Silvio Raffo al Questionario Poetico
In questa rubrica, poniamo ai poeti romani o che risiedono o transitano spesso nella Capitale, due tra le domande più emblematiche tratte dallo storico saggio Il pubblico della poesia di Alfonso Berardinelli e Franco Cordelli che, dal 1975, per ben tre edizioni, pone ai poeti i doverosi interrogativi sul linguaggio letterario, nonché sul presente e sul futuro della poesia italiana. Dal confronto e dall’intersezione delle risposte potrà emergere la possibilità di fare un quadro, seppur non esaustivo ma almeno verosimile, dello stato dell’arte poetica contemporanea e dell’annosa questione dell’industria della cultura di oggi.
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- Hai idee generali organizzate in ipotesi (e tesi) teoriche intorno allo scrivere poesia in generale e allo scriverla oggi?
Fermo restando che non mi sento in particolare sintonia con le direzioni che sembra prendere nella maggior parte dei casi la poesia italiana della contemporaneità, per quanto mi riguarda rimango fedele a un concetto di lirica ormai palesemente desueto. A mio avviso la perdita pressoché totale di canoni (metrica, melodia, elevatezza di stile) non ha giovato al progresso della poesia come elemento di diffusione culturale veramente comunicativo. Trovo che la stragrande maggioranza della produzione attuale difetti di autentica e profonda ispirazione e coltivi modalità lessicali/espressive tendenti più a farraginose circonvoluzioni che alla esplicitazione di sentimenti e sensazioni fruibili dal common reader. Si è avverata la triste profezia di Montale all’assegnazione del Nobel (quindi mezzo secolo fa), secondo la quale entro pochi decenni si sarebbe affermata una poesia pari a una prosa in versi. La parola poetica dovrebbe unificare in sé logos e melos per poter adempiere a una funzione anche educativa, tenendo conto principalmente della esigenza di clarté che ogni espressione artistica non dovrebbe nei limiti del possibile dimenticare. Sono convinto che oggi più che mai la poesia potrebbe se non cambiare il mondo, migliorarne le condizioni spirituali, ma non posso non constatare che questo intendimento si lascia contaminare, purtroppo assai spesso, da personalismi narcisistici e manie di protagonismo. Sono del parere che si dovrebbe costituire un comitato istituzionale di veri esperti e studiosi di conclamata fama, che non mi sembra però di poter ravvisare in coloro che oggi rappresentano il gotha del poetico, ormai divenuto con l’approvazione di tutti ‘poetichese’.
Il senso della lirica si è perso,
il mio è un ribelle, un solitario canto.
Non la voce del mondo, o non soltanto,
ma l’arcano fruscio dell’universo.
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- Che cosa sono per te il pubblico, il mercato culturale e l’industria editoriale (nel presente quesito vengono unite due distinte domande del questionario, nda)?
Il pubblico è l’insieme dei possibili destinatari e fruitori di ciò che si scrive. Ovviamente (e ciò accade più che mai in poesia oggi) l’esistenza, la quantità e la qualità del pubblico dipende principalmente dall’attività degli editori e dei promotori culturali, oltreché dei librai stessi, che dovrebbero avere a cuore la diffusione dei libri di valore e non di quelli che fanno guadagnare nelle hit parade. Anche qui la realtà non mi sembra molto a favore della Bellezza (concetto molto meno discutibile di quanto si voglia far credere). La cosiddetta industria culturale è anch’essa asservita alle esigenze di un mercato che favorisce generalmente il non bello. Indubbiamente esistono le eccezioni delle élites, ma questo è uno dei pochi casi in cui concordo in toto con il proverbio ‘l’eccezione conferma la regola’. Un’operazione che suggerirei (e a cui mi sono dedicato in più di quarant’anni di insegnamento liceale e universitario) è la costituzione di gruppi di lettura guidati da docenti all’altezza di tale incarico, che indirizzino i giovani a scelte consapevoli del tutto autonome da ideologismi od orientamenti politici, ma interamente aderenti al concetto classico di cultura libera autenticamente ‘liberale’ (nel senso latino del termine). Le cosiddette scuole di scrittura creativa non adempiono alla funzione a cui alludo, essenzialmente lontana da ogni presunzione di indottrinamento.
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In questa parte dell’intervista, approfondiamo il rapporto dei poeti con la letteratura e il territorio.
- Quali sono tre titoli fondamentali, tra narrativa, poesia, saggistica o altro, per il tuo percorso da poeta?
Emily Dickinson, The complete poems ex aequo Giovanni Pascoli, Opera omnia. Henry James, The turn of the screw ex aequo Donna Tartt, Dio d’illusioni. Benedetto Croce, Aesthetica in nuce, Mario Luzi, Vicissitudine e forma.
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- Che relazione ha la tua scrittura con Roma?
Essendo Roma la mia città natale (per parte di madre appartengo all’antica famiglia patrizia della Porta) è inevitabile che io avverta l’aer sacro di foscoliana memoria nell’urbs caput mundi, a me estremante cara per la bellezza che vi trionfa ovunque e il carattere aperto e gioioso dei suoi abitanti. A Roma sono dedicate alcune mie poesie accolte anni fa in una bella mostra al museo del Vittoriano.
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Roma ha fatto nascere o ha accolto moltissimi scrittori, italiani e internazionali.
- Concludiamo con una riflessione su una poetessa o un poeta storicizzato, d’origine o residente o anche solo passato da Roma, che abbia dato un contributo rilevante al nostro panorama letterario.
La figura di poeta legato a Roma che ho amato di più è senz’altro Sandro Penna, il più canoro e melico dei poeti del secondo Novecento, la cui eco ho con grande piacere ritrovato nel giovanissimo Gabriele Galloni: nonostante la sua precoce età sa unire come nessun altro della sua generazione una sapienza formale e metrica ad una ispirazione tendente all’Altrove e al Sublime, dimensioni misconosciute o trascurate dai suoi contemporanei. Stupisce nella sua produzione la capacità di rappresentare con grazia straordinaria l’effimero e l’eterno della vita quotidiana. Oltre alla lezione di Penna si può ravvisare nei suoi testi l’eco di un altro grande ‘fanciullo morituro’ del primo novecento, Sergio Corazzini. Il far tesoro di una tradizione lirica è un segno di profonda intelligenza poetica e Galloni parla diffusamente di questa sua fedeltà senza risparmio di colpi ai vari ‘poetini’ del suo tempo nel Manifesto da me riportato integralmente nel volume antologico Il verso è tutto, ed. Croce, in cui riunisco una ventina di voci giovani e giovanissime più attratte dalla Poesia che dal ‘poetichese’.
RITRATTO DELL’ARTISTA DA MORTO
(ai poeti di oggi)
Al misero questuante di segnali
fra le smagliate trame del futuro
muti oracoli e gelide Sibille
ogni responso insistono a negare.
Da tempo io ho rinunciato a interrogare.
So che il silenzio è il nostro, il mio destino.
So che di noi non parlerà nessuno:
non godremo l’infausto privilegio
né fin d’ora la fervida prescienza
d’esser considerati in sempiterno
faville d’una fiamma che riscalda
e conforta le spire dell’inganno.
Di noi non resterà grata memoria,
non avremo discepoli amorosi
né posteri assiepati in fitta schiera
a innalzarci o sottrarci dalla storia.
Vanitas vanitatum postmoderna,
sarà la nostra gara obliqua, alterna
e sperderà le nostre voci un vento
prima che vi sia il tempo di discernere
quella del guitto e quella del Poeta.

