Marco Caporali al Questionario sulla Poesia
In questa rubrica, poniamo ai poeti romani o che risiedono o transitano spesso nella Capitale, due tra le domande più emblematiche tratte dallo storico saggio Il pubblico della poesia di Alfonso Berardinelli e Franco Cordelli che, dal 1975, per ben tre edizioni, pone ai poeti i doverosi interrogativi sul linguaggio letterario, nonché sul presente e sul futuro della poesia italiana. Dal confronto e dall’intersezione delle risposte potrà emergere la possibilità di fare un quadro, seppur non esaustivo ma almeno verosimile, dello stato dell’arte poetica contemporanea e dell’annosa questione dell’industria della cultura di oggi.
La fotografia è di Dino Ignani, che ringraziamo.
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Hai idee generali organizzate in ipotesi (e tesi) teoriche intorno allo scrivere poesia in generale e allo scriverla oggi?
Per quanto marginale e pressoché invisibile, oggi la poesia rappresenta uno scandalo, nella sua irriducibilità al mondo dell’informazione, improntato al voler convincere, alla forza di persuasione.
A volte, travisandola, viene prelevata e gettata in pasto nel grande mare della “comunicazione”, come una sorta di orpello da esibire, cercando di conformarla a modalità di pensiero che non le appartengono. I suoi tempi e la sua fruizione non rispondono alle attese e ai bisogni correnti. La resistenza nei suoi confronti è dovuta innanzitutto alle abitudini mentali, a una diseducativa istruzione scolastica, alla ricerca di risposte il più possibile semplici ed immediate.
Essere più o meno aperti alla ricezione della poesia prescinde dal grado di istruzione. Un cosiddetto lettore forte può essere, e spesso è, più impermeabile di uno debole o di un non lettore. Insegnando nella scuola media ho potuto verificare, anche nei laboratori di scrittura che ho sempre curato, la prossimità dei bambini alla poesia, il loro intenderla spontaneamente, e l’importanza di non farla recepire in termini scolastici, di non creare aspettative e competizione. Di farla essere un gioco, privo di conseguenze pratiche. Un gioco che rivela qualcosa di noi, che ci sorprende e diverte. Che ci fa scoprire le inesauribili potenzialità della lingua. Sono proprio coloro che meno si adattano alle regole grammaticali a dare spesso i risultati più sorprendenti, ad esempio nella stesura di haiku, che nella loro rigida gabbia consentono una libertà che le norme ordinarie non prevedono.
L’assenza di praticità, di utilità, di scopo apparente, sono uno scandalo in una società che non riesce a prescindere dal criterio dell’utile. In un mondo che sempre più si allontana, grazie ai modi imperanti della comunicazione, dalla pregnanza della parola, la poesia ha di per sé un valore rigenerante. Per cui ha sempre meno senso auspicare una progettualità che vorrebbe precederla, orientarla, guidarla. E sempre meno senso ha il volerla assimilare a linguaggi strumentali e divulgativi, nell’intento di sottrarla alla sua separatezza. Linguaggi che semplificando impoveriscono la lingua e le sue possibilità espressive, al contrario moltiplicate dalla vitalità e
varietà di modi colloquiali non ancora soggetti all’omologazione. La poesia non può essere condizionata dal “dover essere”. Di natura non consumabile, è il momento più vitale della lingua, a una massima potenza di pensiero e significato, a una massima concentrazione in cui nulla è superfluo e tutto si lega. Non mi lascio pertanto conquistare dalla moda dell’indistinzione tra prosa e poesia. Al contrario la poesia è modello compositivo di altre arti, come accade ad esempio nel teatro.
Nella mia esperienza con l’Odin Teatret, in cui ho seguito la preparazione dello spettacolo Kaosmos, ho potuto verificare durante le prove quanto la genesi e i criteri compositivi della poesia rappresentino un modello. Agli antipodi dei linguaggi della persuasione, della seduzione, dell’intrattenimento. E’ un modello in cui ogni dettaglio risponde a precisa necessità strutturale. E’ grazie a tale forma del dire che si può giungere ad una autentica comunicazione, all’incontro con l’altro, al riconoscimento e alla scoperta di sé. Previo disorientamento, necessario per adeguarsi a una diversa modalità di pensiero. Gli opposti, di solito inconciliabili, sprigionano senso nella loro coesistenza. I dubbi subentrano alle certezze, le domande alle risposte. In un mondo in cui non sono contemplate le ragioni dell’altro, la pratica della poesia aiuta ad interrogarsi, a problematizzare, a cogliere la complessità, a non temere la contraddizione.
La verità della poesia è nella sua aderenza all’intimità delle cose. L’abitudine e la quotidianità l’annientano perché offuscano quel che altrimenti, se messo in luce, può essere motivo ispiratore, anche se apparentemente banale, dato che tutto può diventare poesia. E’ la quotidianità che fa perdere di vista l’intima ricchezza delle piccole cose, rendendole prevedibili, mentre è la sorpresa che scatena poesia. Con ciò non voglio dire che i temi trattati siano irrilevanti, pur non esistendo un’interna gerarchia e appartenendo tutti a un medesimo ordine di grandezza. L’importante è che scaturiscano da un’intima necessità. Se temi “civili” prendono il sopravvento (ma la poesia, per le ragioni prima enunciate, ha di per sé una natura civile) è perché ci riguardano intimamente, e non
per riscuotere un più facile plauso. Se ho scritto Vallo atlantico, che qui presento, è perché i bunker tedeschi ancora visibili sulle spiagge danesi imponevano quelle parole, imprevedibili prima che nascessero. Parole che mi rivelano a me stesso e che mi aiutano a dare ordine a quel che vivo, a chiarirmelo.
Vallo atlantico
Affondano gli artigli nella schiuma
i residui di poderose
difese assediati dal mare, tane per giochi
di giovani vedette, di richiamati
per scherzo a una guerra per bande.
Si restringe il litorale le torbiere
franano dai versanti
scoscesi addentano
da terra gli avamposti mentre al largo divampano fuochi,
segnali intermittenti nella notte.
Dissodano il terreno
e a mani giunte pregano,
mani larghe e callose di poveri,
la loro stretta si chiude sui campi minati.
Su spiagge rianimate
da riscoperti svaghi
attendono il riproporsi
dell’onda il suo disperdere la forza sulla sabbia
i bagnanti negli spensierati
giochi d’acqua in terreni sminati.
L’idea di mutare in baluardo una linea di costa
nella risacca evapora, nessuna voce impreca
né maledice i comandi, nessun silenzio brucia.
Il vento in cui si annidano famelici i gabbiani
sfalda le opere erette a difesa,
getta nel panico chi ancora vaga
in un irredimibile passato e immagina
una rete futura
che valica confini, arruola, onorando brutalità,
obbedienza incondizionata.
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Che cosa sono per te il pubblico, il mercato culturale e l’industria editoriale (nel presente quesito vengono unite due distinte domande del questionario, nda)?
Nell’atto creativo non esistono gli altri. E’ in un secondo momento che affiora l’interlocutore, quando lo scritto assume una forma. Quando quel che si è lasciato scorrere trova degli argini, si modella in discorso. Che come tale presuppone un interlocutore. Sono esistiti nella mia vita interlocutori privilegiati, qualcuno a cui mi rivolgevo, anche se non direttamente. Qualcuno che auspicavo avrebbe letto i miei versi, a cui tenevo più di ogni altro, che poteva confermare la riuscita del mio scritto, addirittura sancirla. Così è stato specie all’inizio. Ora esistono potenziali lettori, limitati purtroppo da quella sorta di clandestinità in cui vive la poesia. Il mercato culturale dovrebbe favorirne la divulgazione, ma è qualcosa che accade solo in rari casi, data la non commerciabilità della poesia, prodotto quanto mai inassimilabile al mercato. Per cui il rapporto che ho con la poesia è del tutto privato, personale, scevro da considerazioni che non riguardano la sfera emotiva, mai disgiunta da quella intellettuale, il piacere che provo incontrando un libro di poesia che riesce a parlarmi, a darmi il conforto di una pienezza.
Le parole industria e poesia sono antitetiche. Userei la parola artigianato. Le case editrici con cui ho pubblicato consentono e prevedono una dimensione artigianale, una collaborazione tra poeta ed artista. Enrico Gallian, Giulia Napoleone, Gianni Dessì, Enrico Pulsoni, sono artisti con cui ho realizzato l’opera, intesa come qualcosa che non riguarda il solo contenuto ma anche il suo involucro, che non è un semplice rivestimento ma comunica e si apparenta con lo scritto. Credo in questa dimensione artigianale in quanto più vicina alla realtà della poesia, a una dimensione pratica del fare, in cui le parole sono materia da plasmare.
L’industria editoriale segue parametri suoi propri, rispondenti essenzialmente alla logica del profitto, in cui la presenza della poesia, se prevista, è in genere una sorta di dovere da espletare, di compito a cui non ci si può sottrarre, propizio a volte in termini di immagine, ben sapendo che non apporterà benefici economici, salvo eccezioni in cui a prevalere sono motivi extratestuali che si conciliano con le attese del pubblico. Per cui si creano casi editoriali in cui la poesia non è determinante, ma è altro quel che attrae e sollecita le vendite. La diseducazione del pubblico rimane invariata.
Per quanto riguarda le letture pubbliche, l’uditorio è spesso composto da persone che a propria volta scrivono, ma mi rifiuto di credere che i fruitori debbano limitarsi agli stessi artefici. Come già dicevo, sono spesso persone del tutto estranee alla letteratura a rivelare maggiore sensibilità e a recepire la poesia in maniera più profonda. E capita in casi fortunati di raggiungere questi potenziali interlocutori, se presenti per svariate ragioni alle pubbliche letture. Credo comunque che una poesia scritta per la pagina, e non per la recita, possa solo in minima parte essere trasmessa per via orale.
Importante è far sentire il suo ritmo, la musicalità della parola e il suo rapporto col senso. Ma ciò che più viene apprezzato sono in genere aspetti spettacolari e l’immediatezza del messaggio. Non esiste d’altronde una forte tradizione orale della poesia italiana, a parte la tradizione popolare che quasi mai s’incontra con quella colta.
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In questa parte dell’intervista, approfondiamo il rapporto dei poeti con la letteratura e il territorio.
Quali sono tre titoli fondamentali, tra narrativa, poesia, saggistica o altro, per il tuo percorso da poeta?
Ho iniziato a ventun anni a dedicarmi alla poesia, a leggerla e a scriverla. Prima i miei interessi erano legati innanzitutto alla politica. Inizialmente la poesia che mi affascinava proveniva da oltreoceano, ed era forse il mio modo per esprimere una ribellione che prendeva forma di arte anziché di azione politica, un’arte intrisa di protesta. Era il tempo in cui si diceva che il personale è politico. La poesia italiana non era contemplata in tale opposizione all’ordine esistente, da cui si cercava di trovare una via d’uscita, dove la poesia era un modo diverso di vivere, di non accettare il modello sociale imperante. Erano i poeti della beat generation, Allen Ginsberg in particolare (che ascoltai a Spoleto e poi al festival di Castelporziano), a coniugare poesia e contestazione. Il primo libro di poesia italiana, capitatomi fra le mani in modo fortuito (mi pare che fosse allegato alla
rivista “Grazia”, acquistata da mia sorella), che mi abbia parlato è l’oscar Mondadori del ‘78 che raccoglieva, a cura di Giovanni Raboni, poesie di Bartolo Cattafi. Ed è su “variazioni e ripetizione” nella raccolta Il buio di Cattafi che anni dopo mi sono laureato con Biancamaria Frabotta. E’ stato il seminario che Biancamaria curava all’università La Sapienza su Myricae di Pascoli, in particolare la sezione L’ultima passeggiata, a darmi maggiore coscienza di me e della poesia, a farmi muovere i primi passi nella conquista della mia voce. Negli studi su Pascoli, tra tutti spicca La rivoluzione inconsapevole (fonte per me di consapevolezza) di Giacomo Debenedetti, che mi permette di agganciarmi a un titolo di narrativa magnificamente tradotto da Debenedetti: Il mulino sulla Floss
di George Eliot, la cui capitale importanza è dovuta fra l’altro, come spiega il traduttore, al suo essere materia che non viene ricercata da chi scrive ma che a lui (a lei) si offre.
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Che relazione ha la tua scrittura con Roma?
Se penso al peso che ha Roma nella mia poesia, è molto ridotto rispetto al tempo che vi ho trascorso. E’ la sua familiarità, la prevedibilità dei suoi itinerari, così conosciuti e più volte percorsi, ad offuscarne l’immagine. Raramente mi lascio sorprendere, come invece mi accade in luoghi meno familiari, in cui l’inatteso e l’imprevedibile si manifestano, richiedendo di essere fermati sulla pagina. Per cui se confronto i Motivi danesi (titolo di una mia silloge) a quelli romani, la bilancia pende senz’altro dalla parte dei primi. In ogni raccolta che ho scritto, non mancano comunque poesie incentrate su Roma o che sento legate a questa città in cui sono nato e cresciuto, in cui ho studiato, in cui sono entrato nel mondo della poesia, in cui ancora oggi ritrovo la possibilità di un ascolto, i riferimenti necessari a dare alla poesia visibilità, prove di esistenza. Per cui Roma è una sorta di grembo, qualcosa in cui non potrei non ritornare, in cui presenze e memorie si confondono, dandomi il senso di un’appartenenza e di una radice.
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Roma ha fatto nascere o ha accolto moltissimi scrittori, italiani e internazionali.
Concludiamo con una riflessione su una poetessa o un poeta storicizzato, d’origine o residente o anche solo passato da Roma, che abbia dato un contributo rilevante al nostro panorama letterario.
Ricordo una sera nel villaggio dei pescatori a Fregene, in una casa-baracca affittata da Simone Carella. Guardavamo Mamma Roma, e mai come allora, con Simone e i suoi amici, mi è sembrato di stare con gli ultimi esponenti di una Roma in via di estinzione. La Roma del Beat 72, che quando scrivevo di teatro per l’Unità era sempre l’epicentro dei miei interessi. Quella sera a Fregene c’era Paola Febbraro, che del Beat 72 è stata una preziosissima artefice in ombra. Senza di lei, che in ombra curava la drammaturgia, e il cui contributo andava ben oltre la scrittura, non ci sarebbero stati spettacoli come I plebei provano la rivolta di Gunter Grass o La bella addormentata nel bosco
di Elio Pagliarani. Paola Febbraro, di origine umbra e romana d’adozione, voce inconfondibile nella poesia italiana di fine e d’inizio millennio, scomparsa a cinquantadue anni nel 2008. Le sono debitori diversi protagonisti dell’avanguardia teatrale romana, da Victor Cavallo ad Alessandra Vanzi a Gustavo Frigerio, oltre a Carella, con cui collaborò peraltro nei vari festival di poesia che si svolsero a Roma a partire da Castelporziano. La ricordo nell’Uccelliera di Villa Borghese per il bicentenario della rivoluzione francese, in cui quotidianamente venivano trasmesse per radio le giornate della rivoluzione, ricostruite in base a documenti d’epoca. La sua silloge Turbolenze in aria chiara fu pubblicata da Scheiwiller (1995, in quanto finalista del premio Laura Nobile) e poi in
un’edizione molto più ampia per Empirìa a pochi mesi dalla sua scomparsa, con postfazione di Vivian Lamarque che così scriveva: “Poeta complesso Paola Febbraro, dalla voce spaccata, franta che mentre in un solo fiato (con i suoi celebri versi lunghissimi) ci spalanca un mondo (“dio mio come sono cambiata sono la stessa di quando sono nata”), contemporaneamente, con un colpo di vento improvviso che sbatta e chiuda porte e finestre, ce lo sottrae alla vista per spalancarcene un altro: “Mondo? Ma è solo un piccolo pezzo di strada asfaltata/ Meglio !/ Mondo? Ma è solo una
giornata.”.
Ho conosciuto Paola (che a volte si firmava Paola F. Febbraro perché i genitori erano cugini con lo stesso cognome) al laboratorio di poesia curato da Elio Pagliarani nel 1988 presso “La Ragnatela” in via dei Coronari. E Pagliarani ed Amelia Rosselli (di cui curò Lezioni e conversazioni e Lezioni di metrica) erano i suoi numi tutelari. Pubblicò La rivoluzione è solo della terra con Manni (come silloge vincitrice del premio Renato Giorgi) nel 2002, dopo anni di scrittura e riscrittura dei suoi versi, con un gran lavorìo di varianti. Sempre esigentissima e difficilmente appagata, il suo era un lavoro di continua rivisitazione, in divenire, come timoroso di una veste definitiva. Per questo attese tanto a racchiudere in un libro di ampio respiro i suoi versi, dal carattere aperto e sperimentale, per quanto la sua poesia non risponda ad intenti programmatici e sia sempre legata a un contrappeso biografico. Poesia che si dilata o si rapprende anche in un solo verso, come quella per il fratello Stefano: “mano nella mano attraversiamo l’ennesima ambulanza”, o in un distico: “Il coraggio non usato per nascere/ è ciò che canta prima di parlare”, o in terzine: “come se amore fosse la maggiore/ tra le cose da misurare per valutare questa stagione/ di sgomberi e traslochi da un sentimento ad un altro”; “non animo più i segni e lascio liberi gli uccelli e la loro scienza del volo/ e loro/ lasciano libera me”. Chi scrive è interamente parte in causa, senza un distacco dall’esperienza che gli consenta di porsi come testimone. Circola aria in queste poesie, in una lingua personalissima di straordinaria vivezza, conquistata al prezzo di un’incessante elaborazione interiore, con una
inconsolata e irragionevole impossibilità a farsi da parte. Quello di Paola è un tempo biologico, organico, in cui risuona una decisa rivendicazione di appartenenza: “sono della specie femminile che piange”, nel “lavorio del mondo” che coincide con il lavoro poetico. La poesia che segue già figurava, con lievi varianti, nella sua prima silloge:
Bellezza non ce n’è
e pensare che
ero partita per farne inno
i sogni sceneggiavano direttamente e puntualmente
gli ultimi richiami prima di chiudere gli occhi
io non li mettevo in pratica o sì
scartando la loro realizzazione
e la mattina era più cheta
senza meraviglia, magari:
amare per sottrazione d’inganni e promesse

