Il partigiano bambino: Ugo Forno
Roma, 5 giugno 1944.
Una donna, Maria Vittoria Sorari attende il suo bimbo per pranzo, gli ha chiesto di non tardare ma lui non sembra averla ascoltata.
Forse bimbo è riduttivo, il suo Ughetto, all’anagrafe Ugo Forno, ha dodici anni. Ha terminato la seconda media e per quanto piccolo e magro sembra sempre più lontano dall’infanzia.
Sarà anche che per lui, nato nel 1932, l’infanzia è finita da tempo, da quando l’Italia è entrata in guerra.
La sua generazione ha già visto più dolore di quanto avrebbe dovuto, e l’ultimo anno ha straziato Roma fin dentro al cuore.
L’occupazione tedesca è iniziata a settembre ed è durata quanto un anno scolastico, fino alle prime luci del giorno prima, il quattro giugno, quando gli americani sono entrati nella città eterna.
Li aspettavano da mesi, quei lunghi mesi di primavera durante i quali Roma e Anzio erano apparse lontanissime.
Ma alla fine è successo, gli Alleati sono arrivati, Roma sta per essere liberata.
C’è questo clima strano fuori dalla casa di via Nemorense dove Maria Vittoria Sorari attende il piccolo Ugo, il clima della Liberazione.
Non è una festa, non può esserlo.
Da un capo all’altro di Roma ancora si spara, i tedeschi in fuga non smettono di comportarsi come hanno sempre fatto.
Dove possono, anzi, cercano di frenare per l’ultima volta l’avanzata degli Alleati.
E chi ha combattuto per la liberazione di Roma, chi in quei giorni di giugno vede completarsi un’opera durata mesi, lo sa.
Le voci si rincorrono, arrivano a chi impaziente guarda verso dove la città diviene campagna, da dove altri americani ancora dovrebbero arrivare.
Le voci si rincorrono e arrivano al piccolo Ugo, Ughetto, il cui aspetto da bimbo, piccolo e delicato, non ha niente a che vedere col coraggio da uomo che si porta dentro.
I tedeschi in fuga vogliono far saltare un ponte sull’Aniene, lasciarsi dietro un collegamento interrotto tra fuori e dentro Roma.
Ugo lo sa cosa significa, sa che da lì devono passare gli americani, sa che quel ponte, se saltasse in aria, rallenterebbe la Liberazione.
La consapevolezza di un ragazzino dopo un anno di occupazione, di un giovanissimo che ha visto, sentito, compreso, appreso.
Ha delle consapevolezze che a dodici anni in tempo di pace non si hanno, che i nostri ragazzini, oggi, hanno la fortuna di non dover avere.
Sa, ad esempio, dove trovare alcune armi lasciate dal Regio Esercito dopo l’otto settembre, rimaste conservate in una casa colonica sulla Salaria.
Le recupera in fretta, si mette alla guida di un piccolo gruppo di uomini e ragazzi, tutti più grandi di lui. Nessuno fa una piega davanti alle indicazioni di quel piccolo capitano, quel partigiano dodicenne che ha saputo recuperare le armi e ora gli spiega dove andare e cosa fare.
Le notizie che ha sono giuste, quando arrivano all’Aniene le truppe tedesche stanno lavorando per minare il ponte.
Sono diversi gli uomini e i giovani che stanno accompagnando Ugo Forno in quell’impresa, quell’atto quasi finale della difesa di Roma. Di alcuni ricordiamo i nomi, come dei braccianti Luciano Curzi, Vittorio Seboni e Sandro Fornari o dei fratelli Guidi, Antonio e Francesco, anche loro ragazzi.
Sparano.
Sotto la guida di Ughetto, del piccolo partigiano, gli italiani sparano.
Sparano e riescono a mettere in fuga i tedeschi, sparano e salvano il ponte sull’Aniene, la strada degli americani verso Roma libera.
Sparano, ma i tedeschi reagiscono a colpi di mortaio.
Sparano un colpo e cade a terra Francesco Guidi, che morirà in ospedale, ne lanciano un secondo e vengono colpiti Luciano Curzi e Sandro Fornari.
Nel caldo solo del mezzogiorno parte un terzo colpo di mortaio.
Libera tre schegge, che raggiungono il petto e la testa di Ughetto.
Il cuore e la mente di Ugo Forno, il partigiano bambino, il centro dell’anima che quella mattina l’aveva portato lontano dai giochi, nel cuore dell’azione.
Si tratta di un attimo, un secondo appena è sufficiente a sancire la fine di quella vita breve.
Maria Vittoria Sorari attende il suo bambino per pranzo. È uscito per giocare, pensa, e sta tardando nonostante lei l’abbia pregato d’esser puntuale.
Ma tarda, il suo Ughetto.
Tarda e continua a tardare.
Non arriva.
Arrivano altri che la informano di un bambino come il suo morto lottando coi tedeschi mentre dentro Roma suonano le campane del mezzogiorno di una rinnovata libertà.
Sono i primi giorni di giugno, la scuola è finita, sta cominciando un’estate diversa.
Non è la fine, non per tutti.
Il nord Italia dovrà attendere quasi un altro anno per vedere la libertà, e ne mancano ancora due al referendum che sancirà l’inizio della nuova nazione.
Ma Roma è libera.
Grazie al sacrificio di tanti, dal primo all’ultimo caduto dei mesi dell’occupazione, da chi ha iniziato a resistere dentro le caserme l’otto Settembre fino a Ugo Forno.
Il più piccolo, l’ultimo romano caduto per la sua città.
Quel bimbo che la mamma aspettava per pranzo e che per pranzo non tornerà mai.
Quel sacrificio che ha permesso a tante mamme, da quel giorno in poi, di riveder i loro bimbi per pranzo.
Nonostante il silenzio calato in eterno nella cameretta di via Nemorense, civico 15.

