Magazine

Marco Palladini al Questionario sulla Poesia

In questa rubrica, poniamo ai poeti romani o che risiedono o transitano spesso nella Capitale, due tra le domande più emblematiche tratte dallo storico saggio Il pubblico della poesia di Alfonso Berardinelli e Franco Cordelli che, dal 1975, per ben tre edizioni, pone ai poeti i doverosi interrogativi sul linguaggio letterario, nonché sul presente e sul futuro della poesia italiana. Dal confronto e dall’intersezione delle risposte potrà emergere la possibilità di fare un quadro, seppur non esaustivo ma almeno verosimile, dello stato dell’arte poetica contemporanea e dell’annosa questione dell’industria della cultura di oggi.

La fotografia è di Dino Ignani, che ringraziamo.

1) Hai idee generali organizzate in ipotesi (e tesi) teoriche intorno allo scrivere poesia in generale e allo scriverla oggi?

Non ho dichiarazioni programmatiche di poetica da fare. In genere, ne diffido alquanto. E il tempo dei manifesti poetici mi pare che corrisponda a un’epoca da primo Novecento del tutto tramontata. Si licet, vorrei autocitarmi dal mio secondo libro, Autopia (1991): «Viaggiatore protempore e divisibile ascolto le voci di dentro. E quelle di fuori. Mi rimbombardano. Le une e le altre si perdono e ci perdono. Implodendomi senza fine-senso. Scrivere all’infinito? Ennesimo incubo. Scrittura dell’infinito? Non è mai definitiva. E non mi ispira. In compenso aspiro all’apparessere infinitivo, transdefinito, sdefinibile».
Tutto ciò mi tiene lontano dal lirismo, nonché da visioni orfiche o neo-orfiche del poetare, anche se amo molto pure poeti antipodici a me, faccio soltanto un nome: Paul Celan. Il mio poetare muove dal silenzio, dal dolore di esserci, dallo scontento per cercare una voce e una forma che dia creativa espressione alla critica del mondo. Sosteneva Baudelaire che “La poesia è una funzione della critica”. E io ho sempre inteso il linguaggio poetico come arma poetocritica sovversiva versus i linguaggi stereotipati, anchilosati, cristallizzati e manipolatori del potere, anzi di tutti i poteri. In tal senso l’essenza della mia poetica è senz’altro di natura anarchica. Ogni vero poeta non può non essere un poeta politico, cioè un soggetto linguistico oppositivo.
Al riguardo ecco un mio testo di prossima pubblicazione, in un certo senso, paradigmatico:

BIOPOESIA

Mi affaccio sull’orlo della poesia
e ho come una vertigine che eclissa la saggezza.
Mi aggiro intorno ai limiti della poesia
e sento lo strazio delle voci dei diversi.
Non so quel che faccio, eppure lo faccio,
faccio il poeta per galleggiare,
per nuotare nel mare della sovracoscienza.

Si procede a vista oppure alla cieca,
vuoto è l’orizzonte e io non riesco
a programmare il computer dell’anima.
La psiche non è mai quello che sembra
o che sospettiamo, la poesia coraggiosa
la fanno gli uomini strani o impoetici
che stanno al mondo per scommessa,
per sfida o per condanna.
Tra il micro e il macro la mia mente
manca la propria messa a punto
e la poesia puntualmente lo registra.

Vivo nello scarto tra l’essere e il voler essere,
sono un numero casuale gettato nel reale.
Aspetto sempre l’innegabile, ma nel frattempo
la poesia mi regala il piacere della disputa,
di alimentare il focus della controversia.
Chi individua i neuroni specchio della poesia
saprà tirare le fila della sua biografia?

*

2) Che cosa sono per te il pubblico, il mercato culturale e l’industria editoriale? (Nel presente quesito vengono unite due distinte domande del questionario, nda)

Se guardo al presente orizzonte letterario ed editoriale mi pare indubbio che siamo in presenza di una fase di stanca, di ripiegamento, di palese regressione culturale. Non ci sono idee nuove, né visioni di prospettiva. Si rimastica il passato, si ribobola il già fatto e già pensato, mentre il mercato promuove soltanto i prodotti rassicuranti, convenzionali, che rispondono a canoni semplificatorî, a-problematici e non conflittuali. Anche nel campo culturale vince quella che chiamo la denarocrazia, tutto il resto risulta pressoché invisibile.
Ribadisco: invisibile. L’intero orizzonte è occupato dal mainstream, quasi sempre di mediocre qualità, le energie culturali alternative, seppure esistono, non hanno diritto di cittadinanza. Laddove sopravvivono, lo fanno in piccole riserve, spesso di autoconservazione, che non incidono nel sistema. Del resto, va detto che anche le avanguardie invecchiano e quelle novecentesche hanno fatto il loro tempo, hanno dato, secondo me, tutto quello che potevano dare. Rimane certo la loro lezione etico-estetica e politico-culturale, ma essa andrebbe totalmente ripensata e riorientata nella epochè del XXI secolo. Ma è un compito che spetterebbe alle nuove generazioni, non possono assolverlo gli artisti e gli intellettuali nati nello scorso secolo. Il punto cruciale mi pare proprio questo (ne parlo da oltre vent’anni): che la giovane generazione è arresa al sistema, neppure riesce a concepire un vero antagonismo versus l’establishment, ha assorbito in partenza l’input della ricerca del consenso e del compiacere il potere. A creare e ad alimentare il dissenso e il conflitto critico non ci pensa proprio.
Osservo, in proposito, che pure la critica letteraria se non è pressoché sparita, è quanto meno completamente depotenziata e ridotta ad essere marginale o irrilevante. Il mercato, lo ripeto da sempre, ha bisogno di organizzatori e promotori di consenso, giammai di propalatori di dissenso. Gli eteropensanti non sono ammessi o contemplati. Si vedono oramai sulle gazzette nazionali scriventi e story-teller che si recensiscono l’un l’altro in una parodia di funzione critica che si risolve nell’incensamento della kakoliteratur. Anche la similcritica è oggi una forma di intrattenimento depensante. C’è poi una attività, talora fervida, di critica online, io ne sono partecipe con la rivista che dirigo, L’Age d’Or, ma essa non incide in alcun modo sugli orientamenti del sistema editoriale e del mercato. È un fatto, inutile continuare a farsi illusioni.
E circa la ricerca letteraria, certo in qualche modo sopravvive, ma si è fatta, secondo me, in gran parte, liminare ed epigonale. Non vedo novità estetiche o epistemiche reali, in gran misura si rimasticano, nel migliore dei casi, modalità creative sperimentali che vengono dal passato, come ad esempio la scrittura asemica che qualcuno oggi spaccia per una novità. Del resto, è dalla fine degli anni ’70 e primi ’80 dello scorso secolo che sento parlare di Tradizione del Nuovo, brillante ossimoro per significare che l’onda novista, neoavanguardista si era stabilizzata, acquietata e tendeva a farsi canone, maniera, ripetizione del già visto. Non era, d’altronde, stato Man Ray a dire già negli anni ’30 ai suoi amici dadaisti che “si è all’avanguardia una sola volta nella vita”? Appunto.
Parafrasando Gianfranco Contini, mi è accaduto più volte di ribadire che non esiste la poesia, ma esistono i poeti. L’istituzione ‘poesia’ la lascio volentieri agli accademici. L’ultimo poeta che ha avuto un impatto sulla opinione pubblica, sulla verbosfera sociale è stato Pasolini. Ucciso lui (quasi mezzo secolo fa), la voce dei poeti è sfumata, si è ridotta a rumore di fondo nel macroscopico ‘palaver’ (Enzensberger dixit) mediatico. Non la ascolta più nessuno. Anche quella di poeti (penso a Sanguineti) che pure avevano una forte coscienza politica. La mutazione antropologico-culturale preconizzata da Pier Paolo ha fatto strame del ruolo pubblico dei poeti. Non c’è che da prenderne atto. Il poeta, un vero poeta è sacro come diceva Moravia, ma insieme oggi appare una figura residuale, patetica. Personalmente ho pubblicato, dal 1987 ad oggi, dodici tra raccolte e plaquette di poesia lineare, ma ho sempre ibridato la mia scrittura poetica con il teatro e la performance. Ho, così, anche realizzato due dischi (Trans Kerouac Road, 2004, e Creando Chaos, 2023) oltre ad un libro-cd (Poetry Music Machine, 2012) di spoken word interfacciata con musiche rock, pop, jazz, etno ed elettroniche. È la mia precipua forma di resilienza. Pur in un ambito sotterraneo il poeta che getta il proprio corpo e la propria voce oltre la pagina scritta assume a suo modo una propria sacertà, si fa testimone vivente di una differenza. Talora può persino trovare un pubblico di ascoltatori (ovviamente non lettori). Nel 2005 mi trovai allo Sferisterio di Macerata, nell’ambito del Premio Recanati ad esibirmi di fronte a oltre 2mila spettatori e otto telecamere, recitando il mio testo Oblio di guerre con accanto il polistrumentista Diego Moser. Duemila persone che ascoltarono in religioso silenzio una poesia, non una ‘canzonetta’. È stato il punto apicale della mia avventura di performer, ma anche la riprova che, se per caso si riesce a bucare il muro del sistema, il poeta può raggiungere un pubblico, può ancora avere qualcosa da dire pure a chi abitualmente non vuole sentirlo o saperlo. Voglio, al riguardo, citare Antonin Artaud: “Se sono poeta o attore non è per scrivere o declamare poesie, ma per viverle. Quando recito una poesia… si tratta della materializzazione corporea di un essere integrale di poesia”. Non saprei dire di meglio.

*

In questa parte dell’intervista, approfondiamo il rapporto dei poeti con la letteratura e il territorio.

 

3) Quali sono tre titoli fondamentali, tra narrativa, poesia, saggistica o altro, per il tuo percorso da poeta?

Data l’ampiezza a centottanta gradi delle mie scritture e opere creative fatico a restringere a soli tre titoli esemplari la scelta. Mi allargo, si licet, un po’. Per la narrativa opto per il romanzo Stecca, mutismo e rassegnazione – Storia di una naja non tripudians (2017), perché racconta il cruciale punto di passaggio sociale e politico-culturale dagli anni ’70 agli anni ’80 attraverso il racconto di un ex militante politico dell’ultrasinistra che si trova a fare il servizio militare, dovendo dunque resettare il proprio rivoluzionarismo dentro la disciplina e gli obblighi di una istituzione totalizzante e repressiva come l’esercito, epperò cercando, in un momento di sbando ideale e pratico, di non smarrire il proprio sguardo critico e alternativo. Per la poesia, tra molti dubbi, scelgo alla fine Attraversando le barricate (2013) perché è una raccolta catafratta dove convergono le mie molteplici direzioni di scrittura in versi: dalla poesia civile a quella ludico-satirica, da quella sofopoetica a quella ritmico-musicale, da quella surreal-critica a quella erotica. Per la saggistica indico il volume I Teatronauti del Chaos – La scena sperimentale e postmoderna in Italia (1976-2008) (2009) che contempla oltre trent’anni di mie scritture critiche sul migliore teatro di ricerca nazionale e internazionale. Per la drammaturgia non posso non additare Destinazione Sade (1996) che raccoglie tre testi – Justine. Il vizio della virtù, 12 Settimane a Sodoma, Il Rumore della Notte – ispirati all’opera di de Sade e che costituiscono, ritengo, la più radicale esplorazione drammaturgica contemporanea in Italia delle pulsioni ‘umane, troppo umane’ che emanano dal mondo filosofico-erotico estremo del Divin Marchese. Infine, per il mio lavoro poetico-performativo cito nuovamente il disco Trans Kerouac Road (2004), un concept album dedicato a Jack Kerouac, lo scrittore più rappresentativo ed emblematico, pure per le sue contraddizioni, della Beat Generation, un movimento di ribellione letteraria e ideale che ha nutrito il mio immaginario fin dall’adolescenza.

*

4) Che relazione ha la tua scrittura con Roma?

Un po’ per celia, un po’ sul serio, da giovane autore mi definivo un ‘italieno’ e mi appellavo con l’epiteto sarcastico di ‘romanota und europoide’. Ciò per dire che la mia scrittura è intrisa, credo, degli umori e kakohumori di una città santa e bagascia come Roma, epperò occhieggiando per consapevolezza culturale all’orizzonte europeo. Io medesimo non so se sono un figlio degenere o del tutto congeniale alla capitale. Fin dal mio primo libro in versi Et ego in movimento (1987) l’habitat dell’Io poetante è palesemente quello del sottomondo capitolino che penetrava nel linguaggio deformato, ipergergale, stradaiolo, ‘maleducato’ del testo. E tutto ciò ha punteggiato in modo intermittente anche le mie tante successive raccolte, talora anche con composizioni scritte in quello che chiamo ‘rommanesco’, ovvero sostanzialmente un idioletto di mio conio, laddove il romanesco non mi risulta essere un dialetto codificato a cui rigorosamente attenersi. Il romanesco del Belli è, per esempio, l’invenzione di un genio, non certo la lingua parlata dalla plebe sua contemporanea. Così, oggi il ‘rommanesco’ è per me un interessante terreno di ricerca linguistica, per nulla mimetica, che ho applicato, in primis, al teatro: per esempio scrivendo in tale idioletto Satyricon 2000 – Tra scuola e bordello (2009), primo capitolo del multidrammaturgico Progetto Satyricon, ideato e diretto da Massimo Verdastro; oppure più di recente con il recital poetico-musicale Pasolini, Roma e la Dopostoria (2022), dove ho montato una partitura di testi pasoliniani reinventati in un neo-romanesco che li tramutava in qualcosa di assai lontano dal dettato originale.

*

Roma ha fatto nascere o ha accolto moltissimi scrittori, italiani e internazionali.

5) Concludiamo con una riflessione su una poetessa o un poeta storicizzato, d’origine o residente o anche solo transitato da Roma, che abbia dato un contributo rilevante al nostro panorama letterario.

Se devo pensare, in generale, ad una poetessa straniera il primo, forse banale, nome che mi viene in mente è quello di Ingeborg Bachmann, figura di prima grandezza, che era venuta ad abitare a Roma e qui, come sappiamo, tragicamente morì nel 1973, a soli 47 anni, in un mai chiarito incidente domestico. Mi ha sempre impressionato la forza sofopoetica della sua produzione in versi (lei, del resto, si era laureata sulla filosofia di Martin Heidegger), nonché l’impianto dialogico e il rigore etico-esistenziale di una parola poetica in cui echeggiano i drammi della storia, nonché i sentimenti di fuga e di solitudine di un Io lirico che sa, secondo dice un suo testo, che “Il gioco è finito”.
Se debbo, però, indicare un (il) mio autore di riferimento cito Emilio Villa, poeta lombardo (di Affori), ma residente sin dagli anni ’50 a Roma, che ho conosciuto personalmente, e che reputo uno dei massimi poeti europei del secondo Novecento, anche se non lo sa quasi nessuno. E non a caso la biografia critica che gli ha dedicato Aldo Tagliaferri si intitola Il clandestino, perché questo è stato e, in buona sostanza, è rimasto Villa anche dopo la morte nel 2003 a 88 anni. Io gli ho dedicato un recital teatrale a tre voci intitolato Litania per Emilio Villa (2003), che ha avuto successive edizioni nel 2006 e nel 2008 col sottotitolo di Festa poetica dell’ideologia fonetica 1.2. Così lo presentavo:
«La scrittura di Villa risulta affascinante e potente per la capacità, da un lato, di immergersi nella viva materia segnica della lingua, ricavandone tutti i giochi verbali, fonetici e polisemici possibili, e dall’altro lato per lo slancio con cui sa esplorare la dimensione filosofica, concettuale e spirituale dell’essere, ricercando una via di interrogazione sempre sospesa tra la “Parola Sublime” e il “Silenzio Senza Fine”. Quasi intendendo che il Dio è Logos, ma anche soffio, pnèuma misterico, Villa sospinge nell’ultimo periodo la sua scrittura verso la “oscurità” programmatica di composizioni in latino, in greco antico o in un francese reinventato, come a voler celebrare il puro suono della parola letteraria, che si fa medianico strumento di interfaccia tra il senso e il nonsenso, vertiginoso mundiloquio tra la realtà e il nulla.
È in questo mercuriale profilo da Giano bifronte e da Proteo multiparlante e plurifonetico di Villa, che la sua poesia appare di singolare e straordinaria qualità perché, oltre le contrapposizioni di materialismo e idealismo, esprime la capacità di interrogare l’orizzonte cosmogonico, mitopoietico, enigmatico dell’uomo proprio attraverso la mistilingue, “ideologica” materialità della parola.
È, dunque, la volontà di inseguire e di lambire le complesse trame di una voce poetica ubiqua e totalizzante, ultramoderna e primordiale, gnostica e caustica, taumaturgica e nichilistica, che mi ha guidato nel progetto di una concertazione-lettura scenica della sua impervia macchina testuale, che parte innanzitutto dal desiderio di far conoscere l’opera mirabile di questo autore. L’idea è quella di una “messa in ascolto” del suo crogiolo letterario attraverso una partitura fonetico-espressiva organizzata in quattro movimenti più un prologo ed un epilogo. Partitura affidata ad una esecuzione in terzetto vocale con contrappunti sonori, il cui carattere di fondo è quello di una “litania” (lo stesso Villa scrisse nei primi anni ’70 una Letania per Carmelo Bene). Ovvero di una forma poetica nella quale le iterazioni, le invocazioni, i rimandi, le invenzioni, gli slittamenti assumono una dimensione vaticinante e musicale, e le voci recitanti e officianti veicolano, nella liturgia della scena, un possibile (o impossibile?) viaggio al termine della parola».
A mo’ di esempio riporto qua della Litania l’incipit del secondo movimento:

« involucrus penis elucens mirabilibus altis
chronitrualia, choritualia, scortilualia
castissima custos mundi repleta sonore
la forza del diluvio non ci trascina più
con la sua seduzione intermittente
di cuore caduco geografico risvegliato
in dualità perenne, res opaca
tu epileptualis obstinata
aspergenza cryptopluviale, hyadica, caronica
bilis involucrum aperietur
mi cadono dall’anatomia cruda prevista di ali perdute
le scapole i gomiti il coccige la rotula
il perone, scabina, excarminat vertigine pubis
cruciale obprobrium mentium februarialium
et novae relationes redeundae reperitiones
ma il quotidiano, matutina iaculatio iactatio
nell’antiquum, ci esaspera alleviando
la nostra impunita ragione di non
credere più né all’ombra né al
ventriosum skeleton perruptis ossibus sacris
come radici piccolissime che vedono oltre la
immensa parete di tufo, e oltre quella
procedono e vanno, salpano, dalla notte
al mattino presto, e poi si addormono
senza pensare, senza vedere
gli idoli della tua aedes moriranno tutti
nel sangue ianuario miseno
per aprire sangue e bocche
e vagine flegree
vene e carogne
per lamentarsi con lo spirito del sangue e della fama
e portare la nostra puerizia al loro ombroso simulacro.

………………………………………… »