuovi e travolgenti della sua magnifica architettura a doppi fondi. Roma, imperiale e al tempo stesso sciatta, mi entusiasma solo a guardarla, Ho passato qui quasi tutta la mia vita, poesie romane sono un po’ in tutti i miei libri, vorrei raccoglierle. E anche adesso l’ultimo libro di poesie, La favolosa vita, è il racconto di una vita già lunga che a vederla camminando di spalle, come fa l’Angelo, ha del favoloso, come in un mito o una fiaba, la cui cornice è sempre Roma, dove si cade e ci si rialza in perenni rinascite. E dove La famosa vita può rinascere e trasformarsi ne La nuova famosa vita. Sono per nascita un’etrusca, ma del tutto romanizzata. Ed è uno stampo indelebile aver visto nell’infanzia il mondo scomparso dei contadini e dei pastori così prossimo agli alberi e agli animali, al mormorio di un ruscello e allo splendore del verde. Non so più ormai se quelle figure le ho incontrate in un mondo sparito e se le ho viste o riviste tra le pagine delle Georgiche o delle Bucoliche. La natura ce l’ho in me per appartenenza originaria.

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Roma ha fatto nascere o ha accolto moltissimi scrittori, italiani e internazionali.

5) Concludiamo con una riflessione su una poetessa o un poeta storicizzato, d’origine o residente o anche solo passato da Roma, che abbia dato un contributo rilevante al nostro panorama letterario.

A scrivere ho imparato dagli amici,
ma senza di loro. Tu m’hai insegnato
a amare, ma senza di te. La vita
con il suo dolore m’insegna a vivere,
ma quasi senza vita, e a lavorare,
ma sempre senza lavoro. Allora,
allora io ho imparato a piangere,
ma senza lacrime, a sognare, ma
non vedo in sogno che figure inumane.
Non ha più limite la mia pazienza.
Non ho pazienza più per niente, niente
più rimane della nostra fortuna.
Anche a odiare ho dovuto imparare
e dagli amici e da te e dalla vita intera.

Di poeti romani per nascita ce ne sono davvero pochi perché qui, da sempre, molti convergono come al centro del mondo e qui trovano linfa ed energia. Sempre, fin dai latini e dai greci, è stato così e sempre così sarà. Roma è una città accogliente ma poi ti abbandona, non ti cura, ci devi pensare tu a ingegnarti per sopravvivere. Roma è ostile e crudele a volte e quando hai perso ogni speranza te la ritrovi a fianco, come magica confidente e suprema amante, piena della nota carità romana. Roma nostra sempre delle ferite e dei fiori. Vorrei scegliere una donna romana di nascita, Elsa Morante, come amuleto in questo percorso, ma preferisco un poeta della mia generazione, Beppe Salvia, che a Roma è venuto a meno di vent’anni dal suo luminoso sud fasciato dal mare e dai “cieli celesti” e a Roma è drammaticamente morto quando era già non un giovane poeta ma un poeta giovane e antico che aveva assimilato la fibra ricca e sensuale di Roma, quella luce sterminata e alta come in pochi altri luoghi. Questa poesia la considero uno stemma magnifico e unico della poesia “ritrovata” a Roma negli anni Ottanta, un manufatto miracoloso per novità antica nella “deriva” che pareva occupare l’intero orizzonte letterario, una poesia improvvisamente, a fine Novecento, classica e giovanissima, nata in un gruppo di amici e destinata a durare attraverso gli amici. È una poesia disarmante e potente di un tempo precario, che comprende, come l’etimologia suggerisce, la precarietà e la preghiera, entrambe appartenenti a vicende molto romane.
Ho iniziato a scrivere questa intervista a fine 2024 e la consegno intorno al 6 aprile 2025, quando verifico che sono passati, in compagnia di Beppe Salvia, quarant’anni.