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Leone Ginzburg: la cultura e l’antifascismo

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Il novecento, il secolo breve.
Un secolo breve attraversato da vite brevi, perse nella violenza delle guerre mondiali, dei totalitarismi, del sangue scorso per le strade d’Europa e del mondo tutto.
Nomi scomparsi, passati senza che nessuno se ne accorgesse, o rimasti, eroi e martiri, nomi che han fatto da fondamenta per le democrazie rinate, per il nuovo millennio.
Leone Ginzburg è tra questi.
Una vita breve, la sua, trentacinque anni appena.
Inizia nel 1909 nell’Impero Zarista e finisce nel 1944 nella Roma occupata da fascisti, quando il regime ormai è caduto e le forze alleate hanno iniziato a risalire la penisola.
Nel mezzo c’è una vita di viaggi, di cultura. Dalla Russia a Torino, poi Berlino, poi Torino ancora, Parigi e Roma.
Un uomo di lettere, cresciuto in una famiglia dov’erano rappresentate le istanze diverse progressiste del suo tempo, che negli anni delle superiori frequenta il Liceo D’Azeglio di Torino e siede accanto altri grandi nomi che faranno la storia d’Italia.
Dell’Italia da liberare e di quella libera, dopo il 1945.
In Francia si avvicina a Giustizia e Libertà, il gruppo antifascista dei fratelli Rosselli.
Mentre in Italia la dittatura avanza Leone Ginzburg mantiene la sua solidità intellettuale, quella coerenza che lo caratterizzerà sempre nel privato e nel pubblico, non disposto a cedere a patti.
Docente universitario, perde la cattedra perché non disposto a prestare giuramento al regime.
Forse troppo a lungo passato in secondo piano nella lunga sequela di nomi che si ricordano parlando di antifascismo e cultura antifascista, eppure cammina affianco a quelli. Conosce Croce, prima come autore e poi umanamente, ed è con Giulio Einaudi nella fondazione della sua casa editrice a Torino.
Molti sono quei ragazzi fattisi uomini, gli amici di gioventù del D’Azeglio, diplomatisi già sotto il regime contro il quale continuano a lottare, lotta per la quale pagano.
Leone Ginzburg viene arrestato una prima volta nel 1934, arresto a cui seguono due anni di prigione a Civitavecchia, durante i quali continua una fitta corrispondenza con Natalia Levi, che nel 1938 diverrà sua moglie.
L’età matura di Leone Ginzburg non arriverà mai secondo i canoni biologici, ma è tutto un vivere maturo il suo.
Sensibile, attento, profondo.
Nello scrivere, nell’agire. Legato alle lingue, alle lettere, impegnato nel mondo delle parole che sono poi l’essenza più alta di quella democrazia che non riuscirà a vedere nel pratico ma che contribuirà a costruire nelle sue basi, nel suo esempio portato avanti anche dai tanti a lui legati che invece riusciranno ad esserci nel periodo della Liberazione, della Costituente e del futuro da costruire.
L’anno delle leggi razziali colpisce i Ginzburg, l’entrata in guerra dell’Italia nel 1940 toglie la cittadinanza a Leone e confina la famiglia a Pizzoli, in Abruzzo.
Da qui continua il lavoro con Einaudi, la corrispondenza fitta con l’editore e la sua casa editrice. Non c’è la possibilità di essere sul campo, in quell’antifascismo che ancora lavora e prolifera, ma c’è il lato intellettuale, la mente, il pensiero rivolto al domani libero.
Se nel nostro oggi si va perdendo il valore del lavoro intellettuale, si urla ai ragazzi di essere braccia rubate all’agricoltura, ci si lamenta degli studenti che protestano, la storia di Leone Ginzburg e di tanti come lui ci racconta un mondo in cui il pensare politico è azione, è progettazione, è sguardo rivolto al futuro.
La cultura militante, la resistenza non armata di chi sa che le parole possono più delle armi, che dietro al totalitarismo c’è spesso l’ignoranza, che è questa a doversi combattere.
Quando il fascismo viene destituito, nel 1943, il periodo di confino di Ginzburg termina e la sua azione continua su Roma, la città aperta che aperta non sarà mai, occupata dai Nazisti per quelli che saranno i nove mesi più lunghi della sua millenaria storia.
Anche nella città occupata, dove le azioni contro i tedeschi sono all’ordine del giorno, l’attività di Leone Ginzburg è legata a quella della casa editrice che ha contribuito a fondare.
Lavora sotto falso nome, ma lavora per la sua Einaudi, ancora, e per quel Partito d’Azione per cui dirige il giornale “Italia Libera”.
Ancora la scrittura, le parole, le lettere al servizio del futuro democratico che Ginzburg non vedrà mai.
Perché è in uno scantinato di via Basento reso una tipografia, là dove le idee si fanno carta e si possono distribuire, che Leone Ginzburg viene arrestato nel novembre del 1943.
Da qui la sua ultima dimora, quella dove passerà i pochi mesi restanti della sua vita, sarà il carcere di Regina Coeli.
Il 5 Febbraio la vita breve di Leone Ginzburg terminerà lì, nelle celle di Roma, lontano dagli affetti più cari, vittima della violenza, delle condizioni di vita, e primo fra tutti della sua lotta per la libertà mentre  il nazismo imperava su Roma.
La sera prima, dopo essersi sentito male, già provato e forse intimamente consapevole, scrisse l’ultima lettera alla sua amata Natalia.
In questa, tra tanta tenerezza per la moglie e i bambini, lontani ormai da mesi, spunta un’ultima riflessione sociale, un lascito al mondo che forse neanche sapeva di star facendo.
“Una delle cose che più mi addolora è la facilità con cui le persone intorno a me (e qualche volta io stesso) perdono il gusto dei problemi generali dinanzi al pericolo personale”
L’importanza del dedicarsi al prossimo anche davanti alla paura per se stessi, di farsi guidare da uno spirito umano più grande.
Democratico, magari.
Sicuramente libero.