Roma si specchia: dalla Centrale alla Strada
La Centrale Montemartini è un cortocircuito temporale di grande effetto. Su via Ostiense, è una presenza aggraziata e insieme imponente, come il dialogo che si instaura al suo interno. Connota in modo non tradizionale un quartiere altrettanto fuori dai circuiti canonici della Roma che tutti conoscono: questa è la parte di città dove Pasolini consumò la sua ultima cena Al Biondo Tevere.

Ma è anche quella che si raggiunge passando dal Ponte Settimia Spizzichino: collegato alla Circonvallazione Ostiense, costeggia la Roma underground, quella “dei coatti” e delle “comitive sui muretti” cantata nel 1999 dai Colle der Fomento.
Attraversando quel ponte non sai bene cosa guardare, ma sai cosa ti aspetta: arte urbana, archeologia stratificata, arte classica che coesistono restituendo una sensazione di spiazzamento.
È la zona dell’archeologia industriale di Roma, dove sorgeva una centrale elettrica, l’architettura produttiva segnata dal Gazometro e l’architettura dismessa e abbandonata degli ex Mercati Generali. Grazie alla Centrale Montemartini, spazi e tempi diversi interagiscono con l’archeologia in senso proprio.
Qui il tempo sembra sospeso tra un passato esposto, il presente della quotidianità e un futuro promesso che non si è ancora compiuto.
È sempre quel ponte a condurre a Garbatella, la città-giardino che si affaccia tra le scalinate teatrali, che sbircia dai cortili-chiostro, che si ferma tra le fontanelle. I suoi lotti di architettura popolare infondono nostalgia abitando la vita collettiva che orchestrano. Si intrecciano allora arte e urbanistica, comunità operaia e reliquie.
Come se non bastasse, in men che non si dica, si arriva a Testaccio – quartiere del “quinto quarto”, della Roma popolare – con il suo Monte dei Cocci, dove le anfore rotte caratterizzano uno scartato custodito.
Anche il Mattatoio, altro tempio dell’industria alimentare, è ora museo di arte contemporanea. Contenitori produttivi fanno spazio a contenitori culturali scorti da un intorno che cambia pelle ma resiste. Non più periferie, non più margini: le strade e le piazze di questi quartieri sembrano aver compreso che il vero centro è dove lo sguardo si ferma.
Ostiense, Garbatella e Testaccio hanno partecipato alla trasformazione che li ha visti protagonisti, sono osservati oggi da una Roma gentrificata che li riscopre e si osservano reciprocamente attraverso l’arte e la storia sociale. Qui l’archeologia è nei musei e sotto i piedi, nelle fondamenta delle case.
Edifici, muri anonimi, capannoni, saracinesche, strade – superfici utilitarie e spesso degradate – si trasformano in tele.
Lo spaesamento che ne deriva è ribelle: l’arte invade lo spazio pubblico imponendosi. I Murales di Iena Cruz e JB Rock non chiedono il biglietto d’ingresso: sono lì, in attesa di essere guardati mentre vai al lavoro o aspetti l’autobus. Il “basso” – industriale e operaio – diventa portatore di bellezza, osservato e osservante, degno di sguardo quanto quella statuaria classica che, non trovando posto nei Musei Capitolini, è accolta nell’ officina-museo che la ospita.
È infatti in questa costellazione urbana che si inserisce il museo, l’ex centrale, costituendone il nodo. All’esterno, alcuni studenti seduti organizzano i propri disegni o preparano i fogli che stanno per utilizzare. Sono gli stessi che all’interno, seduti e pazienti, traducono sulla carta l’immobilità di quei corpi. Stanno lì, a confrontarsi, a indicare dettagli, a correggersi pazientemente scambiandosi consigli e osservazioni.
Sin dal piano d’ingresso, come in quello superiore, una nota vagamente metallica pervade gli ambienti. Numerose le scolaresche che si spostano in gruppo e posano i corpi appesantiti in quel contrapposto di altri corpi esposti. I mosaici trattengono alcuni visitatori, che li fissano attraverso le reflex; la guida accompagna un gruppo, che facilmente si disperde tra i pannelli.
Tra ampie finestre e una luce morbida, l’incontro è servito: figure mitologiche fronteggiano turbine; volti di imperatori trovano un’eco inaspettata nelle forme dei macchinari. Da tempio laico dell’energia elettrica a museo, ritratti e busti affiancano cogeneratori. L’ex centrale termoelettrica – la prima di Roma, inaugurata nel 1912 – diventa negli anni ’90 spazio espositivo, dando vita a un accostamento tra macchine e dei tanto audace quanto innovativo.
Accanto alle statue antiche immerse nella modernità, i motori – immobili, spenti, museificati – sembrano assumere la stessa reverenza che noi riserviamo a quei corpi eterni. C’è una sottile ironia: le macchine che avrebbero dovuto portare Roma nel futuro sono ormai reperti, mentre i marmi di duemila anni fa restano vivi. Un’Athena guarda verso la via all’esterno; fuori, a pochi passi, un murale gigante di un volto osserva una strada connessa. Entrambi abitano spazi non nati per loro trasformando il profano in sacro o forse il sacro in profano.
Dentro la Centrale, allora, lo spaesamento è nobilitante. Strappate ai loro luoghi d’origine, le statue si ritrovano in una cattedrale dell’energia, nobilitate diversamente: non più simboli di potere in spazi consacrati, ma corpi estranei che umanizzano la macchina. Una musa accanto a un motore diesel racconta che la bellezza può abitare ovunque, anche dove un tempo rombava il progresso industriale. Il freddo acciaio dei congegni si scalda per prossimità al marmo; il marmo, a sua volta, perde la sua aura intoccabile e diventa “compagno di fabbrica”.
Se l’arte urbana umanizza lo spazio urbano e l’arte classica sacralizza lo spazio industriale, entrambe le operazioni democratizzano l’arte attraverso il “tradimento” del contesto. Le statue escono dai palazzi del potere; la street art porta l’arte fuori dai musei. Dee e imperatori guardano turbine; volti giganti e creature fantastiche guardano passanti e metropolitane. La Centrale sembra dire: “L’arte classica può stare dove lavoravano gli operai”. La street art risponde: “L’arte contemporanea può stare dove vivono gli operai”.
In entrambi i casi, l’arte esce dalla propria zona di comfort e si contamina con la vita materiale: il lavoro, la produzione, il transito, l’abitare.
Così, quando entri nella Centrale Montemartini e poi esci a camminare per Ostiense, la domanda si fa inevitabile: dove finisce il museo e dove comincia la città? La bellezza non richiede necessariamente piedistalli, ma sguardi disposti a trovarla là dove non se l’aspettano.

