Immagine roma riflessa

Ogni anno il mio compleanno diventa per me un rito, un piccolo spazio di sospensione in cui mi concedo di tornare bambina. Forse è un frammento di infanzia che non ho mai del tutto elaborato o forse è semplicemente il piacere di avere, almeno per un giorno, il permesso di assecondare i propri desideri senza sentirli superflui.

Non fraintendetemi: non parlo della libertà distopica della notte del giudizio, ma più di quella tenera e leggera, che ti permette di celebrare la vita senza filtri.

Quest’ anno è cominciato tutto con la consueta domanda:

 

Auri, cosa vuoi fare per il tuo compleanno?

Andare al cinema a vedere Tre ciotole

 

Il film “Tre ciotole” è tratto dall’omonimo libro  di Michela Murgia. Non vi racconterò la storia nel dettaglio ma piuttosto le luci e le ombre che ha lasciato dentro di me.

E’ un intreccio di dialoghi, incontri e sguardi che rivelano fragilità umane. Emerge la sottile necessità di scardinare i pregiudizi che ci abitano senza che ce ne accorgiamo, come l’idea che una donna e un uomo non possano limitarsi a condividere complicità e risate senza che la società vi proietti sopra un significato ulteriore. E’ un messaggio delicato ma potente: ci ricorda che esistono legami autentici, capaci di restare puri e liberi da sospetti.

Nel racconto si intravedono anche figure solo in apparenza marginali, presenze discrete che sembrano restare ai margini e tuttavia non smettono di attendere: bramano un cenno, un sorriso della protagonista, nella speranza che giunga finalmente il loro momento. Sono la metafora delle occasioni preziose che nella nostra vita lasciamo spesso in ombra, non per mancanza di valore, ma per timore o perché il nostro sguardo si ostina a fissarsi altrove.

Poi c’è la parabola di un amore che lentamente si spegne. Quell’apparente paradosso per cui ciò che ci aveva rapito all’inizio diventa, col tempo, la ragione stessa del distacco. Nel percorso del film si avverte una lucidità dolorosa, ma anche la nostalgia struggente di ciò che all’inizio sembrava eterno e l’accettazione di questo.

E in questo scenario si muove Roma, che non resta cornice, ma si fa corpo vivo. Una città che abbaglia e opprime, che oscilla tra grigio e luce, splendida fino allo stordimento. Guardandola sullo schermo ho avuto la sensazione che qualcuno avesse catturato esattamente il mio sguardo quotidiano, quello che si perde nella sua maestosa imperfezione.

Eppure, oltre le storie d’amore, oltre le dinamiche sociali e persino oltre la città, il cuore del film pulsa in un punto ancora più profondo: la ricerca di sé. La protagonista la affronta dopo una diagnosi implacabile, ma il suo viaggio riguarda ciascuno di noi. È un invito a fermarsi, a interrogare i propri gesti, a ridare dignità a ciò che appare insignificante.

Le tre ciotole evocate da Michela Murgia sopravvivenza, ordine, rito non sono solo immagini legate al cibo, ma metafore potenti. Nei momenti di crisi ci ricordano che possiamo tornare all’essenziale, ritrovare equilibrio e ridisegnare la trama della nostra storia. In quelle ciotole si nascondono emozioni, ricordi, rituali che ci insegnano a non soccombere al caos, a non dimenticare il senso dei nostri passi.

E forse il regalo più grande, quest’anno e in ogni tempo, non è il cinema in sé né il festeggiamento prolungato, ma la consapevolezza che la vita è fatta di pause e riprese, di crepe e di ricomposizioni. Non sempre possiamo scegliere ciò che ci accade, ma possiamo sempre decidere come abitarlo, con quale sguardo e con quale cura. Forse crescere significa proprio questo: imparare a sostenere tra le mani le nostre tre ciotole con delicatezza, comprendendo che non sempre vanno riempite, ma custodite.

Perché la vita, in fondo, non ci chiede imprese straordinarie, ma la capacità di restare presenti a noi stessi, agli altri e al momento che viviamo. E accorgersi di questo, forse, è già la celebrazione più autentica che possiamo concederci.

 

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