Magazine

Maria Teresa Ciammaruconi al Questionario sulla Poesia

,

In questa rubrica, poniamo ai poeti romani o che risiedono o transitano spesso nella Capitale, due tra le domande più emblematiche tratte dallo storico saggio Il pubblico della poesia di Alfonso Berardinelli e Franco Cordelli che, dal 1975, per ben tre edizioni, pone ai poeti i doverosi interrogativi sul linguaggio letterario, nonché sul presente e sul futuro della poesia italiana. Dal confronto e dall’intersezione delle risposte potrà emergere la possibilità di fare un quadro, seppur non esaustivo ma almeno verosimile, dello stato dell’arte poetica contemporanea e dell’annosa questione dell’industria della cultura di oggi.

(La fotografia dell’autrice è tratta dall’ultima edizione di Ritratti di Poesia, del 2025, a Roma, all’Auditorium Conciliazione. Credito Vinicio Ferri).

1) Hai idee generali organizzate in ipotesi (e tesi) teoriche intorno allo scrivere poesia in generale e allo scriverla oggi?

2) Che cosa sono per te il pubblico, il mercato culturale e l’industria editoriale? (Nel presente quesito vengono unite due distinte domande del questionario, nda)

In questa parte dell’intervista, approfondiamo il rapporto dei poeti con la letteratura e il territorio.

3) Quali sono tre titoli fondamentali, tra narrativa, poesia, saggistica o altro, per il tuo percorso da poeta?
4) Che relazione ha la tua scrittura con Roma?

Roma ha fatto nascere o ha accolto moltissimi scrittori, italiani e internazionali.

5) Concludiamo con una riflessione su una poetessa o un poeta storicizzato, d’origine o residente o anche solo transitato da Roma, che abbia dato un contributo rilevante al nostro panorama letterario.

Risposte

Penso ai millenni di poesia in metrica che, rinnovando progressivamente passo e lingua, si diffondeva per strade e paesi. I versi penetravano palazzi, teatri, sfociavano nelle piazze affidati alla memorabilità del ritmo.
La poesia ha accompagnato i giovani a scuola in guerra e nelle taverne; ha cercato l’unisono con gli accordi di strumenti musicali; l’arte del sonetto, del madrigale, della canzone presupponevano la corporeità del canto e nel corpo poetante sillabe e note cercavano il terreno dove la diversa origine dei segni diventasse fonte di armonia.
Intanto polmoni e cuore battevano il tempo che il passo stabiliva e l’accelerazione poteva raggiungere al massimo il ritmo del galoppo. I giorni scorrevano al tempo delle stagioni.
Intanto la poesia illuminava anche gli analfabeti nella filastrocca che scalda e consola. E poi, la poesia che Federico II esigeva dai notari della sua corte, che viaggiava a bordo delle terzine dantesche e delle ottave della Gerusalemme e dell’Orlando. E ancora: il ritmo facile degli ottonari manzoniani esaltava all’assalto gli ardimentosi del nostro Risorgimento.
Un patrimonio da condividere e tramandare.
Anche se la diffusione della stampa ha contribuito a fissare la dizione del testo poetico, in realtà per secoli la natura orale della poesia persiste come il presupposto distintivo che ne informa composizione.

Ciò detto, sia subito chiaro: non voglio celebrare il paradiso perduto. Sono viva nella misura in cui vivo il mio tempo e la nostalgia non mi appartiene. Mi guardo alle spalle solo per dare un nome alla corrente che mi ha condotta qua, all’inizio del terzo millennio dell’era cristiana, nel bel paese dove il sì suona, e proprio a Roma caput mundi che oggi più che mai è luogo di accoglienza di lingue e culture di varia origine.

Non descrivo la rivoluzione copernicana che ha sconvolto gli ultimi cento anni del pianeta, perché la conosciamo tutti, anzi, la viviamo. Ma piuttosto mi chiedo: in questo nostro tempo cablato, correlato e perennemente interconnesso, mi chiedo quale forma assumono gli accordi, l’armonia, la memorabilità? Dove si colloca il corpo poetante che genera poesia come patrimonio condivisibile? Ché, se di pubblico della poesia si vuole parlare, individuare le strategie di condivisione e d’obbligo.
Potrebbe ancora il nostro cervello memorizzare versi per farne cultura condivisa?
La velocità e la quantità di comunicazione disponibile in epoca post-moderna come e quanto incide sulla possibilità di fare emergere la polisemia propria di un messaggio poetico?
Come può il mistero di un verso compete con la standardizzazione dei linguaggi? Dov’è chi sia disposto ad ascoltarlo?
Intanto osservo quell’IO che in tanta poesia di Otto e Novecento ha troneggiato ipertrofico e lo ritrovo asfittico e depresso nel liquame mutevole delle contraddizioni planetarie.
Se mai la poesia ha avuto per la collettività una funzione consolatoria, ora l’ha completamente perduta: i media e i falsi impegni intasano ogni spazio e distraggono quanto basta. Direi che tutto sommato lasciare che fiction, burraco e consumismo assolvano alla funzione di distrarre e consolare chi un tempo si consolava consumando poesia, potrebbe avere un risvolto positivo.
Così la poesia è costretta a cercarsi una nuova mission, o riprendersi quella per cui è nata, forse. Forse – il dubbio sistematico è obbligatorio – districandosi nella babele dei linguaggi, potrebbe ricominciare a cercare quell’umus ancora vivo che le permetta di ripartire sul terreno impervio della conoscenza, mettere in moto la ricerca di quelle verità disseminate, frammentate e schiacciate dalla superfice patinata della realtà (patinata anche quando è terribile, ché i cantori dello scandalo sono i più ricercati), dietro i fatti (tanto più oggettivi quanto più manipolati), addirittura dietro gli stessi sentimenti (espansioni molto meno individuali di quanto siamo abituati a credere). Potrebbe, la poesia, riaprire gli occhi e creare una sua propria connessione con possibili verità non evidenti, quelle che forse attingono a sensi non codificati, quelle sfuggite al computo degli algoritmi. Una poesia rabdomante, non misterica, mistica o metafisica, ché l’acqua c’è, ma è nascosta sotto distese aride.
Certo, i linguaggi mediatici si sono fatti scaltri: suggeriscono orizzonti esotici e misteriosi, ammiccano all’unicità delle scelte e ci parlano di emozioni a ogni piè sospinto. Ipocrisia ben calibrata e redditizia. Così per la poesia è aperta una nuova sfida. Mariella De Santis parla di poesia atta a cogliere l’eccedenza della realtà, sono d’accordo con lei e sottolineerei poesia atta a prescindere dall’immediatezza, dal successo di massa, capace di rinunciare all’audience. E forse anche al pubblico.
Ma se si vuole accedere all’eccedente, allo sconosciuto necessario alla sopravvivenza interiore, si deve essere disposti all’invenzione di nuovi strumenti di ricerca, quindi di un nuovo linguaggio disposto a corre il rischio dell’incomprensibilità, poiché in arte il linguaggio non è strumento ma soggetto in sé.
Lo so, è quello che da sempre fanno le avanguardie, perlomeno quelle più serie che non si limitano al gioco formale. Sono i meravigliosi avventurieri, gli acrobati senza paracadute disposti a farsi esplodere insieme all’armamentario estetico e retorico ereditato. Gli siamo grati per questo passaggio obbligato, perché dopo nulla è più come prima. Lo svecchiamento permette al nuovo di avanzare, nonostante qualche inevitabile riflusso.
Ma che direzione prenderebbe oggi un’avanguardia?
I pubblicitari e i novelli registi signori dei media sono capaci di rimasticare ogni codice e, fornendo in partenza gli algoritmi giusti, in poco tempo anche l’A.I. è in grado di inventare il più rivoluzionario dei poemi.
Forse una poesia rabdomante, dopo essersi contaminata con tutti i nuovi linguaggi, potrebbe tornare alla nudità della parola, creatura ondivaga ma duttile e pervasiva. Forse la poesia dovrebbe esigere da chi la maneggia la consapevolezza, quella che permette di prescindere dalle urgenze individualistiche e che si faccia carico sia dell’esperienza millenaria di cui la parola è depositaria che della sua capacità di rinnovarsi. La condivisione non è quella a cui aspira chi smania protagonismo nelle platee dei luoghi deputati, ma chi osa guardare oltre sé stesso, o meglio, utilizza sé stesso come tessera che prende senso e forma solo all’interno di un mosaico condiviso e sensibile alle mutazioni. A volte può diventare importante essere addirittura inattuali, ove l’attualità non è che rito svuotato. Sentimenti, emozioni individuali sono certo necessarie e imprescindibili, ma solo nella misura in cui riescono a superare l’ego che li ha prodotti. In che modo sinceramente non lo so, è un viaggio con molte mappe e nessuna meta.
È difficile orientarsi nella babele degli attuali linguaggi che si intrecciano e restituire alla parola nuda la dignità che le permetta di dire il mondo e l’uomo.

Conduco il mio viaggio nel mondo della poesia accompagnandomi a tratti con indispensabili compagni di strada, randagi e disorientati come me, insieme brancoliamo nella nebbia. Ma a volte la luce di un faro mi ha investito.
L’ho vista quando ho incontrato Emilio Villa.
Che difficoltà avere accesso ai suoi scritti! Sembra incredibile che un uomo tanto disposto alla socialità, allo scoppiettante incontro conviviale fosse poi così parco nella pubblicazione.
Io e Sergio Zuccaro lo abbiamo raggiunto a casa sua quando un ictus lo aveva ormai ridotto all’afasia. Con la mano sinistra incerta e malferma ha firmato per noi la sua ultima raccolta 12 Sibylle. Era il 1995. La sua compagna Nelda ci mostrò la parete della loro casa dove incolonnati fino al soffitto migliaia di fogli in A4 contenevano la traduzione della Bibbia. La sua traduzione dall’Odissea la trovai facilmente in una collana economica della Feltrinelli mai adottata nelle scuole. Quando era stata pubblicata, nel 1964, fu considerata dagli accademici stravagante e spropositata. Villa, nell’asimmetria linguistica della sua traduzione, voleva far rivivere il mondo dell’ecumene preellenico perduto già ai tempi di Omero, voleva resuscitare quella tensione tra l’umano e il divino che animava le società analfabete a cui era destinato. Finalità estranee alle convenzioni stilistiche e didattiche degli anni ’60. Ma Villa non si preoccupava certo del pubblico della poesia. Non se ne preoccupava neanche quando scriveva i suoi testi facendo esplodere tutte le tradizioni linguistiche di cui si era nutrito. Passava con disinvoltura dal greco antico al portoghese, dal francese al latino e per di più trasformava ulteriormente le parole sotto la spinta di una suggestione ritmica o di un’analogia. Anche il pubblico più avveduto e acculturato restava confuso. Anche le avanguardie che proprio negli anni Sessanta furoreggiavano nella distruzione di tanto poetare post ermetico ed elegiaco (peraltro con scarso successo), anche loro lo guardavano con distacco e non ricordo chi mai lo abbia citato per rendergli merito della più sacrale delle dissacrazioni. A onor del vero ricordo l’amico Mario Lunetta che mi fornì il suo indirizzo raccomandandomi di studiarlo e Filippo Bettini che gli conferì il premio Fiano 1996 (ma fu l’anno in cui i fondi scarseggiavano). Entrambi cari amici passati a miglior vita, ma in zone molto sotterranee della critica ci sono ancora studiosi coraggiosi che in silenzio si dedicano alla catalogazione e all’analisi di quell’immenso patrimonio che Villa ci ha lasciato.

Tornando al mio viaggio, vedo un altro faro che ancora illumina la mia strada: Stefano D’Arrigo, quello scrittore di modesta corporatura e visibilità, autore di Horcynus Orca il suo unico, gigantesco romanzo che nel 1975 fu pubblicato da Mondadori dopo venti anni di trattative editoriali, ripensamenti, revisioni. Elio Vittorini, nel corso dell’estenuante attesa, era riuscito a farsi dare da D’Arrigo le prime duecento pagine (sulle oltre 1264) forzandogli la mano; due anni dopo nel 1960 a sua insaputa le pubblico nel Menabò, la rivista culturale che dirigeva per Einaudi. Desiderava dare visibilità alla complessa operazione letteraria e quindi costringere il suo autore a completare l’Opera. Ma quando, pensando di compiacerlo, gli inviò la copia di cortesia col titolo I giorni della fera, lui rispose con una sola parola scritta in un telegramma: “Merda”. Anche dall’ultimo e prezioso libro di Gualberto Alvino Scritture verticali (Carocci Editore, marzo 2024) apprendiamo di quanto la vita di Stefano D’Arrigo sia stata angariata dalle difficoltà economiche, solo gli addetti ai lavori conoscevano il suo lavoro così lontano dalla letteratura che cavalca l’onda dei premi e delle kermesse, ma non per questo D’Arrigo rinunciò mai a quella sperimentazione che vede sulla pagina il campo dove ricerca esistenziale, esperienza conoscitiva e linguaggio combattono la stessa battaglia. Una battaglia che non prevede appuntamenti e scadenze e non cerca conferma nel plauso del pubblico.

D’Arrigo è un narratore. Ma ha ancora senso distinguere, stabilire una netta differenza tra scrittura narrativa e scrittura poetica? La lingua inventata da D’Arrigo ha della poesia tutta la visionarietà, si scandisce in ritmi poematici che partoriscono miti. Una lingua usata e abusata, arcaica e neoterica, l’invenzione lessicale attinge al dialetto, al parlato e ai cultismi, si espande in fonosimbolismi, si duplica e si contrae. Alvino parla di onomaturgia darrighiana.
Per me è stato un grande maestro di poesia.
Ma sia chiaro, non tutto lo sperimentalismo produce sensi nuovi, troppe volte si è perso nella propria schiuma o non ha retto alla propria ambizione. La sperimentazione autentica non è solo linguistica, ma soprattutto etica, interiore e conoscitiva. Non a caso considero un grande maestro anche Elio Pagliarani che ha mantenuto il suo stile anche quando ormai il gruppo ’63 aveva perduto l’impeto propulsore.
La sua poesia non produce gli effetti mirabolanti di Villa e D’Arrigo, ma il suo interrogarsi sul mondo è così onesto e profondo che la fragilità dei suoi personaggi – penso a Carla e a Rudi -diventa la fragilità di un’epoca. È un’epica cantata in sordina, quasi a ricordare che dentro il trionfalismo del secolo (forse di qualunque secolo) l’essere umano ha sempre il cuore della dattilografa sfruttata, o di un bagnino sul litorale adriatico.
Sono passati una trentina d’anni dal giorno in cui l’ho incontrato al Teatro L’Orologio e con lui mi dicevo dispiaciuta dello scarso afflusso di persone, mi rammaricavo di quanto poco interesse riscuotesse la poesia. Lui mi disse che era giusto così, che la poesia deve rimanere appartata e avere pochi accoliti. Non mi ha spiegato perché. E non mi ha spiegato neanche per quale motivo gentilmente declinò la mia proposta quando lo invitai a prendere parte ad un’operazione collettiva che vedeva coinvolti molti dei suoi amici poeti. Ha lasciato che fosse l’esperienza ad insegnarmelo.

Mercato culturale, industria editoriale…? Sono tutte attività legittime, a volte interessanti, a volte stimolanti, altre pure divertenti. Certamente favoritismi e compromessi svolgono la loro funzione come in tutti settori, o forse anche di più dato che l’arbitrio con cui si operano delle scelte artistiche è di difficile valutazione, ma sono comunque attività utili che contribuiscono a non perdere in contatto col mondo, foss’anche quello inutilmente abnorme della carta stampata. La grande editoria si occupa di poesia quanto basta per non perdere il primato. La piccola editoria porta avanti una strenua, commovente battaglia che merita rispetto.
Poi ci sono convegni, festival, premi. Se ci si va senza troppe aspettative, si fa pure qualche bella scoperta. E, ultime nella graduatoria delle occasioni che contribuiscono alla tutela e alla diffusione della ricerca poetica, le presentazioni di libri e le pubbliche letture. Ultime ma diffusissime, e Roma nel settore ha una grande tradizione. Senza scomodare le innumerevoli pubbliche letture dei tempi antichi, basti pensare alle serate futuriste o al festival di Castel Porziano che ha raccolto poeti di tutto il globo. Si contano innumerevoli i locali storici: Dal Lavatoio Contumaciale di Tomaso Binga alle domeniche al Pentatonic con la direzione dotta e garbata di Annamaria Curci. E ancora cocciuti raggruppamenti: I poeti dell’Esquilino, della Garbatella e del Tufello, non c’è quartiere che in una sopravvissuta libreria, in un’enoteca non ospiti un gruppo tenace di irriducibili poeti.
Qualcosa significherà…
Mi piace, saltuariamente, partecipare a queste manifestazioni dove magari rivedo qualche amico. Ci si scambia l’ultimo libro pubblicato, ci si compiace per l’impegno. Un sorriso, uno stimolo, un’affettuosità che scalda il cuore, e poi tutti in pizzeria che il pubblico della poesia va incoraggiato. Devo confessarlo, a volte partecipo volentieri, e sono pure contenta se qualcuno mi apprezza. Ognuno è lì con il suo bagaglio di poesie lette, scritte, dedicate, amate. Dove c’è ancora spazio per regalare o premiare un libro di poesia sopravvive la coscienza di dovere nutrire la nostra vita di cose non necessarie, sostanzialmente fuori commercio, alimenti indispensabili alla nostra sete di infinito.

Forse a Roma il pubblico della poesia è formato dagli stessi che la fanno. A me sta bene anche così, ma non mi sembra importante esserne certa.
Importante è quell’umile lavoro di zappa a cui chiunque crei un verso contribuisce. Dal poeta della domenica, l’elegiaco innamorato di sé stesso, al poeta impegnato e riconosciuto, tutti insieme si lavora a dissodare quella terra dura che è la parola poetica. A ognuno il suo colpo di zappa secondo le sue capacità o anche solo secondo il suo bisogno.
Per fortuna non si muore di cattiva poesia. Ma di grande poesia si può rinascere.
Sul terreno che tutti contribuiamo a dissodare prima o poi arriverà un vero poeta, una sola cultura può produrne addirittura due in secolo, il rabdomante a cui sarà dato il compito di dissetarci tutti.
Se Dante o Shakespeare non fossero mai esistiti nessuno si lamenterebbe per la loro assenza.
Ma ci sono stati e continuano a parlarci.

Maria Teresa Ciammaruconi
Gennaio 2025