Le Fosse Ardeatine: il pianto di Roma occupata
Le Fosse Ardeatine: il pianto di Roma occupata
Roma aveva pianto i suoi figli più e più volte nei lunghi anni di guerra che si era vista scorrere addosso dopo quel disgraziato dieci giugno.
Li aveva pianti vestiti in divise nuove, stirate e perfette, pronti a partire verso il fronte lontano, consapevole che molti non sarebbero mai tornati, che quella bella gioventù non sarebbe stata mai il suo futuro.
Li aveva pianti nel caldo di luglio aggravato dalla polvere sollevata dalle bombe, in quella San Lorenzo devastata come il cuore di una madre a lutto. Senza poter immaginare che un giorno quelle strade sarebbero state solcate da nuovi giovani e dalla speranza di un mondo nuovo, perché nessun mondo nuovo pareva potersi profilare oltre le sagome dei palazzi sventrati.
Li aveva pianti nel silenzio del Ghetto in ottobre. Lei, città simbolo del Cristianesimo, aveva pianto la comunità ebraica che per secoli era cresciuta nel suo ventre, sulle rive del suo fiume, per secoli vissuta lì tra i resti della sua storia millenaria e di colpo spazzata via dalle camionette, dai fucili e dalle urla in una lingua straniera, le stese urla che da mesi riecheggiavano notte e giorno in ogni via e in ogni piazza.
Li aveva pianti anche a Via Rasella, in centro, in quell’attentato contro i Nazisti che nel caos generale aveva tolto la vita anche a due romani; uno era un ragazzino, l’altro un partigiano.
Era appena iniziata la primavera di quel 1944, poco più di sei mesi da quando tutto era cambiato.
L’armistizio non era bastato a far cessare le ostilità, la guerra non era finita, era mutata. Non era stato sufficiente l’otto settembre, neanche le bombe angloamericane si erano fermate, e i Tedeschi da alleati si eran fatti invasori, padroni in casa d’altri, saccheggiatori moderni di una Roma che perdeva la sua arte, i suoi figli, la sua speranza.
Non lo sapeva Roma che quella primavera si sarebbe conclusa con la sua liberazione, che presto le cose sarebbero cambiate ancora, che il mondo non sarebbe finito sotto le armi tedesche.
Non lo sapeva Roma e non lo sapevano i romani, neanche quei 335 che di quella primavera 1944 videro solo l’inizio.
335.
Trecentotrentacinque.
Roma li conta e li piange ogni anno quando la primavera inizia e nelle giornate che si fanno più calde si riaffaccia il ricordo delle Fosse Ardeatine, di quella rappresaglia violenta voluta direttamente – così dice la storia da Hitler, l’ordine arrivato dalla Germania.
Per ogni tedesco morto dieci italiani devono essere fucilati.
Li cercano nelle carceri prima che nelle strade. A Rebibbia, a Via Tasso. Ci sono i partigiani, compagni di quelli che via Rasella l’hanno organizzata. Ci sono alcuni uomini ebrei, in attesa di partire verso i campi di sterminio.
Dieci italiani per ogni tedesco morto. E se un tedesco muore nel mentre altri dieci bisogna cercarne, con la complicità delle autorità italiane che ancora provano a contare qualcosa in quella Roma occupata, terra di nessuno.
Trecentotrentacinque italiani come vendetta per trentatré tedeschi morti nell’attentato di via Rasella, da cui sono passate sì e no ventiquattrore ma per il quale si è attivata una vendetta mai vista.
Sì, trecentotrentacinque, il conteggio finale supera quella proporzione giù agghiacciante dell’uno a dieci. Ce ne sono cinque in più, se ne accorgeranno solo a cose fatte, quando i corpi già esanimi saranno lì, nelle cave sulla Via Ardeatina, a due passi dall’Appia Antica e da quel parco dove ora giocano i bambini, passeggiano i ragazzi, vanno a pranzo le famiglie.
Trecentotrentacinque.
È uno squarcio profondo nell’anima di Roma martoriata dalla guerra, una ferita capace di bruciare più di altre, di bruciare per tutte le altre. È il simbolo intimo di quella occupazione, il martirio che subirono una città e una popolazione vittime, prima ancora che dei loro carnefici, di chi li aveva trascinati in una guerra senza speranza, di quel Regime che si autoconsiderava forte, infinito, sacro a Dio e che era crollato nel luglio dell’anno prima lasciando un paese diviso nella geografia e nell’animo.
Le formazioni Partigiane crescevano nel silenzio della città occupata, nelle discussioni di nascosto tra tutte le anime che le componevano, nell’organizzazione della resistenza, degli attentati. Nella tragedia delle Fosse Ardeatine c’è un falso storico – sempre smentito dai Nazisti- che ha provato a incolpare i partigiani del doloroso eccidio. Diceva una voce, una di quelle senza nome che correva di qua e di là per la città occupata, che se gli attentatori di Via Rasella si fossero consegnati sarebbero morti solo loro, una vendetta diversa, senza quel dieci a uno, senza tutti quei morti presi dalle carceri con la collaborazione delle autorità italiane. Diceva una voce, una voce che cercava colpevoli tra i partigiani, che voleva arrabbiare, indignare, far passare le vittime per responsabili.
Una voce senza nome, senza origine, smentita poi dai veri responsabili, il comando Nazista che a Roma “eseguiva gli ordini”, la grande giustificazione Nazista.
La usò anche Erich Priebke, un nome che ha travalicato i confini del suo tempo.
Il Nazista fuggito, in grado di latitare mezzo secolo prima di arrivare al processo per le sue azioni, condannato all’ergastolo quand’era ormai così anziano da doverlo scontare ai domiciliari.
Morto centenario proprio in quella Roma dove aveva comandato e ucciso sessant’anni prima, quella Roma dove ancora qualcuno inneggiava a lui con scritte sui muri, murales di auguri per il compleanno o per l’addio alla salma, scritte sprezzanti delle lacrime piante da Roma ogni anno, ogni 24 marzo.
Perché si trascinano la memoria e il dolore come si trascinano le rivisitazioni storiche, i distinguo e i però, le “cose buone”, le ideologie di morte. Nella Roma che piange c’è chi al suo dolore inneggia, chi dice che abbiam sbagliato tutto, che i martiri delle Fosse Ardeatine son morti che si son meritati la loro fine, che forse sono stati pure pochi.
C’è chi, a quasi ottant’anni da quel giorno, lo rievoca come glorioso, come una triste festa di morte volta a esaltare una meritata vendetta.
Il dolore del dramma e il dolore di non averne saputo fare memoria, di non aver trasmesso, di non aver educato.
Delle Fosse Ardeatine han potuto parlare solo i carnefici. Di Roma occupata han invece parlato tutti quelli che l’hanno vissuta, ma piano piano il tempo è passato sulle vite dei romani, portando via la memoria storica e lasciando tutto alle carte, ai documenti, alle foto e ai filmati, alla nostra consapevolezza di posteri, a quel che abbiamo appreso e possiamo trasmettere.
Anno dopo anno, sempre più lontani da quel giorno, sempre più presi dalle nostre vite moderne, mentre distratti percorriamo l’Ardeatina o andiamo al parco dell’Appia Antica.
Pesa il cuore a dover ricordare, sistemando la tovaglia per un pic nic domenicale, cos’è successo a due passi da dove ci godiamo il nostro sole di primavera.
Pesa il cuore ed è meglio farlo tacere, alzare le spalle, ignorare, troppo impegnati a soffrire già per i drammi del nostro tempo, per la guerra in Ucraina, i terremoti. Troppo dolore ci costerebbe soffrire anche per i dolori di ieri, per quello esistono le commemorazioni istituzionali.
Si lascia Roma sola a piangere i suoi figli, città madre disperata che a ogni inizio primavera ricorda il sangue di quei trecentotrentacinque uomini, di quella vendetta.
E guarda i suoi figli di oggi ignorare, dimenticare, addirittura rievocare come fosse stata una vittoria.
Roma sola che piange i figli morti dimenticati e i figli vivi che dimenticano.
Roma sola nel suo dolore.
Roma, madre disperata, senza che nessun sole di primavera possa scaldarne il cuore.
Roma, scusa.

