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Francesco Dalessandro al Questionario sulla poesia

Francesco D'Alessandro

 

In questa rubrica, poniamo ai poeti romani o che risiedono o transitano spesso nella Capitale, due tra le domande più emblematiche tratte dallo storico saggio Il pubblico della poesia di Alfonso Berardinelli e Franco Cordelli che, dal 1975, per ben tre edizioni, pone ai poeti i doverosi interrogativi sul linguaggio letterario, nonché sul presente e sul futuro della poesia italiana. Dal confronto e dall’intersezione delle risposte potrà emergere la possibilità di fare un quadro, seppur non esaustivo ma almeno verosimile, dello stato dell’arte poetica contemporanea e dell’annosa questione dell’industria della cultura di oggi.

 

La fotografia è di Dino Ignani, che ringraziamo.

 

*

 

 

  • Hai idee generali organizzate in ipotesi (e tesi) teoriche intorno allo scrivere poesia in generale e allo scriverla oggi?

 

Diffido della poesia che nasce per dimostrare una teoria poetica. E dire che dev’essere vero l’inverso mi sembra perfino banale. Ma altrettanto diffido di una poesia che non abbia un’idea chiara di sé.

Di recente, mi è stato chiesto, a bruciapelo: “Di cosa scrive?”. A bruciapelo, senza riflettere ho risposto: “Di esperienze e sentimenti”. Non so, in quel momento, cosa intendessi, ma subito mi sembrò una risposta banale. Invece, era la risposta giusta. Perché sentimenti ed esperienze sono proprio quel che mi interessa esprimere con la mia poesia (che perciò è accusata di essere elegiaca e sentimentale – con un sottinteso di minorità, come se l’elegia e il sentimento fossero stati posti fuorilegge).

“Raccontami quello che hai visto e che cosa potrebbe significare”. La battuta, tratta da La finestra sul cortile, posta decenni fa in apertura del mio L’osservatorio, è ancora tutta la mia dichiarazione di poetica; e, fedele a quest’idea, lavoro. In altre parole, mi interessa e mi stimola il racconto di quello che ho visto: per la potenza evocativa che vi è connessa, per la visione che ne scaturisce. Se le esperienze sono mie o di altri non ha nessuna importanza, ai fini del risultato. Si scrive sempre a partire da qualcosa che ci accade (anche se, annota Kierkegaard nel suo diario, quando si scrive utilizzando gli avvenimenti della propria vita, è regola di delicatezza non dire mai la verità, ma tenerla per sé e lasciarla soltanto rifrangersi sotto angoli diversi).

Ma “cosa raccontare” è solo metà del compito. L’altra metà è “come raccontare”, ovvero il fondamento della poesia (come di ogni arte): la forma. La poesia è fatta di parole, le quali devono disporsi in un loro ordine (non è banale dirlo), che chiamiamo “verso”: ovvero un’unità espressiva in sé fissa e precisa (e non sto parlando di metrica in senso tradizionale, sia chiaro), ma che, in virtù della sua fissità e precisione, deve creare mobilità, movimento. Sebbene dicesse che la poesia deve nascere spontanea, come le foglie di un albero, Keats sapeva bene che la spontaneità è un lungo esercizio. Per me, questa è la legge da rispettare. Sbaglia chi non se ne cura, credendo che ormai valga solo la libertà del dire, la parola spontanea e senza mediazioni. Credo che la libertà nasca dalla disciplina. Anche in poesia – come scrisse Georgij Plechanov, il cosiddetto padre del marxismo russo, per la politica – la “libertà è coscienza della necessità”.

 

NEL GIORNO DEI MORTI

2 novembre 1991

Nel mese più stanco, nel giorno

dei morti – è già un mese

che manchi – giorno freddo

e assolato come allora

sul crinale dei monti sul rame

del bosco sui tetti sull’erba

delle siepi sui bordi

della strada dove ora si scioglie

la brina notturna «è il respiro

dei morti» quella voce

inconoscibile fra tante

«è il fiato perso dei cari

morti: hanno freddo e il loro

fiato gela…»

 

È quella voce

flebile più del vento fra le piante

e i muri a chiarirmi quanta vita

e quanta morte sono state

necessarie ai sentimenti

e che fuoco può perderci tutti

o affinare i nostri sensi nel lento

maturare dei giorni, ma a te

la coscienza (o forse l’anima, se

potessimo crederlo) a te parla

sotto il sole scegliendo

come il corvo tra i frutti avvelenati

dalle piogge d’autunno le parole

non dette, le vere…

 

«Perché,

se fu come il saluto a chi parte

per un viaggio in paesi lontani,

se fu solo per questo che tutti

tutti ci unimmo nel mattino

assolato di ottobre, se il pianto

era giusto e dovuto a te uscito

dai nostri giorni, perché

come fosse una colpa io perché

sentivo quel muto lasciarti

andare?

Non c’era più tempo –

per me che pensavo di avere

tutto il tempo – per dirti

il bene taciuto le segrete amarezze

di una muta adolescenza

senza voce e senza ascolto

né amore o della timida ricerca

del suo suono…

Perché

non restavano che le parole

non dette l’ascolto mancato

della voce il non dire l’abbandono

del vero nel silenzio

o non fu

il tuo riserbo di padre

e d’uomo nato al dovere nell’avara

solitudine di questa terra

senza abbandoni?

 

Se è vera

l’immagine dell’inquietudine

e oscura, che ne è del-

l’orgoglio ferito ma vivo

che accompagna questi anni

e li consola? che mai

ne sarà ti domando sì che

ne sarà domani di me

in tutto questo vuoto, in tutto

questo silenzio e quell’azzurro

senza voli? e che cosa

mi resta da fare (o non

fare) per non cadere in ogni

sguardo per non morire

solo a ogni passo un giorno

dopo l’altro

un’ora dopo l’altra?»

 

Ma sono

i pensieri il metronomo sordo

dei passi lungo la strada

polverosa dove altri camminano

con noi a coppie a gruppi

di tre di quattro sotto il sole

già alto che si alterna

con l’ombra delle piante nel giorno

della visita ai morti, a chi ora

dorme sonni insensati e

perfetti e non ricorda più affanni

o sogni.

*

 

 

  • Che cosa sono per te il pubblico, il mercato culturale e l’industria editoriale? (Nel presente quesito vengono unite due distinte domande del questionario, nda)

 

«Ma com’è difficile farsi riconoscere nella folla di questi anni, dico la folla letteraria e l’alluvione libraria e l’intrusione dei mass media». 

                                                                                          A.B.

 

L’antologia dalla quale prende spunto quest’indagine si chiama, o chiamava, Il pubblico della Poesia, col sottinteso che quel pubblico fosse costituito, in fin dei conti, solo di poeti. Non mi pare che la situazione sia cambiata molto, se non in peggio.

Già negli anni Settanta del secolo scorso, un critico notava, con disagio, che “a una massiccia espansione quantitativa dei testi poetici […] si oppone un altrettanto massiccio atteggiamento di non lettura”. E l’opinione faceva eco a questa di Giulio Ferroni, desolatamente vera oggi più di ieri: «La consistenza di un testo nel mondo della comunicazione letteraria è data insomma da quella che i trattatisti cinquecenteschi definirebbero openione o reputazione: il testo non vale per le sue possibilità di essere letto, ma per il suo modo di porre sé stesso nel mondo degli addetti ai lavori, di produrre opinione di sé e dell’autore». In altre parole, la reputazione di un poeta non nasce dal suo valore (non parliamo del suo apprezzamento da parte dei lettori di poesia – ammesso che ne esistano), ma dal fatto che il suo nome è ricorrente tra i famigerati “addetti ai lavori” (i quali come conoscono e scelgono un poeta? ecco un bell’argomento per una prossima indagine). E un poeta recentemente scomparso, Rodolfo Di Biasio, chiosava che “di tanto in tanto una nuova antologia, che pare promettere chissà quali rinnovamenti, ogni volta si riduce a una riproposta quasi in toto delle stesse presenze. In questo modo l’opinione intorno ai poeti immessi nel circuito cresce a dismisura. Sul fronte opposto, cala sugli esclusi il silenzio assordante”. Aggiungo, come constatazione a margine, che la poesia, in Italia, sembra fermarsi sempre prima di Eboli, forse sulla famigerata Linea Gustav.

Se si voleva credere che Internet avrebbe cambiato le cose, ci si sbagliava. Viceversa, con la sua omologazione verso il basso – visto che vi si trova di tutto, senza distinzione – credo che le abbia peggiorate. Ma quandanche è di qualità, quel che vi appare è effimero e sparisce prestissimo. La poesia è la cosa meno effimera che esista: in ciò sta la grande contraddizione.

Quanto al mercato culturale… Ha certamente una certa vivacità, fatta delle tante fiere del libro, dei piccoli o grandi festival che, specie d’estate, riempiono qualche piazza, ma mi pare che vi si trovi più apparenza che sostanza. Dell’industria editoriale non so nulla, supposto che esista. Se sì, dov’è? Come agisce? Ci sono un gran numero di editori per un numero ancor più grande di poeti (o che si credono tali, il che è perfettamente legittimo), ma tutti – in forme più o meno diverse – agiscono solo, nel migliore dei casi, per conoscenze o riflessi di conoscenze; nel peggiore, per interscambi o solo per soldi. Dove sono più i progetti o le intraprese che facevano esistere – per citarne solo un paio – la collana “I poeti della Fenice” di Guanda, diretta da Attilio Bertolucci, o i Libri Scheiwiller? *

 

In questa parte dell’intervista, approfondiamo il rapporto dei poeti con la letteratura e il territorio.

 

  • Quali sono tre titoli fondamentali, tra narrativa, poesia, saggistica o altro, per il tuo percorso da poeta?

 

Se parliamo solo di titoli della modernità – per dire così – non posso che citare due romanzi: Sotto il vulcano di Malcolm Lowry e Lord Jim di Joseph Conrad, perché mi aprirono la mente. In poesia: Viaggio d’inverno di Attilio Bertolucci, il più bel libro dell’ultimo quarto del Novecento, perché mi aprì gli occhi.

 

*

 

  • Che relazione ha la tua scrittura con Roma?

 

Fu proprio Attilio Bertolucci, nella breve nota che scrisse per presentare in pubblico la prima parte del mio secondo libro, L’osservatorio, a dire che la mia poesia «non parla altro, con mite ossessione, bene e male, che di Roma». Sì, Roma è parte della mia vita ed è un forte cemento per la mia poesia. Da L’osservatorio a Camminando, il mio ultimo libro, la poesia è lo specchio che riflette il luogo dove vivo; ma è anche lo sguardo mobile dell’osservatore, di me, poeta viator, che indugia ad indagare il senso della vita (e di sé stesso). “La vita fluisce, come il sangue, come il traffico, con i suoi intoppi ingorghi accidenti, inquieta e inafferrabile; tutt’al più privilegiando ricorrenze, accadimenti”. Ripeto alcune parole della “Notizia” che chiude L’osservatorio, perché mi è difficile trovarne altre altrettanto chiare. Ecco Roma, ecco l’andare che si fa cammino e sua rappresentazione (Caminante, no hay camino, / se hace camino al andar, scrive Machado). E la fisionomia del verso mima il camminare (come non solo in questi libri). La poesia ha l’ambizione di farsi camminando; ovvero, movimento e ritmo del verso riflettono l’andatura dei passi, la loro cadenza. Per le strade di Roma.

 

*

 

 

Roma ha fatto nascere o ha accolto moltissimi scrittori, italiani e internazionali.

 

  • Concludiamo con una riflessione su una poetessa o un poeta storicizzato, d’origine o residente o anche solo transitato da Roma, che abbia dato un contributo rilevante al nostro panorama letterario. (Qui inserire un testo del poeta scelto)

 

Potrei citare, come ho già fatto, Attilio Bertolucci, o Giorgio Caproni e credo che non avrei difficoltà a dire del loro contributo “al nostro panorama letterario”. Ma sento, citando questi due grandi poeti (e, per me, anche amici), di aggiungere poco al diadema della poesia, ovvero a quanto già chiunque sappia di poesia potrebbe dire. Voglio invece invitare – in breve – a riflettere su due esperienze poetiche di grande valore, forse meno “storicizzate” ma già storiche, ovvero quelle di Gianfranco Palmery (1940-2013) e di Alessandro Ricci (1943-2004).

Non so quanti di coloro che leggeranno queste righe – o che sono chiamati a rispondere a queste domande – potranno dire di conoscere i due poeti, che rappresentano tanto del meglio che la Poesia degli ultimi decenni del Novecento ha saputo offrire ai suoi pochi lettori. La loro poesia è ignorata e quasi ignota – anche potendo vantare l’apprezzamento di critici quali Luigi Baldacci e Sergio Quinzio, Palmery; di Stefano Agosti e Giancarlo Pontiggia, Ricci –, mentre a ogni stagione furoreggiano e vincono premi (ai quali si partecipa come se ogni premio attribuisse la corona di poeta laureato) poeti modesti se non mediocri (e questa è la distorsione che evidenziavano i critici citati nella risposta alla seconda domanda), in virtù dell’invadenza di poetiche alla moda.

Palmery e Ricci, furono – con me ed altri amici – cofondatori della rivista “Arsenale”. Il primo ne fu anche il direttore. Le due brevi schede che propongo, a corredo dei loro testi, vogliono essere solo un invito alla lettura.

 

GIANFRANCO PALMERY

Poeta vero e grande, “uno dei maggiori italiani, e non del momento” scrisse di lui Luigi Baldacci; la sua è l’opera di un pensiero immaginativo che si nutre di sé stesso, e dei suoi processi, quasi senza bisogno delle cose esterne o reali. E il suo fare poesia (fare, perché dire “scrivere”, per lui, sarebbe riduttivo) è tutto qui: la poesia è una religio senza dio. Palmery è un moderno manierista barocco che non si stanca mai dei suoi esercizi di stile e in virtù di questo affonda i suoi specilli nella carne viva della poesia moderna elevandone il senso e il tono. Sebbene restando ignorato dai più.

 

AUTORITRATTO CON TENEBRE

Attore e spettatore: un solo plesso

nel Sepolto vivo – tra il demente e il depresso:

«mi scompaio lentamente mi estinguo

ai miei occhi, al pensiero che si esilia:

esentato d’esistere, estinto

già in vita, in una funebre vigilia…».

Nelle foto di scena: buio, vuoto, o come

la scia d’una presenza senza nome

 

Non per fermarmi in un momento oscuro

della storia o illuminarmi, farmi emblema –

profilo o cupo monumento a me stesso:

fatto di pietra dall’angoscia, il patema

di chi è fuori d’ogni storia, mi torturo

e dipingo come chi esiste solo se trema:

io sono sempre fermo, sempre in questo

balenio di coltello d’un tempo ossesso

 

Tu mi strini, mi strippi – io strimpello

con quello che mi resta di cervello

e cuore e fegato messi allo squarto

non so per chi, per te? o come pasto

per vermi e corvi? sì, strimpello, scoppio

dentro, faccio il cieco d’un occhio, il gobbo

l’idiota l’odioso il mentecatto:

musica di macello e di disastro.

 

 

ALESSANDRO RICCI

Ancora più oscuro (ovvero, nascosto), ha l’“esemplare, eroica dignità dei personaggi” che con “la curiosità dei diversi, più spesso degli esclusi, indagano il mondo che altri vivono a piene mani, a piena bocca, a pieno, smodato fanatismo, a occhiuta, sapiente violenza”, come scrisse – non di sé – in una lettera. Nella testimonianza che accompagna il volume di Tutte le poesie, pubblicato nel 2019, a distanza di quindici anni dalla scomparsa, scrivevo che, se ogni poesia cerca un interlocutore, ma il poeta viene riconosciuto solo al momento dell’incontro col suo lettore, Alessandro Ricci sembrava non esistere come poeta. E, purtroppo, ciò vale ancora oggi, nonostante un critico avveduto e sapiente come Stefano Agosti accerti che gli esiti della sua poesia sono “fra i più impressionanti del secondo Novecento” e che “Ricci perviene a risultati di una potenza e novità di rappresentazione di cui è difficile trovare paragoni adeguati”. Il suo verso, libero e sciolto dalle regole della prosodia tradizionale, ma ricco di una musica non banale – se non si dimentica che la musica della poesia è legata al senso e all’ordine delle parole –, si esalta nell’ampio giro del periodo che, come nessun altro che io conosca, Ricci era capace di controllare e di dirigere al suo scopo con straordinaria energia.

 

IN RISPOSTA A UN SILENZIO DI BERRYMAN

A quale ponte, a quale

punto completo d’ogni

memoria di infuocati

tramonti e chiome, ancora

udita la provocazione

di chi temeva solo per sé,

insinuante invece sull’inviolabile,

eppure offeso

inutilissimo corpo

tuo – bava l’incanto: figure

tutte diafane di rimembranze

insieme nell’istante prima

dell’Icaro ribaltato –; dove

come e perché decidesti

l’atto ritenuto vile, ovvero

uguale nel giro immortale

delle bellezze inani, invariate

nella furia del disprezzo e dell’amore

totali; da quale parte, da quale

filo fu sconnesso il giudizio e agìto

l’atto, forse ammaliato dallo sconfitto,

atteso minuto del non più dire,

del non più fare, perché già commessi

e battuti – porche jonie isole

incantatrici, già viste o sognate

le mille volte, Venezia in fine

per la resa incondizionata –, non

ignorando la diversità delle specie,

il consiglio degli amici savi,

dei compari irrilevanti

e cocciuti; perché infinite

gardenie avvistate nell’infanzia

sul fiume di cui questa

è la foce ora giustificano,

se non glorificano l’ultima

assurdità, e inoltre i gridi

dei gabbiani attoniti, dei cani

fulvi abbandonati giovanissimi

dal padrone?