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Alberto Manzi e Roma: i luoghi del maestro che insegnò a leggere agli italiani

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Alberto Manzi a Roma- i luoghi la scuola la vita Il racconto del figlio Massimo

Alberto Manzi: i luoghi di Roma e la storia del maestro che insegnò a leggere agli italiani

Borgo Pio, Piazza Bologna, via della Conciliazione, via Teulada, la Scuola Fratelli Bandiera.
Potrebbe davvero esistere una mappa dei luoghi romani legati alla vita di Alberto Manzi, il maestro che con il programma televisivo Non è mai troppo tardi ha alfabetizzato migliaia di italiani.https://www.treccani.it/enciclopedia/alberto-manzi/

A raccontarlo è suo figlio Massimo Manzi, artista e pittore, in una conversazione intensa che intreccia memoria familiare e storia della città.

Roma non è soltanto lo sfondo della vita di Alberto Manzi. È uno spazio fondamentale della sua formazione umana e professionale. Anche se nel corso della sua vita viaggiò molto, soprattutto in Centro e Sud America, la capitale rimase sempre un punto di riferimento centrale.

Massimo Manzi racconta infatti di aver avuto la sensazione di crescere con tre padri diversi:
il papà scrittore, sempre al lavoro davanti alla macchina da scrivere;
il papà maestro, immerso nella scuola e nell’educazione;
e il papà comunicatore, diventato un volto pubblico grazie alla televisione.

Come è stato il rapporto di suo padre e della vostra famiglia con la città di Roma?

Mia nonna Etterina Maria Mazzei e mio nonno Ettore Manzi si conobbero a Roma e si sposarono nel 1923. Il 3 novembre del 1924 nasce il loro figlio Alberto, mio padre, in una casa a Borgo Pio.

Pochi anni dopo però, a causa dello smantellamento della Spina di Borgo, sono costretti a trasferirsi nelle case popolari Iacp a piazza Bologna.

Dopo l’8 settembre furono chiamate alle armi le classi del 1924 e 1925 da parte della Repubblica Sociale. Non avendo nessuna intenzione di seguire l’esercito repubblichino, papà riesce a nascondersi presso il comando dei Cavalieri di Malta fino alla liberazione di Roma.

Con l’arrivo a Roma degli Alleati, fedele al suo spirito avventuroso, decide di partire volontario e si arruola nel Battaglione San Marco, aggregato all’Ottava Armata inglese. Al momento di arruolarsi conosce Mario Incagnoli: i due, diventati amici, condivideranno l’esperienza della guerra al nord Italia, lungo la “Linea Gotica”. Al termine del conflitto Mario conosce e sposa Elena, la sorella di papà, diventando per me “zio Mario”.

Nel 1946, giovanissimo, ottiene dal Provveditorato agli Studi, un incarico annuale nel duro ambiente del carcere minorile, all’Aristide Gabelli, un’esperienza che segnò profondamente la sua formazione di maestro.

Il 15 giugno del 1948 sposa Ida Renzi, mia madre, anche lei maestra.

Nel 1950, finalmente, riceve l’incarico alla Scuola Fratelli Bandiera, vicinissima a casa, dove insegnerà per gran parte della sua vita.

In quegli anni la sua famiglia abitava ancora nelle case popolari di Piazza Bologna a casa di mia nonna, dove nel 1950 nasco io.

I miei primi ricordi sono molto semplici: come la maggior parte degli italiani, negli anni del dopoguerra, eravamo poveri di mezzi, ma ricchi di speranze nel futuro.

Facevamo una vita di quartiere, molto semplice, dovevamo fare tante rinunce, poche spese, ma, nonostante le difficoltà economiche, una cosa in casa nostra non mancava mai: i libri.

Come descriverebbe lo stile educativo e pedagogico di suo padre?

Ho avuto il privilegio di assistere ad alcune lezioni di mio padre a scuola e quello che balzava subito agli occhi era proprio il suo stile educativo e relazionale: tra insegnamento e apprendimento ha sempre preferito questa seconda strada: questo non vuol dire un disimpegno dell’insegnante, l’insegnante c’è ma rimane sullo sfondo, non dispensa conoscenze dalla cattedra,

parte da quello che l’alunno sa, giusto o sbagliato che sia, per suscitare domande che partono dall’esperienza di ciascuno. Una spinta a scoprire, ad imparare che lui definiva “tensione cognitiva”. Le classi di papà, così, diventano veri e propri laboratori pieni di oggetti (materiali, piante, ritagli…) e risorse a cui attingere.

Sceglie un’aula della Fratelli Bandiera al quinto piano che nessuno voleva e approfitta della terrazza per trasformarla in un laboratorio: ci porta una vecchia vasca da bagno, piante e fiori, animali. Quel terrazzo diventa una vera e propria estensione dell’aula scolastica.

Credeva molto nel “fare”, nello sperimentare, nel lavoro manuale. E, soprattutto, credeva in una scuola in dialogo con il territorio, tanto da trasformarlo in un’appendice delle sue classi.

Organizzava uscite didattiche, portava bambini e bambine al mare o al Bioparco di Villa Borghese, anche se questo significava a volte dover discutere con qualche genitore o collega.

L’apparato burocratico scolastico ha sempre avuto ben poco in comune con la pratica di scuola di mio padre portandolo, in diverse occasioni a scontrarsi con il sistema scolastico. Proprio perché dell’Istituzione scuola aveva un concetto molto alto, era pronto ad assumersi la responsabilità delle proprie scelte e, eventualmente, a pagarne il prezzo.

Qual era il rapporto di suo padre con i suoi allievi? Ha mai mantenuto legami con qualcuno di loro nel tempo?

Certamente. Molti suoi ex alunni sono rimasti in contatto con lui dopo la fine della scuola, alcuni sono diventati anche miei amici. Si creavano dei legami molto forti, tanto che in questo anno dedicato alle celebrazioni per il Centenario della nascita di mio padre ho potuto ritrovare molti dei suoi allievi che desiderano ancora raccontarlo e ricordarlo.

Come crede che vedrebbe oggi la scuola e l’educazione in Italia?

Non posso parlare a nome di mio padre, ma posso dire quali erano i valori in cui credeva. Per lui la scuola doveva essere luogo di solidarietà, di libertà (e responsabilità), di accoglienza delle diversità. Era contrario a ogni forma di razzismo, combatteva la violenza sia nei confronti degli esseri umani che dell’ambiente (possiamo dire che fu un ecologista ante litteram, basti pensare al suo primo romanzo edito nel 1951: “Grogh storia di un castoro”).

Credeva fermamente nel valore della cultura, a partire dalla forma primaria del saper leggere e scrivere, come forma di riscatto sociale.

Credo che oggi si indignerebbe per molte cose, a partire dalla scelta di trasformare la denominazione “Ministero della Pubblica Istruzione” in “Ministero dell’Istruzione e del merito”.

Proprio perché strumento di riscatto sociale la scuola deve essere di tutti, pubblica. In quanto al merito ha senso parlarne solo nel caso si parta tutti dalla medesima condizione, cosa che, evidentemente, in una società complessa, non è data.

Se dovesse immaginare oggi un programma educativo come “Non è mai troppo tardi”, come lo reinventerebbe?

Mi chiedono spesso come utilizzerebbe oggi le nuove tecnologie mio padre. Penso che non avrebbe nessun problema ad utilizzarle ma avrebbe ben chiaro che sono solo strumenti al servizio dell’insegnante. Non è corretto cercare nelle tecnologie e nei mezzi di comunicazione innovativi risposte a problemi didattici. Il mezzo è al servizio delle idee del maestro, non viceversa.

Per concludere, come descriverebbe in sintesi suo padre?

Mi piace dire che mio padre è stato un grande narratore. Sapeva come raccontare storie, come catturare l’attenzione. Papà alla macchina da scrivere, il papà scrittore prima ancora del papà maestro, è l’immagine più consueta della mia infanzia.

Nei suoi libri (“Grogh storia di un castoro” nel 1951, poi “Orzowei” nel 1955 e “Testarossa” nel 1957) ritroviamo i temi della solidarietà e della libertà, del razzismo, dell’accoglienza, della violenza sugli uomini e sull’ambiente. Ricordo pomeriggi incredibili con lui in via della Conciliazione, nella redazione del settimanale “Il Vittorioso” con cui collaborava.

L’odore di libri, di scatoloni pieni di carta, il ticchettio delle macchine da scrivere, l’odore degli inchiostri usati da eccellenti disegnatori, primo fra tutti Jacovitti. Forse è proprio grazie a quei pomeriggi che è cresciuta in me la passione per l’arte e la pittura. Mio padre scrisse moltissimo e in varie forme (opuscoli, lettere, romanzi, libri di testo, poesie…). Fondò il primo giornale in un carcere, La Tradotta. Oltre a Non è mai troppo tardi scrisse numerose altre trasmissioni televisive e programmi per la radio. Questo lato di lui rimane ancora per me uno dei più affascinanti.

 

La mappa dei luoghi significativi per Alberto Manzi non è solo geografica, ma soprattutto interiore: è fatta di valori, scelte, insegnamenti. Ed è ancora viva in chi ha avuto la fortuna di incontrarlo, in aula o davanti alla televisione. E in chi, come Massimo, continua a raccontarlo con passione.

 

Crediti foto:

  • Massimo Manzi

Per approfondire:

  • Farnè, Alberto Manzi. L’avventura di un maestro (seconda edizione ampliata, Bologna 2024)

Anche qui parliamo del maestro Manzi https://www.iltalentodiroma.com/2025/11/08/intervista-su-manzi-a-fabrizio-rufo/