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Marco Belocchi al Questionario sulla Poesia

In questa rubrica, poniamo ai poeti romani o che risiedono nella Capitale, due tra le domande più emblematiche dallo storico saggio Il pubblico della poesia di Alfonso Berardinelli e Franco Cordelli, che dal 1975, per ben tre edizioni, pone ai poeti i doverosi interrogativi sul linguaggio, sul presente e sul futuro della poesia italiana, lasciando al confronto e all’intersezione delle risposte la possibilità di fare un quadro, seppur non esaustivo ma almeno verosimile, dello stato dell’arte poetica contemporanea.

La fotografia è di Maria Letizia Avato.

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1) Hai idee generali organizzate in ipotesi (e tesi) teoriche intorno allo scrivere poesia in generale e allo scriverla oggi?

Teorizzare sulla poesia è rischioso, si rischia di impantanarsi in dogmi che per primi poi disattendiamo e personalmente dubito di chi lo fa. Meglio cercare delle vie personali che poi possiamo qualche volta far assurgere a parametri. Innanzitutto ritengo che scrivere poesia è ancor oggi necessario, delimitarla è più arduo, non mi sentirei di distinguere tra poesia e non poesia, né posso dire che ciò che mi emoziona lo sia e il contrario non lo sia. Posso dire forse però una cosa: che la poesia dovrebbe suonare, ciò che non mi suona, fatico a sentirla poesia. La poesia dunque legata alla phonè? Certamente, anche. Deformazione professionale, probabilmente. Leggo poesia in pubblico da oltre quarant’anni, di tutto da Dante ad Ariosto, fino alle poesie dei bambini. Ecco il denominatore è forse nel suono. Nella mia ricerca poetica l’incontro con la phonè è certamente stato fondante ed ha spesso determinato il mio modo di scrivere, almeno da un certo punto in poi e necessariamente la sperimentazione metrica mi è stata d’aiuto. Gli strumenti del mestiere, che forse oggi a troppi poeti sfuggono, sono essenziali: non si può chiedere ad un musicista di non saper suonare uno strumento, ad un calciatore di non saper calciare la palla. Ritengo che un poeta debba conoscere la metrica, per non usarla mai, magari, oppure usarla appunto, come strumento e come uno strumento suonare la propria poesia. Sono scivolato dalla teoria alla pratica, ma forse il fare poetico ha bisogno di ritirar fuori pialla e lima e ricominciare a lavorare.

Variazioni all’Infinito

E il naufragar m’è dolce in questo mare
di sillabe e fonemi
d’assonanze che inseguono le rime
che per prime baciano i versi
e poi gli iati, i dittonghi
le dieresi che ammaliano i metri dispersi
i verbi svagati, gli aggettivi negletti
le parole bislacche
d’un vocabolario in disuso
io tutti nel pensier li cingo
e il naufragar m’è dolce in questo amare.
Lo svanir di passioni in metafore
d’emozioni, di palpiti
di battiti, d’anafore
volteggiano sineddoche
sorelle a metonimie
l’ardore d’un ossimoro
rivolto all’amata
l’iperbole d’un bacio
o il bivio d’un chiasmo
l’ellissi invaghita d’un tempo sfumato
e le morte sragioni, l’entusiasmo
per il cadenzar di lei. Così a questa
immensità si piega il cantar mio
e il poetar mi molce in questo osare.

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2) Che cosa sono per te il pubblico, il mercato culturale e l’industria editoriale? (Nel presente quesito vengono unite due distinte domande del questionario, nda)

Da alcuni anni mi occupo anche di editoria, avendo fondato 3 collane (poesia, narrativa breve, teatro) per la casa editrice Lithos (costituitasi più di trent’anni fa!), e pubblicato diversi libri. Mi sono quindi dovuto confrontare con la realtà editoriale, il cosiddetto mercato. Oltre però ad aver osservato il grande declino delle major (gli autori italiani contemporanei che pubblicano sono spesso piallati da ineffabili editor, talvolta perfino indecenti), voglio credere che una certa effervescenza esista nelle piccole case editrici. Naturalmente c’è la piaga della pubblicazione a pagamento che spesso sono costrette a esercitare per sopravvivere, ma non mi sento di condannarle tout court. Ed è anche ovvio e inutile ribadire ancora che i poeti li leggono, sì e no, solo gli altri poeti. Forse è tutto tristemente vero! Bisogna però riuscire a districarsi nel mare magnum delle pubblicazioni e trovare il poco di buono che esiste. Quando mi arrivano i manoscritti cerco di valutarli serenamente, non mi posso porre nell’ottica mercantile, non avrebbe senso, per il teatro ancor meno che per la poesia. Ricerco quindi una qualità, seppur minima, un minimo comune denominatore che mi fa dire: questo può essere pubblicato e non sfigurerà. Inizialmente ho avuto l’apporto del compianto prof. Patrizi e insieme abbiamo avuto modo spesso di confrontarci e spesso scartare opere inadeguate o che non corrispondevano ad una pur vaga idea di poesia. Certo l’industria è un’altra cosa. Ma una piccola casa editrice non può fare “industria” culturale, deve fare artigianato, del buon artigianato e per questo dovrebbe accedere quantomeno a delle sovvenzioni, anche minime. Ma qui slittiamo nella politica culturale ed è un’altra (triste) storia.

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In questa parte dell’intervista, approfondiamo il rapporto dei poeti con la letteratura e il territorio.

3) Quali sono tre titoli fondamentali, tra narrativa, poesia, saggistica o altro, per il tuo percorso da poeta?

Sono innumerevoli i titoli e gli autori che mi hanno accompagnato e che ancora mi accompagnano nel mio percorso poetico in cinquant’anni di letture. E naturalmente si susseguono durante i diversi periodi, dalle infatuazioni giovanili per gli inevitabili francesi, e poi i grandi classici, il novecento italiano, la saggistica psicanalitica, letteraria, storica, religiosa, filosofica ed esoterica. Ovviamente il teatro. Tutto può diventare fonte d’ispirazione creativa. Comunque per indicare pochi titoli direi: Finzioni di J.L.Borges, I fiori del male di C.Baudelaire, l’opera poetica di F.Hölderlin, Così parlò Zarathustra di F.Nietzsche, Il dottor Faustus di C.Marlowe, Macbeth di W.Shakespeare.

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4) Che relazione ha la tua scrittura con Roma?

Apparentemente molto poca, non credo di aver mai dedicato una poesia a Roma nello specifico, o a qualche quartiere storico, pur essendo nato e vissuto a Roma. Però negli ultimi dieci anni mi sono avvicinato al dialetto romanesco, l’ho riscoperto improvvisamente. In realtà i primi approcci alla poesia recitata sono avvenuti proprio attraverso il vernacolo. Mio nonno Roberto era un poeta romanesco e spesso mi leggeva le sue favole in stile Trilussa. Quando una decina d’anni fa, appunto, ho ritirato fuori i suoi manoscritti, ne ho riscoperto la musicalità, l’arguzia, la battuta sagace e ho deciso di pubblicare almeno una parte del lascito poetico. Naturalmente ho chiesto aiuto al Centro Trilussa che ho frequentato per qualche anno. Da lì a provare a scrivere in romanesco il passo è stato breve. I sonetti composti sono poi finiti come appendice nel mio ultimo libro Avviso ai naviganti. Ecco, attraverso la lingua, alla scrittura, mi sono riavvicinato a Roma, alla sua mentalità e al suo saper sopravvivere ad ogni cosa, ai secoli, alla storia, con ironia e leggerezza.

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Roma ha fatto nascere o ha accolto moltissimi scrittori, italiani e internazionali.

5) Concludiamo con una riflessione su una poetessa o un poeta storicizzato, d’origine o residente o anche solo transitato da Roma, che abbia dato un contributo rilevante al nostro panorama letterario.

Inevitabilmente il pensiero va a Pasolini, o andando più indietro nel tempo a Keats, tra l’altro sepolto al cimitero acattolico dietro la piramide Cestia, o anche a Goethe che con le sue splendide Elegie romane (e la sua tenera storia d’amore con la giovane ostessa Faustina) e con il Viaggio in Italia ha dato un contributo immenso al panorama letterario. Però preferisco rimanere alla poesia romanesca e citerei un poeta meno conosciuto di Trilussa o Belli che è Pascarella, di cui ho avuto l’onore e il piacere di interpretare, nello spettacolo tratto dalla sua silloge La scoperta de l’America del 1918. L’America allora non era la potenza che è oggi, si affacciava al panorama internazionale con la decisiva entrata in guerra e la relativa vittoria e forse Pascarella aveva intuito già quello che sarebbe diventata e la “colpa” era tutta del povero Colombo che a suo tempo scoprì quella terra, abitata dai “servaggi”!

Da La scoperta de l’America
XXX sonetto

E quello, allora, je fece er piacere
De portalli dar re, ch’era un surtano,
Vestito tutto d’oro: co’ ‘n cimiere
De penne che pareva un musurmano.
E quelli allora, co’ bone maniere,
Dice: – Sa? noi venimo da lontano,
Per cui, dice, vorressimo sapere
Si lei siete o nun siete americano.
– Che dite? fece lui, de dove semo?
Semo de qui; ma come so’ chiamati
Sti posti, fece, noi nu’ lo sapemo. –
Ma vedi si in che modo procedeveno!
Te basta a dì’ che lì c’ereno nati
Ne l’America, e manco lo sapeveno.