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Plinio Perilli al Questionario sulla Poesia

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In questa rubrica, poniamo ai poeti romani o che risiedono o transitano spesso nella Capitale, due tra le domande più emblematiche tratte dallo storico saggio Il pubblico della poesia di Alfonso Berardinelli e Franco Cordelli che, dal 1975, per ben tre edizioni, pone ai poeti i doverosi interrogativi sul linguaggio letterario, nonché sul presente e sul futuro della poesia italiana. Dal confronto e dall’intersezione delle risposte potrà emergere la possibilità di fare un quadro, seppur non esaustivo ma almeno verosimile, dello stato dell’arte poetica contemporanea e dell’annosa questione dell’industria della cultura di oggi.

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Hai idee generali organizzate in ipotesi (e tesi) teoriche intorno allo scrivere poesia in generale e allo scriverla oggi?

A più riprese, ho spesso elaborato idee, riflessioni, bilanci – non certo teorizzazioni, che non amo perché sterili e partigiane – sullo scrivere poesia in generale, e soprattutto sullo scriverla oggi… Partito suppergiù negli anni Settanta, coi roridi, sempreverdi lacerti cespugliosi di post-ermetismo ancora in campo, sparpagliati ad libitum, e ancor più, imperanti, le caparbie, agguerrite e affilate incursioni neosperimentali, trasgressioni un po’ à la page (la guerra all’Io, et similia), anarchismi presto di moda, ebbi invece il fervore di puntare e insistere sulla giostra vivace e ispirata dei sentimenti, insomma sui Frammenti d’un discorso amoroso che allora furoreggiavano, sulla scorta di Roland Barthes (1977); ma egualmente permanevo devoto nella mia voglia di riconsacrare un purismo semplice e quotidiano che partiva certo in egual modo da un sano, “impegnato” realismo, e da un’annessa e connessa, innamorata e impegnata voglia di elegia…
Attenzione: la mia prima pubblicazione fu a cura di Antonio Porta sul “Alfabeta” (fascicolo gennaio 1982), rivista allora cult delle nuove tendenze (la animavano, assieme a Porta, Umberto Eco, la Maria Corti, Nanni Balestrini) : in cui mi ritrovai antologizzato (sic!) con un poemetto d’amore, “Tre ricordi”. E il bello è che non mi riconoscevo affatto né nell’impennata ebbrezza stilistico-sentimentale della Parola innamorata (l’antologia fortunata di Enzo Di Mauro e Giancarlo Pontiggia), né nella nuance risoluta, alchemico-metafisica, e un po’ anche parola d’ordine dell”orfismo” che era in gran spolvero, àuspici Giuseppe Conte e Milo De Angelis, uguali e contrari. Amavo, certo, l’alba travagliata e felice del ’900 italiano (Ungaretti, Montale, ma anche Cardarelli e Campana, Saba ovviamente e poi gli allora giovani surrealisti d’idillio, Gatto e Bertolucci – e poi a seguire tutti e davvero i migliori, Betocchi e Quasimodo, Luzi e Sereni, Pasolini adolescente, poi giovane anima in pena).
Amavo e inseguivo quella luce italiana (sembrerebbe un parlare di cieli, dagli azzurri sereni di Corot ai tonalismi di Mario Mafai) che l’amico Eraldo Affinati riconosceva ed elogiò, più avanti, nelle terzine inesauste dei Petali in luce…

Amarsi. Dunque non più correre, né solo camminare…
Volare un peso. Fluttuare, librarsi! Se Amore è aria,
o mare aperto che fra le braccia chiudiamo, alati.

Ma ecco giungere il mio incipit editoriale de L’Amore visto dall’alto (Amadeus, Finalista al Viareggio dell’89 – stravinto da Bertolucci col romanzo in versi La camera da letto), che piacque ai vecchi soloni del Premio, che infatti mi concessero, ricordo indelebilmente, complimenti affettuosi e simpatiche pacche sulle spalle: ricordo ancora oggi quelle di Cesare Garboli…
Dando retta ai consigli sinceri di Elio Pecora, separai dalle bozze del mio primo libro, in nuce e in pectore, le poesie brevi, sì le liriche propriamente dette (confluite ne L’Amore visto dall’alto) dai racconti in versi (amavo tanto, oltre al Rilke primigenio, il Baudelaire dei “poemetti in prosa”, e non poco, oltre allo stilismo strenuo e puro di Cardarelli, la vena, la tirata e professione anti-ermetica del Pavese di Lavorare stanca. Ma fin troppe letture s’affollavano, deliziando la mia voglia di crescere e di guardare, poi registrare la Vita: Verlaine, Rimbaud, Apollinaire, Eliot e Pound sempre, così come Yeats o Celan, Dylan Thomas e magari anche Gregory Corso … E sempre i russi (basilari le grandi poetesse), o il cante jondo di Lorca, il suo amor obscuro, poi la dolcezza melodiosa di Machado…
I complimenti migliori me li fecero subito dopo l’uscita dei racconti in versi delle Ragazze italiane (Sansoni, due edizioni di 2000 copie, perfino 48 apparizioni al “Costanzo Show”, dove sedetti per tutta l’estate 1990, in una puntata catechizzato e rincuorato addirittura dall’allora celebre Dom Franzoni, l’abate di San Paolo fuori le mura, poi spretatosi, per la mia testimonianza di un amore, al contempo, spirituale e carnale. Impennate giovanili, elegie neo-catulliane… Giuseppe Conte mi recensì sul supplemento di “Repubblica” (8 sett. ’90), concedendomi elogi assai belli (“I versi sono lunghi e narranti, elegiaci, come tradotti da un latino anacronistico: fanno pensare più a Tibullo e a Properzio che a Gozzano”… E ancora nel ’94, del resto, il caro autore de L’oceano e il ragazzo mi reputava “il più ‘latino’ e ovidiano dei nostri giovani poeti” (30 luglio 1994)…
Eppure non bastò, non bastava: come ogni pittore che si rispetti, bisognava, in corso d’opera, a mo’ di un fervido auspicio in progress, saper cercarsi dentro sempre nuovi periodi, afflati (no, non stilemi). Dopo le liriche, racconti in versi; e dopo gli amori (gasp, fu quasi il motto di Clemente Rebora) cercare l’Amore. Il terzo libro, Preghiere d’un laico, mi portò il Premio Montale e altri riconoscimenti di pregio: il Gatto, il Gozzano… Sembrò convincere molti, molti Felici Pochi s’intende (Luzi, Spagnoletti, l’allora giovane Paolo Lagazzi, mio ottimo esegeta: “la poesia di Perilli è, allo stesso tempo innervata da un pathos ascensionale, da una sorta di soffio celeste, da una tensione dell’anima alla gratuità divina, dionisiaca delle cose – “l’inutilità vitale / che ci fa belli” – capace di salvarla da quei viluppi mentali, da quelle trappole dell’ingegnosità e della maniera che troppo spesso minacciano la poesia dei nostri anni.”).
Ma in realtà quell’effusiva innologia poetica finì un po’ osteggiata, velatamente, dai progressisti (sic), perché c’era la fede, parlava di Dio e forse anche un po’ con Dio; per di più aleggiava un sospetto, egualmente, di cifra cattolica, perché c’era il sesso, anzi preciso meglio, il desiderio… Come dire un qualcosa di imperdonabile! Ma col tempo si poté trovare un fulgido punto d’incontro… Ovviamente e com’è giusto, sia con le faccende dell’anima, ospitate e che coabitano in quelle stesse del corpo. Giuseppe Ponteggia mi prefò con gioia i Petali in luce – tutte terzine, una a giorno come per un calendario interiore, un’agenda stessa cnoscitiva:
Persi mio padre Ivo nel ’94, e fu un colpo intensissimo. Poi nel ’95 con Eraldo Affinati andammo ad Auschwitz a piedi partendo da Venezia – era un memorabile viaggio di memoria e auscultazione della Storia, a cinquant’anni dalla fine della Guerra. Lui nel ’97 ci scrisse un romanzo etico-diaristico di gran peso, Campo del sangue. Un viaggio certo più grande di Noi, ma che adempimmo come un dovere della coscienza e insieme come un diritto dell’immaginazione temprata dalle radici degli eventi, dei vari anche tragici avventi del Moderno. Il Viaggio al termine della notte, La terra desolata, la Luce coatta, La banalità del Male, La religione del mio tempo… tutto in fondo vi confluiva…
Lavorai tanto: nel 1990 proposi un’antologia da Sansoni sulla Storia dell’arte italiana in Poesia – fulcro del mio folle e incarnato amore per le “sinestesie” (una cara lettera di G.C. Argan mi resta come premio trasparente, quelli che solo valgono e contano). Poi aggregai un altro testo antologico sul Sentimento della Natura nel ’900, Melodie della Terra, 600 pagine e 4 anni di lavoro (Crocetti, Milano, 1998): m’inorgogliava la gioia di aver messo insieme i fili di tanti amori. Intanto lavoravo alla collana apprezzatissima della Fondazione Piazzola, e con Giacinto Spagnoletti stampammo testi essenziali: la ristampa delle Variazioni belliche della Rosselli (Lei mi concesse l’ultima intervista), una splendida prova di Elio Pagliarani che curai con la devozione di un giovane amico laico, più che di un allievo (trovai anche il titolo: La Pietà oggettiva).
Ma furono anche anni difficili sul piano privato: un matrimonio, un divorzio, un nuovo importante legame che durò vent’anni (finché la Nina Maroccolo, brava artista totale, non cedette un po’ al covid, un po’ a un’ostile neoplasia). Diedi alle stampe Gli amanti in volo, chagalliano e un po’ rilkiano canzoniere d’amore, nel 2014, dopo una stesura che via via cambiava, si evolveva in parallelo alla mia vita affettiva. Poi nel ’20, in pieno Covid, raccolsi tutte le mie poesie cosiddette “civili” e, nacque il Museo dell’Uomo incorniciato dalla fine pena critica di Giulio Ferroni. Ci fu tempo e voglia per e anni e anni di Laboratorio di Poesia, tantissime curatele, presentazioni; la stesura d’un librone sinestetico sul Cinema cui sono devoto come alle mie stesse radici familiari: Costruire lo sguardo (Mancosu, 2009, pp. 516). E anche come poeta, ecco, io ho sempre cercato questo, lo sguardo, di volta in volta orizzontale o verticale che introietta e libera dentro, ora seduttivo, ora sacrale, ma sempre laico e devoto all’umano, troppo umano, fra ombra e luci, angeli e demoni (demonietti, nulla di più, nulla di meno) perfettamente inclusi.
Ecco ora tre liriche della prima raccolta, “Moviola sentimentale”, “Il peso del mondo” e “Taglia 44”.

Moviola sentimentale

Facile innamorarsi: difficile è essere,
innamorati. Sarebbe come fermare il tempo
al prima, dopo la vittoria rivivere l’inizio
della corsa, celebrare rallentato lo scatto muscolare.

Immortalare quel bene che provai incontrandoti,
quando vederti era già guardarmi dentro, oltre,
e meritare i tuoi occhi, che pensavano col cuore.

Il peso del mondo

Se ti sollevo, per tenero scherzo virile –
pesi tanto quanto il Mondo al mitico Atlante,
o a tratti niente: come aria pulita,
come un sentimento che è giusto che esista.
“Mettimi giù!”, compiaciuta ti diverti, strilli…

E ti riposo a terra, tra i fiori – perché i veri amori,
hai ragione, vivono bene anche quaggiù!:
e non invidiano né le gonfie, libere nuvole
– né la pudìca luna impallidita di Dio.

Taglia 44

Quel bellissimo abito che non puoi comprarLe:
da sera, nero, la scollatura d’incanto –
certo lo metterà un’altra donna con meno amore.
Dalla vetrina del Centro, aspetta stupendo
un acquirente: ma tu non raggiungi la cifra;
mediti; rinunci ad avverarLe un sogno
con sei zeri e sette cifre…

“Lei lo metterebbe con quella sua spilla!,
i capelli tirati all’insù: balleremmo…”.
Però non dirLe nel pomeriggio ripetitivo
e consueto, quando – ragazzo – L’incontrerai
in jeans, che avete vissuto stamattina
una sera elegantissima, abbracciata di seta nera,
tra lancinanti cristalli di gioia! E che il sole
attraversava, frangeva quell’intimità esposta
al pubblico, come un riflettore che incoroni
due giovani sovrani in Amore. Mancavano
le coroncine, eppure tu ne sentivi il peso…
*

Che cosa sono per te il pubblico, il mercato culturale e l’industria editoriale (nel presente quesito vengono unite due distinte domande del questionario, nda)?

Gisella ottimamente unisce due domande del questionario di Franco Cordelli
e Alfonso Berardinelli, ma sono in realtà due, anzi tre cose ben distinte.
– Il pubblico, senza soverchie mitizzazioni, può essere anche una cosa cara. Ma va tenuto a bada. Quasi non considero quello delle librerie e delle presentazioni ad hoc, perché è poco più d’una claque. Con tutte le sue affettazioni, gli artifici e le controindicazioni. C’è chi tenta di tenersi buoni tutti, ma è banale e improvvido. Non si può dare a tutti dei bravi poeti, perché poi loro ci incensino con vicendevole ipocrisia. Chi è onesto sa, dov’è la verità. Perfino tra gli amici usuali, gli allievi splendidi o casuali del nostro stesso laboratorio. Un bel banco di prova sono stati gli incontri nelle scuole (ne ho fatti a decine, negli anni, a centinaia). Meritare l’attenzione degli studenti, non è affatto una cosa facile. Ma col piglio d’una grande, trascinante sincerità, si riesce a volta a calamitare la loro attenzione; nonché il segreto bisogno della poesia, che riguarda tutti!
– Il mercato culturale, è una discutibile, improbabile linea di tendenza: esso risulta così’ totalmente o quasi artefatto, costruito e manipolato…
– Ecco dunque, “lupus in fabula” l’unico vero, supposto ruolo della c.d. industria culturale, di cui molto so anche per sentito dire – ma nulla di piacevole o lusinghiero, meno che mai in termini poetici. Insomma, anche le mode si cavalcano, spesso addirittura si creano.

*

In questa parte dell’intervista, approfondiamo il rapporto dei poeti con la letteratura e il territorio.

Quali sono tre titoli fondamentali, tra narrativa, poesia, saggistica o altro, per il tuo percorso da poeta?

Seguendo la traccia della domanda, i tre miei titoli fondamentali penso siano (procedo suffragandoli per lodi esterne, altrui, onde evitare cortocircuiti di micidiale, fastidiosa e narcisistica vanità…:
– Narrativa (o “quasi”): Ragazze italiane.
– Poesia: rinuncio alla lode scontata del primo libro, quello che solitamente ci decide poeti (per alcuni è invece il secondo – quello che ti conferma poeta): e vado direttamente all’ultimo, Museo dell’Uomo.
– Saggistica: Storia dell’Arte italiana in poesia.

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Che relazione ha la tua scrittura con Roma?

La relazione della mia scrittura con Roma è profondamente connaturata, infibrata, per sintesi, mi diverto a dire, neurovegetativa. Nel 2010 ho dedicato a questo debito/credito un intero libro, RomAmor, un testo brioso, a tratti scanzonato, ma in realtà serissimo. E devoto a tutti i prestiti, gli imprestiti ricevuti, e fatti presto oggetto di devozione. Riporto solo le poche righe scelte per la quarta di copertina

Palindromo imperfetto, eccelso e antiquo,
Caput Mundi concreto e ideale Finis Terrae,
Capitale della Storia e dell’Arte, ROMA non si
legge antipodicamente eguale da entrambi i versi,
ma come un alfabetico Giano “bifronte” intona
ed evoca AMOR, l’Amore – e forse, realmente,
rappresenta e insegna quella quadratura del cerchio,
quel divino umanato che gli ingegneri dell’Arte
e gli architetti della fede hanno inseguito
per secoli, per millenni, sempre e solo
sfiorandoli, come s’incarna e si sfalta
insieme la trasparenza di un’Utopia.

Ecco ora una breve scelta dall’Indice, di alcuni temi o autori trattati…
…
“Cent’anni di Indifferenza – Moravia come era, e perché ci manca”
“Gadda – Il Palazzo del Pasticciaccio”
“L’OVRA a Cinecittà”
“Ungaretti – Il barocco cataclisma che è in noi”
“Gli operai ‘belli’ di Sandro Penna”
“La voce inconsumabile di Pasoilini”
“Dario Bellezza, l’autoironico ‘maledetto’”
“Omaggio ad Amelia Rosselli – Pizia estenuata del Novecento
“Belli riformattato”…
“Duemila anni di satira ininterrotta (da Orazio a Flaiano, e oltre)”
“De Chirico ‘Arcangelo Affaticato’” (nel caveau o tombeaux delle avanguardie)…
…
*

Roma ha fatto nascere o ha accolto moltissimi scrittori, italiani e internazionali.

Concludiamo con una riflessione su una poetessa o un poeta storicizzato, d’origine o residente o anche solo passato da Roma, che abbia dato un contributo rilevante al nostro panorama letterario.

Circa il poeta o i poeti storicizzati con cui ho avuto davvero a che fare, subito il pensiero va a quei non pochi incontri che, giovane e ottimista, ricevetti dal tempo e dalla sorte come dono, dono suadente ed effettivo. Ho conosciuto e a tratti frequentato Maria Luisa Spaziani, Amelia Rosselli, Aldo Rosselli, Elio Pagliarani, Dario Bellezza, Valentino Zeichen, Gregorio Scalise, Elio Pecora, Renzo Paris, Vito Riviello, Luigi Fontanella, Valerio Magrelli, Alberto Toni, Marco Palladini, Claudio Damiani, Alessandro Ceni, Fernando Acitelli, Eugenio De Signoribus, Umberto Piersanti, Dante Maffia, Gian Ruggero Manzoni, Luigi Manzi, Giovanna Sicari (e Milo De Angelis, quand’era a Roma con lei)… Più di recente, Marco Onofrio, Domenico Cipriano, Gian Piero Stefanoni, Enea Roversi… Anche tante poetesse, che ho sempre prediletto: Anna Cascella, Luciana Frezza, Maria Clelia Cardona, Giulia Perroni, Mariella Bettarini, Maria Jatosti, Fausta Genziana Le Piane, Lucianna Argentino, Tiziana Colusso, Cristina Sparagana, Letizia Leone, Rita Pacilio, Anna Maria Farabbi…
Ma ora, un po’ per paradosso, un po’ per reboante verità, desidero qui ricordare solo Vito Riviello, se non altro perché ha sdoganato senza retorica la verve ironica, finanche sarcastica, di una professione poetica che è tanto più vera solo quanto meno si prende sul serio… Anche oggi, ad esempio, vedo, registro e annoto fin troppi poeti (idem poetesse) artefatti e presuntuosi, improvvisati o peggio superfetati. Ridicoli, solo a pensare alla grazia, alla pazienza e alla sovrana umiltà di chi davvero era grande, e non ne abusava mai, non se ne vantava in alcun modo. Nomi come Mario Luzi, Andrea Zanzotto, Emilio Villa, Nelo Risi ed Edith Bruck, Guglielmo Petroni, Alberto Moravia, Cesare Zavattini, Tonino Guerra, Furio Scarpelli, Ugo Pirro… stavano lì a dimostrarlo, a rivelarcelo… Vale anche per gli studiosi e saggisti – i critici! – che il Signore ce li conservi lucidi e onesti… Passano spesso per queste loro schiette virtù, i meriti e il destino, le sorti propriamente dette della letteratura. Glissiamo sul caro elenco dei nomi.

Di Vito Rivello (di cui curai nel 1997 l’opera forse decisiva, Assurdo e familiare, Piero Manni Editore), riesumo un testo divertentissimo, e, ahinoi, molto “romano” (lui era lucano), nella positura, starei per dire postura, scanzonatamente anti-intellettuale, che più ci occorre, specie dopo la concreta, nefasta e cruciale “fine dell’aura” (Benjamin docet)

Au telephon

Vi telefono la guerra da un angolo
che in pace è l’angolo in cui parlo
infinitamente d’amore… qui l’angolo
è ottuso ma rumoroso, attraversato
da missili che s’infrangono contro
antimissili missili, sentite il rumore
sinistro, agghiacciante, due balene
di cielo che si scontrano al massimo
dell’attrito mentre onde celesti
si propagano fin nel deserto o nel mare.
Per telefono vi comunico l’angoscia
che ad ogni allarme afferra l’essere
ancora vivente che si nasconde sotterra.
A terra mirano i soldati la guerra
che dovrà venire, intanto all’orizzonte
passano intervalli di cammelli.

(da Monumentànee, incredibile a dirsi, sono versi del 1992…, perfettamente attuali!)

Ogni Bene, viva sempre la poesia!